sabato, Luglio 31

Russia-Iran, un'alleanza strategica? La nascita di un possibile asse tra i due Paesi

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Non è facile stare dietro agli scenari che nel Medio Oriente mutano quasi in continuazione. Il penultimo esponeva lo schieramento Russia-Iran-Siria (Assad)-Libano (Hezbollah) lanciato decisamente all’offensiva sul piano militare e apparentemente vicino a prendere il sopravvento sul più numeroso ma anche più labile schieramento opposto, indebolito da finalità meno condivise e comportamenti meno risoluti, a cominciare da quello della sua componente più forte, gli Stati Uniti.

Il tutto, naturalmente, favorito dalla precarietà del pur proclamato sforzo bellico prioritario contro un nemico comune, benchè tale più nelle parole che nei fatti: il sedicente ma per nulla fantomatico Stato islamico di Siria e Irak, ovvero nuovo Califfato. E grazie, inoltre, al ruolo tanto militarmente importante quanto difficilmente precisabile di una parte, terza rispetto ai due schieramenti, come i curdi, per di più divisi tra di loro pur dovendo misurarsi tutti con un avversario di grosso calibro come la TurchiaDi qui il ruolo quanto meno ambiguo anche di quest’ultima, sospettata del resto non solo di usare le armi soprattutto contro i curdi ma anche di foraggiare occultamente l’ISIS per suoi calcoli più o meno machiavellici. Un sospetto, come minimo, che grava sin dall’inizio della partita anche su un altro giocatore di primo piano, sul campo e dietro le quinte: l’Arabia saudita, portabandiera dell’Islam sunnita contrapposto a quello sciita capeggiato dall’Iran.

E proprio il Regno saudita, di concerto con la stessa Turchia, ha fatto balenare per un momento l’allarmante prospettiva di un intervento diretto e in forze nel conflitto siriano per impedire all’esercito di Bashar Assad, pesantemente spalleggiato sinora dalla Russia solo con l’aviazione, di ottenere successi decisivi. Una simile evenienza, capace di scatenare un conflitto di vaste e incontenibili proporzioni, non si è fortunatamente materializzata, mentre invece dello scenario più paventato ne è comparso un altro di segno opposto, auspicato dai più se non proprio da tutti: una tregua che in qualche modo regge delle ostilità in Siria, fatta eccezione per le operazioni contro l’ISIS, grazie ad un’intesa tra USA e Russia.

Contare che essa spiani senz’altro la strada verso una soluzione pacifica del conflitto sarebbe peggio che ingenuo. Si tratta comunque di un primo, indispensabile passo in quella direzione, cui ne dovranno seguire molti altri, a carico, oltre che delle due maggiori potenze coinvolte, delle tante altre e fin troppe parti in causa. Mettere d’accordo tutte, o almeno tenerle tutte a bada, sarà oltremodo arduo anche perchè i relativi sforzi si dovranno compiere in un contesto destinato a subire mutamenti sensibili proprio a causa della svolta distensiva, ammesso (e beninteso sperando) che trovi conferma. Una prosecuzione ad oltranza del predominante scontro politico, militare e in parte persino religioso tra due grandi schieramenti, benchè gravida di rischi, avrebbe semplificato i termini del problema o dei problemi da risolvere. Il probabile scenario prossimo venturo, e forse già in fase di allestimento, sarà invece caratterizzato da un ampio rimescolamento delle carte tale da complicare ulteriormente una problematica già così complessa e persino confusa.

Quanto ai nodi sul tappeto, la sorte di Assad e del suo regime è solo quello attualmente centrale. Vi si affiancano e collegano l’assetto dell’Irak tuttora lacerato e il futuro dell’Afghanistan di nuovo sotto tiro jihadista, le rivendicazioni dei curdi sparpagliati in quattro Stati della regione e la guerra civile nello Yemen dove si combattono indirettamente Arabia saudita e Iran. Senza dimenticare, sullo sfondo ma a due passi dall’epicentro della crisi, l’inestinguibile focolaio rappresentato dalla questione palestinese. E neppure, naturalmente, la minaccia che il Califfato, contrastato con qualche successo per quanto non risolutivo dalle parti di Baghdad e di Damasco, tende ad estendere dall’Asia all’Africa, e non solo sulla sponda mediterranea del continente nero, senza incontrare ancora opposizioni programmate su vasta scala.

Ancora più sbagliato, infine, sarebbe però trascurare le influenze e ripercussioni politiche degli sviluppi della problematica planetaria relativa al petrolio e alle sue quotazioni, che tocca direttamente o indirettamente interessi più o meno vitali praticamente per tutti nel Medio Oriente come altrove. Finora l’andamento del principale conflitto armato locale con interventi esterni più o meno pesanti aveva provocato dissapori e scollamenti soprattutto nello schieramento anti Assad. Spingendo la Turchia, in particolare, verso reazioni decisamente ostili all’intervento russo giudicate quanto meno pericolose dal resto della compagnia. Compreso, ad esempio, l’Egitto, a sua volta, però, tendente a dissociarsi dall’intransigenza saudita e di altri governi arabi sull’ostracismo al presidente siriano.

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