martedì, Ottobre 26

Russia, i risvolti di una vittoria Sanzioni e altre reazioni occidentali incidono su una situazione economica in marcato peggioramento

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Putin Crimea

Poco più di un secolo fa i dirigenti della Russia ancora zarista pensarono di ricorrere ad una “piccola guerra vittoriosa” per far sbollire l’agitazione sociale prerivoluzionaria che stava crescendo nel Paese. L’espediente, non inedito, non sempre funziona e non funzionò neppure allora. L’impero che aveva respinto l’assalto di Napoleone e opposto più tardi una fiera resistenza allo sbarco franco-britannico-piemontese in Crimea subì infatti una disastrosa e umiliante sconfitta in Estremo Oriente per mano del Giappone, grande potenza appena emergente.

Oggi si potrebbe delineare uno scenario parzialmente analogo, con la penisola sul Mar Nero nuovamente in primo piano. Nella Russia di Vladimir Putin non era alle viste alcuna rivoluzione, benchè si sappia che le rivoluzioni o semplici rivolte possono anche esplodere all’improvviso e per cause impreviste e imprevedibili. Esisteva però, prima che divampasse la crisi ucraina, una situazione economica in marcato peggioramento, suscettibile di provocare sussulti politico-sociali più seriamente destabilizzanti di quelli registrati negli ultimi anni.

Putin e i suoi avevano certamente le loro buone ragioni di politica estera per reagire duramente al rovesciamento del regime di Viktor Janukovic a Kiev. E naturalmente, se Mosca si accontentasse dell’appropriazione della Crimea, il pericolo di conflitti armati più o meno estesi si ridurrebbe praticamente a zero, nonostante le controreazioni occidentali, sotto forma di sanzioni punitive, che hanno ulteriormente appesantito il clima internazionaleIl successo della “piccola (o piccolissima, nella fattispecie) guerra vittoriosa” ha comunque procurato al numero uno del Cremlino un grado di popolarità elevatissimo e senza precedenti, accompagnato da consensi più o meno incondizionati anche da parte dell’opinione pubblica qualificata e altrimenti non proprio monocorde neppure in Russia.

Da qualche parte si avverte peraltro che Putin potrebbe essersi legato un po’ troppo le mani elettrizzando forze ed ambienti ultranazionalisti inclini per natura a non accontentarsi del successo finora ottenuto. E l’avvertimento rischia di rivelarsi giustificato se è vero che persino Michail Gorbaciov, l’uomo della pace con l’Occidente e della democratizzazione sovietica, esorta l’attuale presidente russo a spingersi oltre la Crimea e addirittura oltre i confini dell’Ucraina.  Se ciò dovesse accadere, le ipotesi da considerare sarebbero due. La prima ed estrema (ma che molti non escludono): la Russia abbandona ogni freno e si lancia all’attacco anche di Paesi protetti dalla NATO, contando quanto meno di non provocare automaticamente un conflitto termonucleare. Sarebbe comunque guerra, nel qual caso quella russa diventerebbe appunto un’economia di guerra, cioè d’emergenza con tutte le relative implicazioni.

La seconda e meno improbabile: la Russia si limita a cercare di impadronirsi in un modo o nell’altro dell’intera Ucraina, non coperta da garanzie NATO. Non sarebbe verosimilmente guerra a più ampio raggio, ma la tensione internazionale salirebbe assai in alto e l’economia russa verrebbe messa comunque a dura prova da sanzioni molto pesanti, rottura anche non programmata di rapporti commerciali e finanziari, ecc. Senza contare possibili ripercussioni politiche interne, stavolta sfavorevoli al regime. Il fatto è, tuttavia, che i problemi dell’economia russa promettono di inasprirsi anche in assenza di sviluppi in uno dei due sensi indicati. Anche cioè nella sola ipotesi che Mosca ora tiri un po’ i remi in barca dopo quello che, a prescindere dal suo esito nonché da ragioni e torti, è stato comunque un colpo di testa alquanto avventato.

