martedì, Maggio 11

Russia, la borsa non tira image

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Giovane e tormentato. Queste le caratteristiche del mercato azionario russo. Spesso i titoli federali subiscono variazioni più nette rispetto a quelle registrate nei mercati emergenti. Ora, però, tutto appare in linea con la normalità. Nel 2013 le perdite, sei percento, dell’indice azionario internazionale Msci delle economie emergenti sono state identiche a quelle della corrispondente struttura russa, Rts. Un parallelismo spiegabile con le particolarità della Borsa russa che questa volta, a differenza del passato, hanno però funzionato da calmiere.
Essendo praticamente indipendete dalle variazioni della politica monetaria americana, Mosca negli anni scorsi non ha risentito delle conseguenze della politica espansiva della Fed. A differenza di quella dei Paesi emergenti, la Borsa russa non è stata investita dal flusso di capitali conseguenza delle strategie economiche della Banca centrale di Washington. Cosi in questi mesi i timori di una inversione di rotta nei piani monetarie Usa non hanno avuto nemmeno l’effetto contrario. Far fuggire i capitali come avvenuto altrove.
Se invece si fanno i conti, guardando il picco raggiunto nel 2011, si vede che l’indice russo ha perso circa un quinto del proprio valore. I motivi delle basse performance della Borsa federale vanno, dunque, cercati nei problemi interni dell’ex Paese socialista.
Va del resto sottolineato come recentemente  sia stato risolto un conflitto simbolico, paradigmatico dei rapporti russi. A metà dicembre l’ex capo della più grande azienda petrolifera del Paese e negli anni della prigionia icona della critica al Cremlino, Michail Khodorkovsky, è stato rimesso in libertà.
Dopo dieci anni di campo di lavoro la grazia di Vladimir Putin ha fatto uscire di carcere l’ex uomo più ricco del  Paese. I processi contro di lui erano ritenuti azioni motivate politicamente. Poco prima della liberazione dell’ex miliardario, gli osservatori erano unanimi nel prevedere nei suoi confronti l’apertura di un nuovo procedimento.
Accuse che avrebbero tenuto Khodorkovsky dietro le sbarre per altri lunghi anni, queste le previsioni supportante da dichiarazioni della procura di Mosca. La prigionia dell’ex magnate era vista come un segno dell’incertezza del diritto in Russia e rappresentava una distorsione nel clima degli investimenti locali. La Yukos era stata, infatti, frantumata come azienda privata e ricomposta di fatto come struttura statale. Che un singolo uomo sia stato rimesso in libertà, è sicuramente un passo in avanti in un settore come quello della giustizia russa, segnato da arbitrii visti come forche caudine dagli imprenditori esteri e indigeni. Questa la ragione per cui gli analisti della Ubs valutano la liberazione di Khodorkovsky come un passo fatto dal Cremlino per migliorare la propria immagine verso gli investitori. Secondo la struttura svizzera di servizi finaziari, infatti, la discrepanza, circa il quaranta percento a sfavore di Mosca, tra il ribasso nel rapporto prezzo-utili osservato nei titoli quotati nel Msci russo e quelli osservati nella simile struttura dei Paesi emergenti, sarebbe da ricondurre proprio alla percezione della Russia all’estero.
Una tesi condivisa sostanzialemente anche dalla più grande banca federale. Sberbank chiede, infatti, miglioramenti e maggiore efficienza del bilancio statale, mentre per la limitazione degli sprechi nelle industrie di Stato rimanda ai piani dell’Esecutivo. In attesa di tali provvedimenti Mosca continua a annaspare nella trappola dove si è infilata da sola. Secondo valutazioni del Governo russo, nel 2013 il Pil federale dovrebbe essere cresciuto del 1,5 percento. Per il 2014 si attendono risultati migliori, sempre, però, deledenti rispetto agli standard di un Paese emergente e con grandi margini di miglioramento.
Il principale problema dell’impasse sta nella carenza di investimenti.  Ultimamente la crescita di questi è addirittura in frenata.
