venerdì, Aprile 16

Russia: il decisionismo di Putin alla prova Continua l’attesa di riforme economiche all’altezza degli ambiziosi programmi preannunciati dal Cremlino. Sono in gioco, certo, scelte non facili

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Per nulla restìo, con qualche buona ragione, a vantare i successi conseguiti in politica estera nei lunghi anni della sua presidenza, Vladimir Putin non ha lesinato le promesse di fare ancor meglio, se possibile, sul fronte interno nel corso del quarto mandato appena conferitogli, si può ben dire, a furor di popolo. Meglio, soprattutto, agli occhi appunto dei concittadini, tangibilmente sensibili agli appelli patriottici e agli appagamenti nazionalistici ma meno facilmente accontentabili in materia di benessere materiale e progresso civile.

Tra i due fronti, certo, i collegamenti non mancano, e il “nuovo zar” mostra di tenerli in tutta la considerazione che meritano. Nel discorso di reinvestitura, ha assicurato che la Russia si è dotata di tutto il necessario per respingere qualsiasi minaccia esterna, giustificando così la drastica riduzione delle spese militari sulla quale abbiamo già avuto modo di intrattenerci. Mentre il riconfermato ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha proclamato a sua volta che non esiste Paese alcun pericolo di aggressione armata, lo stesso Putin ha usato toni moderati nei confronti dell’Occidente nel successivo discorso del 9 maggio commemorativo della vittoria sul nazismo.

Se le tensioni internazionali, ciò nonostante, permangono o addirittura si accentuano ed estendono, il Cremlino sembra credere insomma alla possibilità di privilegiare adesso gli impegni domestici e pacifici concentrando su di essi le indispensabili risorse impiegate sinora per la corsa agli armamenti e non meno costose imprese belliche di varia natura. Senza ignorare, d’altronde, che una politica estera comunque ambiziosa richiede il sostegno di un potenziale economico parecchio superiore a quello di cui dispone attualmente la Federazione russa.     

Le ambizioni maggiori assurte all’ordine del giorno sono tuttavia altre e per nulla modeste, innanzitutto per l’insolita enfasi con la quale vengono annunciate. Si tratta, in sostanza, di rilanciare una crescita accelerata che permetta di colmare il ritardo quantitativo e qualitativo rispetto ai Paesi più avanzati, già cospicuo ma aumentato a causa della crisi economica del 2015-2016, eliminando l’eccessiva dipendenza dalle fonti di energia (petrolio e gas in testa), promuovendo un adeguato sviluppo tecnologico e infrastrutturale e la modernizzazione in generale e consentendo una sensibile elevazione del tenore di vita della popolazione nonchè del livello dei servizi sociali, sanitari, culturali, ecc.

Nell’insieme di questi campi, ha prescritto Putin, la Russia dovrebbe (e secondo lui saprà) compiere un “balzo in avanti” talmente straordinario da innalzarla fino a “vette irraggiungibili per chiunque altro”. Il proposito, naturalmente, è buono e lodevole, ma il problema del “come” si presenta spinoso sotto vari aspetti.

A cominciare da quello più scontato in casi del genere: come perseguire i suddetti obiettivi senza far pagare in un modo o nell’altro e sin dall’inizio ai cittadini in generale e ai meno abbienti in particolare, prima di poter fruire dei programmati progressi, il prezzo della relativa scarsità di risorse disponibili. Tra gli obiettivi prioritari, va rilevato, Putin ha additato il dimezzamento di quanti vivono al di sotto della soglia ufficiale di povertà (13,8% della popolazione), che ad ogni buon conto è stata recentemente abbassata.

Tra i dati della realtà, invece, che possono confortare il proverbiale ottimismo della volontà figura la recente impennata dei prezzi del petrolio, risaliti adesso ad oltre la metà delle quotazioni antecrisi dopo essere precipitati, con grave danno per la Russia, a circa un quarto. Un’ulteriore ascesa non è esclusa e potrebbe essere persino probabile (e gradita oggi anche agli USA, a differenza dell’Italia e di tanti altri importatori) e però per effetto, magari, di questo o quell’inasprimento della tensione internazionale che Mosca non sembra augurarsi e tanto meno perseguire.

Ne potrebbe derivare, oltre a tutto, un appesantimento delle sanzioni occidentali già non innocue, checchè se ne dica spesso al Cremlino e dintorni, e che invece sembrano destinate ad un alleviamento sotto spinta soprattutto europea e con vantaggio per i programmi e relativi calcoli russi. A Mosca, comunque, si sa fin troppo bene per abbondante esperienza che sulla stabilità di qualsiasi tendenza dei prezzi dell’”oro nero” non si può fare alcun affidamento, al di là della dimostrata capacità governativa di adeguarsi, non gratuitamente, alla loro imprevedibilità per riuscire a quadrare più o meno acrobaticamente i conti pubblici.

