lunedì, Settembre 20

Russia in Medio Oriente, anche con l’arma della diplomazia Mosca mediatrice a tutto campo dopo i successi militari: tra Gerusalemme e Teheran, tra Israele e palestinesi, a protezione dei curdi

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Si sa però come sono andate poi le cose. Nel giro di tre settimane l’aviazione e i missili israeliani hanno colpito tre volte obiettivi in territorio siriano collegati o collegabili con Hezbollah compreso, l’ultima volta (il 22 settembre), alcuni situati nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale. I colpi sono stati incassati senza reazioni di rilievo da parte di chi li ha subiti, e anche perciò l’attenzione stata attirata soprattutto da quella russa.

Mosca, infatti, ha ripetutamente esortato entrambe le parti a non drammatizzare, a pazientare e a cercare piuttosto di affrontare le controversie anche più aspre e le fratture apparentemente insanabili con flessibilità e spirito costruttivo. In altri termini, anche su questo specifico fronte del vasto scacchiere mediorientale la squadra capeggiata da Putin assume posizioni e atteggiamenti da mediatore e laddove necessario da paciere, pur dopo avere inscenato il più brusco e risoluto intervento di forza contro un comune nemico identificato (con qualche amplificazione di comodo) come il più temibile.

Un ruolo, insomma, non dissimile da quello svolto fino a ieri dagli USA, però con maggiori esitazioni, minore duttilità e decrescente efficacia, come dimostra ad esempio il fatto che Donald Trump, partito sparando a zero sulla debolezza e l’inconcludenza di Barack Obama, abbia finito con l’indisporre Israele aderendo all’accordo per la cessazione delle ostilità in Siria promosso da Mosca e Teheran e sospingere così Gerusalemme verso un accentuato affidamento al più fresco amico russo.

Il ruolo in cui il Cremlino mostra di voler subentrare o che intende comunque assumersi comporta difficoltà e rischi fin troppo evidenti e probabilmente persino superiori a quelli incontrati dalla Casa Bianca, date la ben maggiore vicinanza geografica e la presenza in Russia e nei suoi complessivi dintorni di molti più musulmani rispetto al milione di ebrei. Già il compito di mettere d’accordo o almeno avvicinare Israele e Iran riguardo al problema Hezbollah appare agli osservatori quasi una mission impossible, che Mosca si appresta ad affrontare, a quanto risulta, proponendo un accordo per vietare a qualsiasi Stato straniero di usare la Siria come piattaforma per attaccare i Paesi vicini.

Putin e i suoi, tuttavia, sembrano decisi a non rifuggire da alcuna ambizione, nello sforzo di restituire alla Russia quel rango di grande potenza a raggio mondiale, con tutti i suoi addentellati, che ritengono le spetti di diritto e per riacquistare il quale devono puntare sull’arma della diplomazia non meno che su quelle ad uso bellico. Avvicinare Gerusalemme e Teheran significa come minimo avviare verso qualche soluzione il conflitto arabo-israeliano, in corso da settant’anni e all’origine nonché sullo sfondo di gran parte delle perturbazioni, delle lacerazioni e delle faide mediorientali.

L’impegno russo a questo scopo, da tempo costante, adesso potrebbe dispiegarsi con accresciute prospettive di successo. Un’esigenza preliminare è quella di riconciliare le due fazioni palestinesi, Al Fatah e Hamas, per agevolare la nascita di un vero Stato arabo sovrano in Palestina a fianco di quello ebraico, che Mosca non ha mai cessato di caldeggiare coltivando ad ogni buon conto i rapporti con entrambe, benchè soprattutto con Al Fatah, la fazione più moderata e aperta al dialogo con tutti.

Ricevendo a Soci nello scorso maggio il suo capo, Mahmoud Abbas (ovvero Abu Mazen), Putin aveva ribadito che la coesistenza pacifica tra due Stati, palestinese e israeliano, era la «condizione indispensabile per garantire una genuina sicurezza e stabilità all’intera regione», promettendo che Mosca avrebbe continuato ad appoggiare pienamente la ripresa del dialogo diretto tra palestinesi e israeliani. E l’ospite, dal canto suo, aveva dichiarato «impossibile risolvere il problema palestinese senza una significativa partecipazione russa al processo di pace».

Ora Lavrov risulta personalmente e attivamente impegnato a ricompattare la rappresentanza palestinese e contestualmente, si presume, anche ad ammorbidire l’intransigenza di Gerusalemme nell’esigere la messa al bando di Hamas. Il tutto accompagnato dalla fornitura, recentemente ampliata, di aiuti economici e assistenza varia all’Autorità palestinese presieduta da Abbas, con la collaborazione della Chiesa ortodossa russa e sulla base di una serie di progetti comuni per investimenti. I beneficiari ne hanno urgente bisogno, per la soddisfazione duratura del quale occorrerà naturalmente anche un adeguato contesto di pace.

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