mercoledì, Agosto 4

Russia: la democrazia illiberale non si tocca Putin rende omaggio ad una “società libera” ma più che progressi democratici sembra in atto e in programma una crescente chiusura a temute influenze esterne

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A giudicare da abbondanti segnali e sintomi, la pressione liberalizzatrice ad ampio raggio non sembra proprio destinata a qualche successo nonostante le esigenze economiche e l’annunciata correzione di rotta in politica estera. Il governo capeggiato da Dmitrij Medvedev è rimasto largamente immutato e quindi promette più che altro continuità. I ministri preposti alla gestione di un’economia di mercato sia pure imperfetta sono spesso sotto accusa in patria da parte di ambienti nostalgici dello statalismo e della pianificazione sovietici.  Sono per lo più stimati invece in Occidente per il loro rigorismo finanziario, apparentemente privo, però, di risvolti e riflessi politicamente rilevanti.

Al di fuori dell’ambito economico le novità più rimarchevoli riguardano un settore delicato come quello dell’istruzione e della scienza. Il relativo dicastero è stato diviso in due nuovi, uno per l’istruzione primaria e secondaria e l’altro per la scienza e l’istruzione superiore. A capeggiare il primo è rimasta la detentrice uscente, Olga Vasiljeva, una docente di storia ammiratrice del modello scolastico sovietico e della stessa figura di Stalin. Il secondo è stato affidato a Michail Kotjukov, già distintosi, alla testa di un’Agenzia federale per l’organizzazione scientifica, per non lievi contrasti con la prestigiosa Accademia delle scienze, gelosa di quel tanto di autonomia tollerabile o comunque possibile in regimi più o meno autoritari o addirittura totalitari.

Nel suo slancio propulsore, Putin non ha esitato a sostenere, nel breve discorso di reinvestitura, la necessità per il Paese di «balzi in avanti in tutti i campi» che «solo una società libera può compiere», una società capace di recepire «tutto ciò che è nuovo e progredito» e rifiutare «l’ingiustizia, l‘immobilismo, il cieco conservatorismo e la stagnazione burocratica». Se ad una simile premessa di base seguiranno atti e fatti concreti o programmi specifici, ispirati ad un concetto di libertà politicamente qualificata e qualificabile, non lo sappiamo. Per il momento non ce n’è traccia nei decreti già emanati dal Cremlino, mentre la realtà attuale parla piuttosto di una libertà soggetta   semmai a crescenti controlli e limitazioni ovvero misure tipicamente repressive.

Pur restando oggettivamente trionfale, la rielezione del “nuovo zar” è stata macchiata dall’assenza di concorrenti minimamente temibili. All’unico che poteva un po’ inquietarlo, Aleksej Navalnyj, è stato ancora una volta impedito di scendere in lizza mediante condanne giudiziarie compiacenti. Prima e dopo il voto lo stoico blogger anticorruzione è stato ripetutamente arrestato, fermato o brevemente reincarcerato (come pure suo fratello e un suo legale) per avere indetto manifestazioni di protesta in particolare giovanili e per lo più, probabilmente, ormai spontanee in numerose città oltre che pacifiche.

Puniti anche i semplici dimostranti con centinaia di arresti, non pochi di loro hanno altresì subito pestaggi da parte della polizia e di squadre paramilitari. Continuano intanto la morìa o la scomparsa in circostanze sospette di giornalisti troppo curiosi, loquaci e irriguardosi nonché la persecuzione degli omosessuali, in parte tollerata per legge, soprattutto ma non solo nella Cecenia musulmana governata dal despota locale Ramzan Kadyrov, smodatamente devoto a Putin, che li equipara ai terroristi. Una categoria alla quale, non a caso, appartiene il grosso dei cittadini russi richiedenti asilo all’estero, specie negli USA, e il cui numero aumenta da vari anni, come del resto quello dei giovani che emigrano a fini di studio e formazione professionale e spesso non tornano in patria.

Doppiamente significativo, poi, il recente episodio che ha avuto per protagonista involontario (ancorchè predestinato) Evgenij Roizman, sindaco di Ekaterinburg, quarta città russa per numero di abitanti. Già sorprendentemente eletto a tale carica nel 2013 dopo essersi messo in luce come deputato di opposizione alla Duma, camera bassa del parlamento federale, aveva consolidato la propria fama di mosca bianca con frequenti ed aperte critiche al governo centrale e allo stesso presidente federale, culminate nell’adesione all’appello di Navalnyj a boicottare la sua ultima elezione.

Ciò gli è costata una drastica defenestrazione, mediante decisione del parlamento cittadino di abolire la sua carica elettiva per sostituirla con la nomina ministeriale, a conferma di una più ampia evoluzione (o meglio involuzione) del genere in corso da tempo nel Paese, specialmente a livello di governatori regionali ma anche a quello municipale. Costretto così a dimettersi, il 22 maggio scorso, anche perché accusato di razzismo nella sua crociata antidroga, Roizman non intende comunque deflettere dall’impegno di oppositore, per quanto ben consapevole di tutte le inerenti, quasi proibitive e forse persino crescenti difficoltà.