Il grande balzo in avanti ordinato da Putin dovrebbe proiettare la Russia, entro il 2024 (cioè alla scadenza del suo mandato) al quinto posto tra le maggiori economie mondiali, partendo dall’attuale dodicesimo, secondo una certa versione. E già qui, va detto, le cose si complicano alquanto perché le cifre cominciano a ballare.

Dovrebbe trattarsi, a rigore, del Pil in valore assoluto, che colloca il Paese, con i suoi 4 miliardi di dollari nel 2017, non al 12° ma già al sesto posto mondiale dietro la Cina (23 miliardi), gli Stati Uniti (19), l’India (9,4), il Giappone (5,4) e la Germania (4,1). Salire al quinto non sarebbe dunque un’impresa memorabile, anche se la Germania, benchè ad un livello di sviluppo complessivo parecchio più elevato della Federazione russa, riesce ancora a crescere ad un ritmo più che rispettabile.

Spesso classificata tra i paesi cosiddetti emergenti, infatti, la Russia si colloca invece al 71° posto nella graduatoria mondiale (2016) del Pil pro capite, rapportato cioè al numero di abitanti. Qui precede ancora la Cina (74a), che continua però a crescere molto più rapidamente, ma resta ben lontana dalla Germania (19a) e dalla stessa Italia (27a), quantitativamente superiore di oltre tre volte. Migliora un po’ solo in termini di Pil p.c. a parità di potere d’acquisto, che la porta al 52° posto.

Quale che sia, comunque, l’altitudine del traguardo da raggiungere, il “nuovo zar” ha decretato che la produzione nazionale di reddito debba essere superiore, nei prossimi anni, alla media mondiale, il che significa non inferiore al 4% annuo. Un tasso troppo ambizioso oppure accessibile per un’economia relativamente arretrata, sì, e quindi potenzialmente in grado di crescere più velocemente di altre, nonché ricca come poche altre di risorse naturali?

L’uscita dalla recessione, ormai apparentemente acquisita, è sfociata in una crescita dell’1-2%, abbastanza rassicurante ma certo non soddisfacente sotto ogni aspetto. Compreso quello che sembra o si ritiene ormai irripetibile il boom precedente all’ultima crisi, che vide la Russia gareggiare onorevolmente con altri grandi Paesi in via di sviluppo, dopo il crollo del sistema economico sovietico con conseguente e prolungata depressione. Uno dei motivi, e non certo l’ultimo, del relativo pessimismo è che alla dovizia di risorse naturali si accompagna una carenza di risorse umane difficilmente rimediabile in tempi rapidi.

Il declino demografico, iniziato già nel periodo sovietico per l’effetto ritardato delle enormi perdite causate dalla seconda guerra mondiale, si era accentuato dopo il “ribaltone” traducendosi in un calo della popolazione di circa 5 milioni di persone nel giro di una quindicina di anni. E’ poi seguita una stabilizzazione intorno ad un totale di 140 milioni non senza qualche recente accenno ad aumentare, ferma restando però la tendenziale crescita zero o addirittura negativa.

Anche questo grave ostacolo allo sviluppo è stato additato da Putin come una delle principali sfide da fronteggiare con risolutezza su tutti i piani, da quello socio-culturale a quello economico-sociale dove tuttavia l’impegno governativo per promuovere la natalità deve misurarsi con molti altri concorrenti prima che il suo eventuale successo, comunque problematico, possa contribuire al perseguimento dei condizionanti obiettivi di base.

Malgrado tutti gli ostacoli, e naturalmente il predominante scetticismo degli osservatori esterni e in generale dei critici o veri e propri avversari del regime, nella cerchia del potere e anche in ambienti moscoviti meno ligi ad esso si ritiene per lo più che il programma propugnato da Putin sia effettivamente realizzabile. E simili valutazioni appaiono piuttosto credibili perchè generalmente accompagnate da espliciti avvertimenti che la realizzabilità non è incondizionata ma presuppone determinate correzioni di rotta non di poco conto.

Un segnale autorevole di questo genere viene ad esempio da Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale esente da contestazioni in patria ma per lo più apprezzata anche in Occidente per la perizia con la quale, nell’occhio del ciclone, ha manovrato per salvaguardare gli equilibri finanziari della Federazione. Benchè fedele collaboratrice del presidente, essa parla apertamente di riforme (termine tradizionalmente poco amato a Mosca e sotto l’URSS persino bandito come una parolaccia) sollecitando anzi “riforme strutturali” a suo avviso, ma non solo suo, indispensabili e urgenti per raggiungere gli obiettivi fissati evitando di mettere a repentaglio la stabilità macroeconomica.