Cosi si osserva il fenomeno di una economia che nonostante la bassa espansione si trova al limite delle proprie capacità di crescita. Le elite del Paese sono, dunque, alla ricerca di un percorso strutturale in grado di dare risultati più soddisfacenti. La contraddizione sta nel fatto che modernizzazione economica e l’indispensabile crescita della produttività del lavoro, faranno concreti passi in avanti solo quando il miglioramento del clima degli investimenti sara’ effettivo.
Un altro rebus sta nel fatto che la principale colonna dell’economia di uno Stato, i consumi privati, in Russia non si sviluppa più come in passato. Ciononostante nel 2013 il bilancio del commercio al dettaglio puo’ contare su un bilancio azionario soddisfacente. Cosi come quello di informazioni tecnologiche e internet.
Questa volta nemmeno il settore energetico ha rappresentato la solita ancora di salvezza del mercato azionario di Mosca. Dal già registrato aumento delle esportazioni non arrivano impulsi positivi, un fatto che procura non pochi grattacapi agli investitori del settore. Nel 2013 Gazprom, colosso di Stato del gas, alla Borsa di Mosca ha perso circa il dieci per cento del proprio valore. Un andamento spiegabile col fatto che in Russia e nei Paesi dell’ex Urss le vendite sono in discesa, mentre i progetti di grandi pipeline come South Stream, diventano sempre più cari.
Altrettanto avviene con Rosneft, l’altra grande controllata di Stato del settore degli idrocarburi. L’azienda petrolifera più grande del mondo per quanto riguarda le quotazioni borsistiche ha visto scendere del 17 percento il proprio valore azionario. Una performance negativa spiegabile col fatto che la struttura, principale profittatrice della messa ko dell’impero di Khodorkovsky, si è dimostrata poco sensibile alle esigenze dell’azionariato di minoranza di Tnk-Bp. L’azienda petrolifera, terza per ordine di grandezza in Russia, acquisita lo scorso anno da Rosneft. Il comportamento di Rosneft ha ridato vita alla sensazione che il Cremlino, il linea con quanto avvenuto ai tempi della Yukos, nei settori strategici dell’economia del Paese tenga d’occhio solo i propri interessi.
Altro comparto federale in sofferenza è quello dell’industria pesante. Non indirizzate solo all’export e gravate da prezzi in calo le aziende del settore soffrono inoltre delle prospettive incerte della congiuntura mondiale. Le azioni di Mechel, principale produttrice federale di acciaio e carbone, lo scorso anno hanno perso il settanta per cento del proprio valore. Una debacle che ha spinto l’azienda ha cercare l’accordo con Sberbank per dilazionare il pagamento per crediti pari a 1,4 miliardi di dollari. Passo che il colosso russo del carbone aveva fatto precedere da simili compromessi con altri creditori. Fino all’estate scorsa Mechel segnava debiti per complessivi 9,6 miliardi di dollari mentre nel 2012 aveva subito perdite pari a 1,7 miliardi di biglietti verdi.

Altra vittima della politica economica pubblica, questa volta però di quella bielorussa, è stata la russa Uralkali. L’azienda produttrice di concimi a base di cloruro di potassio, la scorsa estate aveva visto l’arresto a Minsk del proprio leader. Solo dopo un lungo tira e molla con Mosca l’imprenditore e’ stato rimandato a casa. La mossa del regime di Lukaschenko è spiegabile con lo scioglimento da parte russa della società con Belaruskali, azienda di Minsk e principale procacciatrice di valuta pregiata per il Paese ex sovietico. Nonostante il cambio di strategia industriale, massimizzazione della produzione e abbandono del controllo dei prezzi sui concimi, passi che secondo gli analisti porteranno benefici nel lungo periodo, la mossa di Uralkali non ha trovato il consenso della Borsa. I titoli dell’azienda sono infatti scesi di in un terzo nel 2013. Dopo scontri nell’azionariato, non si esclude affato che ora il cartello con Belarskali venga ricostituito. La confusione è dunque tanta sotto il cielo. Anche da parte degli azionisti.  

 

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