Putin non si fida, evidentemente, della propria popolarità malgrado l’apparente pochezza, sotto ogni aspetto, dell’opposizione reale o potenziale con la quale deve fare i conti. E neppure della così debole e forse quasi inesistente domanda di democrazia o più democrazia da parte di una popolazione che non l’ha mai veramente conosciuta o che l’ha sperimentata solo nelle condizioni meno favorevoli e con pessimi risultati per un breve periodo dopo il crollo dell’URSS. Può anche darsi che veda giusto, tenuto conto di una minaccia esterna quanto meno oggettiva della quale il suo regime ma anche lui personalmente hanno comunque bisogno per rinsaldare il fronte interno appellandosi alla solidarietà patriottica, questa sì profondamente sentita dai russi.

Sul fronte interno i sondaggi d’opinione più aggiornati, per quello che possono valere, rivelano una forte richiesta di cambiamenti (del 59% su vasta scala e di un 30% supplementare solo parziali, secondo l’istituto semiufficiale VZIOM) però non meglio specificati. Qualcosa di più preciso emerge da un’indagine dell’indipendente Centro Levada, che registra un riconoscimento assai debole (18%) dei meriti della gestione putiniana in materia di “rafforzamento della legalità e dell’ordine” e un maggiore grado di insoddisfazione al riguardo (23%). Si tratta della domanda politicamente più intrigante tra le tante rivolte agli interrogati, e un simile ritegno può solo spiegarsi con la cautela degli interroganti. Al suddetto Centro, in effetti, è già capitato di passare qualche guaio con le autorità.

Si deve presumere che la diffidenza di Putin diminuirebbe qualora le residue speranze che il “nuovo zar” sembra ancora riporre su Donald Trump (della prospettiva di un primo vero “vertice” tra i due si parla proprio in questi giorni) per migliorare i rapporti tra Mosca e Washington si dimostrassero non infondate. Anche un Trump che le incoraggiasse più di quanto ha fatto finora, senza incontrare troppi ostacoli domestici, potrebbe facilmente rivelarsi, per mille ragioni, una meteora nel cielo d’oltre oceano e lasciare il posto ad altri interlocutori americani peggio disposti verso il Cremlino.

Resta comunque la minaccia esterna per così dire oggettiva, che prescinde cioè dall’andamento dei rapporti politico-diplomatici tra Russia e Stati Uniti e, anzi, può persino aggravarsi da un certo punto di vista se tali rapporti migliorano, per una di quelle contraddizioni che la realtà spesso ama proporre e non devono perciò stupire più di tanto. In Russia la multiforme attrazione-repulsione per l’Occidente permane come fattore di divisione nazionale anche apertamente conflittuale almeno da Pietro il grande in poi, pur alternando in modo spesso imprevedibile fasi di stanca e di rianimazione.

Vladislav Surkov, a lungo considerato l’ideologo più ascoltato da Putin, giudica ormai definitivamente falliti i plurisecolari tentativi russi di “diventare parte della civiltà occidentale”, non si capisce per colpa di chi principalmente. L’inquilino più duraturo del Cremlino deve essere stavolta di diverso parere perché mostra di temere più che mai quanto meno la parte più sgradita delle influenze occidentali, reali o potenziali, attive e programmate ma anche solo automatiche. Lo mostra personalmente, se non altro in quanto supremo responsabile delle politiche ufficiali, oppure attraverso collaboratori e seguaci a diversi livelli.

In una recente intervista l’accademico Evgenij Velichov ha esaltato la funzione dei poderosi armamenti strategici che oggi come ieri puntellano la sicurezza esterna della Russia tutelandola da qualsiasi minaccia di tipo tradizionale. Abbatterla con le armi, sostiene, non è possibile: “può essere distrutta solo dall’interno”, come è avvenuto infatti con l’URSS. E per rafforzarla internamente è indispensabile, conclude Velichov, non solo annullare la sua arretratezza economica e tecnologica ma anche conservare un saldo “potere centrale” anziché aprire le porte al “cosiddetto liberalismo che si diffonde ovunque nel mondo e in Russia può produrre gravi conseguenze”.

Nello scorso aprile un popolare conduttore televisivo, Vladimir Solov’jov, si è presentato al Consiglio della Federazione, camera alta del parlamento, per illustrare ai rappresentanti delle regioni una sorta di nuova consegna politico-ideologica. Partendo da una premessa ancora più netta e articolata di quella di Velichov: «nessuno pensa di aggredire apertamente il nostro Paese» perché oggi «i colpi più temibili non si sferrano con le bombe e i missili», essendo infatti «molto più facile, efficace e conveniente ricorrere agli stessi metodi usati brillantemente dagli americani in Oriente».

Basta cioè, prosegue Solov’jov, «diffondere disinformazioni mirate a scatenare la gente nelle piazze» contro «poteri costituiti che non vogliono imboccare vie democratiche» con la complicità di movimenti o gruppi di opposizione se necessario finanziati e armati dall’esterno. Il tutto approfittando, come sarebbe possibile nel caso russo, di culture e sentimenti nazionali non abbastanza attrezzati per affrontare queste vere e proprie battaglie per conquistare l’”anima delle nazioni”. Priva di un’ideologia necessaria per proteggersi da simili attentati ma costituzionalmente vietata a causa dei trascorsi comunisti, la Russia, conclude la star di una TV saldamente controllata dal governo, deve cercare nuovi strumenti per dotarsi anche di una “sovranità ideologica”, oltre che economica, in aggiunta a quella militare e politica. La “democrazia illiberale”, insomma, va non solo mantenuta ma ulteriormente e adeguatamente consolidata.

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