Innanzitutto, e se non altro, la crisi ucraina non potrà trovare una soluzione stabile e rapida senza grande fatica e inciampi di vario genere, con quasi scontati ritorni di tensione, allarme e timore di ricadute nelle prospettive peggiori. Di ciò non potranno a loro volta non risentire i comportamenti degli operatori economici e finanziari, magari più ancora di quanto non sia avvenuto fino adesso, in Russia e fuori, comunque a tutto danno di una congiuntura già male indirizzata. Ma anche qualora la distensione e lo scioglimento dei nodi procedessero più speditamente e incontrastatamente del prevedibile la quadratura dei conti di Mosca diventerà presumibilmente più difficile. Sull’immediato, ad esempio, all’ingestione della Crimea riconquistata dovrà inevitabilmente seguire una sua costosa digestione.

La penisola aveva accumulato un grosso deficit di bilancio, per ripianare il quale, finanziare opere infrastrutturali urgenti quali nuove centrali elettriche e il ponte destinato a collegarla al territorio russo e raddoppiare le pensioni per portarle al livello di quelle russe è già previsto lo stanziamento di una cifra pari a circa 2 miliardi di euro all’anno, compensato in misura quasi trascurabile dal risparmio di 100 milioni annui per l’affitto della base navale di Sebastopoli.

E’ vero che questo affitto è stato pagato in anticipo fino al 2017 mediante uno sconto, ora annullato, sulle forniture di gas russo all’Ucraina, per cui il vice presidente di Gazprom, Aleksej Miller, reclama ora da Kiev la restituzione di oltre 8 miliardi di euro. Ma il governo ucraino si appella alla giustizia internazionale contro il suddetto annullamento, e tutto ciò getta luce su uno solo dei tanti aspetti del contenzioso tra Kiev e Mosca che non mancheranno di complicare il processo di assestamento pacifico, se ci sarà, dei loro rapporti.

La Russia, intanto, ha dovuto incassare i duri colpi che la crisi al suo culmine ha inferto al rublo, il cui già prolungato indebolimento ha subito un’accelerazione che lo ha ridotto ad un cambio di oltre 50 per un euro e vicino ormai a 40 per un dollaro. E alla Borsa di Mosca, il cui indice principale ha perso tanti punti da precipitare al livello più basso dall’autunno 2009. Il tutto connesso ad un altro dato che è forse il più inquietante trattandosi del vistoso aggravamento di un fenomeno già cronico e quindi in un certo senso strutturale: la fuga di capitali sia russi che stranieri.  Nel solo primo trimestre di quest’anno hanno preso il volo verso l’estero circa 70 miliardi di dollari, in confronto con i 63 miliardi  perduti nell’intero 2013. Secondo il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev la cifra potrebbe salire fino ad un centinaio di miliardi di dollari al termine del 2014, mentre secondo la Banca mondiale, se la sfiducia degli investitori fosse ulteriormente alimentata dagli sviluppi politici, il dissanguamento finanziario rischierebbe di raggiungere, sempre alla fine del corrente anno, il livello di 150 miliardi.

Per quanto riguarda i riflessi sulla moneta nazionale (che secondo uno dei maggiori banchieri russi dovrebbe soppiantare il dollaro negli scambi commerciali con l’estero), la banca centrale continua a difenderla ad alto prezzo per impedire un calo ancora più rovinoso anche perché questo minaccia di scatenare la già elevata inflazione attraverso il rincaro delle massicce importazioni di beni di consumo, alimentari in testa. In questo modo, però, viene forse definitivamente frustrata la strategia ufficiale che vorrebbe (ma non ci riesce) deprezzare programmaticamente il rublo per favorire piuttosto le esportazioni, vera e propria colonna portante dell’economia nazionale e del bilancio statale ma eccessivamente dominate dalle fonti di energia. La fuga di capitali contribuisce però a far mancare gli investimenti necessari per una reindustrializzazione a sua volta indispensabile per diversificare e ammodernare l’apparato produttivo.