Lo stesso termine, tuttavia, appare oggetto di diverse interpretazioni al Cremlino e dintorni. La Nabiullina, e con essa la presumibile maggioranza dei membri del governo e dei massimi dirigenti statali, intendono per riforme strutturali misure di carattere eminentemente tecnico che conferiscano al sistema produttivo e commerciale nel suo complesso maggiore efficienza e flessibilità senza modificarne la fisionomia oltre certi limiti. Altri personaggi di primo piano, di tendenza più marcatamente liberale, pensano invece a riforme più radicali che finiscono con l’assumere un carattere quanto meno indirettamente politico.

E’ il caso, ad esempio, di German Gref, presidente della Sberbank, principale banca nazionale, che definisce il programma presidenziale attuabile solo a condizione di “rinnovare le nostre istituzioni e le nostre politiche socio-economiche”, sostenendo che esiste nel Paese “una grande voglia di riforme” e che “tutti gradirebbero mutamenti di sistema”. E’ il caso, altresì e soprattutto, di Aleksej Kudrin, già ministro delle Finanze anni addietro e ora, preposto ad un Centro di elaborazione strategica per svolgere anche una funzione in qualche modo istituzionalizzata di consulente di Putin esercitando quindi un’influenza sul presidente della quale resta peraltro da appurare la reale portata.

Fautore da tempo della riduzione delle spese militari, Kudrin ha finito col riscuotere al riguardo un recente successo dopo essersi scontrato sul tema con il capo del governo, Dmitrij Medvedev (ma in ultima analisi con lo stesso Putin), e vedersi costretto a dimettersi. Continua inoltre a battersi per il ridimensionamento del ruolo dello Stato in economia e contro il predominio dei monopoli, per una libera concorrenza non più soffocata dal clientelismo, per l’emancipazione dell’apparato giudiziario dalla subalternità al potere politico e così via.

Un’altra battaglia dalla quale l’ex protagonista del boom di inizio secolo sta uscendo almeno parzialmente vincitore è quella ingaggiata, in buona compagnia ma sfidando l’impopolarità, per l’innalzamento dell’età pensionabile, che in Russia è tra le più basse del mondo: 60 anni per gli uomini e 55 per le donne. Resa necessaria dall’invecchiamento della popolazione (nonostante resti relativamente bassa anche la durata media della vita: rispettivamente 67 e 77 anni per i due sessi) e dal crescente aggravio che ne consegue per il bilancio federale, la riforma è ormai vicina al varo parlamentare in una versione più graduata nei tempi di quanto molti, economisti ma anche politici, avrebbero desiderato.

Si tratta di un passo avanti contabilmente importante ma che non appaga, appunto, i riformisti più esigenti. I quali, d’altra parte, devono fare i conti non solo, indirettamente, con le più elementari attese popolari, ma anche, direttamente, con una corrente politica di tendenza opposta a quella più marcatamente liberale. Gli statalisti, non necessariamente nostalgici del vecchio regime in generale, sembrano infatti incoraggiati a rafforzare anziché eliminare i suoi residui, tutt’altro che trascurabili sul terreno economico, dai molteplici richiami di vertice alla continuità con il passato sovietico non meno che zarista.

Di qui, ad esempio, significativi ritorni alla carica, ad esempio, per il ripristino di una pianificazione economica centralizzata, sia pure sostenendo, non senza qualche ragione ma anche alquanto strumentalmente, la sua compatibilità con l’economia di mercato. E facendo leva, ad ogni buon conto, sull’ostilità popolare allo strapotere economico degli “oligarchi”, pubblici e privati, più o meno strettamente legati al potere politico e comunque da esso favoriti o non abbastanza controllati, come dimostra la sempre massiccia fuga di capitali all’estero.

Chiamato ex officio a dare eventualmente via libera a riforme più incisive di quelle già in corso, Putin, a quanto si dice, lo farà non prima del prossimo autunno. Nel frattempo, ha però deluso le aspettative di un rimpasto del governo e addirittura della nomina di un nuovo premier, sostituendo ad esempio il fedele Medvedev con lo stesso Kudrin. Il quale ha dovuto invece accontentarsi della promozione (se di questa si può parlare) alla testa della Corte dei conti, carica peraltro di tutto rispetto benchè politicamente poco suggestiva.

La sua detentrice uscente, Tatjana Golikova, è stata però davvero promossa in modo vistoso diventando vice premier con la supervisione di tutti i dicasteri sociali. Da Medvedev in giù, per il resto, quasi tutti i membri del suo governo hanno conservato il loro posto, confermando l’inevitabile impressione di una continuità, anche qui, prevalente malgrado tutto sulle pressioni innovative. Putin, insomma, continua a rinviare scelte impegnative quanto urgenti, comprensibilmente esitante, se si vuole, di fronte alle alternative che gli si offrono, e mettendo così a repentaglio, però, il suo prestigio di grande decisionista, quanto meno in campo economico.

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