La crescita in generale, altrettanto necessaria per un’economia da Paese “emergente”, si è nel frattempo praticamente arrestata, e per di più mentre nel resto del mondo tende a riprendere lena e il prezzo del petrolio resta relativamente sostenuto sui mercati mondiali. Nel 2013 il PIL è aumentato solo dell’1,3% contro una previsione iniziale del 3,4%. Si contava su una pronta riscossa nella misura del +2,5% in media annua fino al 2030, ma già quest’anno la virtuale stagnazione potrebbe tramutarsi in recessione. Le ultime previsioni della Banca mondiale e degli economisti spaziano infatti da un +1,1% ad una possibile contrazione fino al 2% e più.

Le sanzioni, specie se dovessero inasprirsi, avranno un inevitabile effetto ulteriormente deteriorante, e così pure, ma forse ancor più, le eventuali scelte altrui specie in campo energetico, non espressamente punitive nei confronti della Russia ma comunque incoraggiate dai suoi comportamenti se non altro per il modo in cui vengono percepiti in Occidente. Più ormai che il petrolio, di cui la Russia resta il primo produttore mondiale ma per le cui riserve si colloca solo al settimo posto, pesa qui il ruolo del gas naturale, per la cui produzione si avvia ad essere superata dagli Stati Uniti ma del quale è la massima fornitrice al resto dell’Europa. Un flusso, questo, tanto economicamente vitale quanto insostituibile su due piedi, e che tuttavia potrebbe essere gravemente pregiudicato, ad esempio, da uno scoppio di ostilità in Ucraina con conseguenti danni ai gasdotti che attraversano il suo territorio.

Ma anche a prescindere da una simile eventualità incombeva già prima della crisi ucraina la prospettiva di un’opzione europea per la produzione in casa del gas da scisto, che sembra allettare soprattutto i Paesi ex comunisti ora membri della UE, i più esposti al temuto, nuovo espansionismo moscovita e al tempo stesso i più dipendenti, sinora, dal gas russo, in misura spesso vicina al 100%.  

A tutta l’Europa, comunque, Barack Obama, promette adesso copiose forniture di gas americano per quanto meno ridurre la dipendenza dagli umori e dai possibili ricatti del Cremlino. Ma non sono queste le uniche alternative che si offrono al vecchio continente. Esiste anche quella di puntare sull’importazione di gas liquefatto, via mare, da vari produttori asiatici, che richiede peraltro tempi medio-lunghi per l’allestimento dei  necessari impianti di trasformazione. Si ipotizza altresì il ricorso, condizioni politiche permettendo, il ricorso a forniture da parte dell’Iran, detentore delle più cospicue riserve planetarie, tuttora quasi intatte, di gas convenzionale. In questo caso si potrebbero utilizzare nuove condutture via terra, facili da apprestare in tempi relativamente brevi.

La Russia, dal canto suo, conta di conservare gli sbocchi europei delle proprie esportazioni energetiche in forza del loro incrocio con gli interessi dei clienti a conservare le proprie esportazioni soprattutto industriali verso il grande mercato russo. E qui si fa sentire in particolare il peso della Germania, terzo partner commerciale della Russia (con un export superiore al pur imponente import) dopo Cina e Olanda (grande hub energetico) ma seguita immediatamente dall’Italia che distacca nettamente tutti gli altri.

Al tempo stesso, e ad ogni buon conto, Mosca si adopera attivamente per dirottare le proprie esportazioni di gas e petrolio verso i maggiori o più ricettivi Paesi asiatici, a cominciare naturalmente dalla Cina. Non senza incontrare, peraltro, difficoltà come quella di concordare con Pechino prezzi soddisfacenti per entrambe le parti, in aggiunta al sempre latente timore di instaurare un legame di eccessiva dipendenza, in questo caso del venditore, con il Paese più popoloso e in più impetuosa ascesa del mondo.

 

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