lunedì, Settembre 20

Russia, guerra e oro nero

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Nell’opinione pubblica russa e anche in ambienti ufficiosi moscoviti non si esita a cavalcare la tesi del complotto, che torna naturalmente comoda per giustificare l’indirizzo generale della politica estera di Vladimir Putin nonché gli oneri e i sacrifici che essa comporta per il Paese. E la cavalcata è ovviamente agevolata dalla concomitanza con le sanzioni occidentali a causa della crisi ucraina, spesso apertamente denunciate come un vero e proprio atto di guerra nei confronti della Russia, benché il loro impatto sia generalmente considerato meno pesante del tracollo petrolifero, al quale vanno aggiunte le varie mosse compiute dall’Unione europea per ridimensionare la preminenza di Gazprom nelle forniture di gas ai suoi membri.

È stato tuttavia proprio Putin a gettare acqua sul fuoco delle accuse agli Stati Uniti e ai loro o presunti complici. Lo ha fatto almeno una volta, alla fine dello scorso anno, replicando indirettamente a suoi amici, quali il Presidente venezuelano Nicolas Maduro, quello boliviano Evo Morales e quello iraniano Hassan Rouhani, concordi nello stigmatizzare un complotto petrolifero di Washington e Riad contro tre dei maggiori produttori mondiali, non escluso peraltro neppure dal Ministro competente degli Emirati Arabi Uniti.

Il Presidente russo disse precisamente che dell’asserito complotto non esistevano le necessarie prove e che le questioni relative al petrolio non andavano politicizzate, trattandosi essenzialmente dell’alterno confronto tra domanda e offerta. Può darsi che allora al Cremlino si confidasse in un’evoluzione della situazione in senso favorevole che invece non c’è stata e che Putin, perciò, abbia poi cambiato idea. Magari senza proclamarlo a piene lettere, per tenere fede alla propria immagine di statista anche duramente risoluto, alla bisogna, ma sempre aperto al dialogo costruttivo con tutti e a soluzioni negoziate dei contrasti.

Con gli USA, del resto, il dialogo non è mai cessato, su qualsiasi argomento, neppure al massimo livello, e quello aperto con l’Arabia saudita, pur senza dare finora frutti tangibili, ha costituito una delle novità di spicco sulla scena internazionale negli ultimi mesi.

Eppure, nel frattempo, il problema del petrolio è rimasto immutato e di conseguenza si è anzi accentuata la sua incidenza, per l’effetto accumulo, sulla crisi economica russa. La quale, a sua volta, non ha dato alcun segno di alleviamento, benché a Mosca non manchi chi ne nega la stessa esistenza. Lo ha fatto Andrej Kostin, presidente della VEB, seconda banca del Paese, emulando il Silvio Berlusconi che nel quasi tragico 2012 vedeva solo ristoranti affollati e aerei con tutti i posti prenotati. Proprio le banche, in Russia, chiudono oggi i battenti a decine.

Prevalgono tuttavia percezioni di tutt’altro tenore. Autorevoli economisti russi non nascondono previsioni catastrofiche, come quelle che il greggio sia ben lontano dall’esaurimento della sua corsa al ribasso o che l’uscita dalla recessione potrebbe richiedere 4-5 anni nell’ipotesi più ottimistica. E anche chi ritiene che la crisi risalga a cause endogene preesistenti al ‘cheap oil’, come alle sanzioni e al rublo dimezzato, non potrebbe comunque negare che senza un adeguato contributo dell’oro nero sarebbe ben difficile avviare e portare a buon fine le indispensabili riforme in profondità.

Ma come ottenere il risollevamento di questo contributo? Non si risparmiano naturalmente gli sforzi per aumentare la produzione e le esportazioni dovunque possibile, con risultati anche importanti come lo scavalcamento dell’Arabia saudita nelle vendite di petrolio alla Cina. Ma non può essere questa la soluzione del problema, innanzitutto perché con i prezzi così depressi i profitti precipitano in una misura che la svalutazione del rublo non basta a compensare.

La produzione, poi, finora è costantemente aumentata, ma si avvicina il momento in cui dai giacimenti tradizionali, prossimi all’esaurimento, si dovrà passare a quelli più difficili e costosi da sfruttare, con l’impiego di tecnologie sofisticate delle quali il Paese ancora non dispone. Infine, si devono fare i conti con una vasta e crescente concorrenza. L’Arabia saudita, ad esempio, è all’offensiva in Europa, dove i suoi sconti minacciano di sottrarre al greggio russo un terzo della sua quota di mercato.  

Nessun risultato, inoltre, hanno ottenuto sinora le pressioni su Riad e altre capitali del pianeta petrolifero, del resto normalmente allineate con quella saudita, per una correzione di rotta, ossia adeguati tagli delle loro produzioni invece dei continui incrementi consentiti dal possesso di ingenti riserve. Mosca, d’altronde, pur corteggiando a suo modo l’OPEC resta decisamente contraria ad aderirvi o anche solo a coordinare le rispettive politiche, spingendosi al massimo fino a prospettare un’eventuale partecipazione all’organizzazione dei Paesi produttori in veste di osservatrice.

Rimane quindi solo l’arma della politica pura o, in ultima analisi, di una classica politica di potenza che la Russia di Putin non è naturalmente l’unica a praticare nel mondo, né la prima a riscoprire dopo le illusioni di una sua archiviazione all’indomani della seconda guerra mondiale. Essa è semmai, nelle condizioni attuali, l’unica grande potenza o aspirante tale a presentarsi priva di alternative allo sfoggio e in qualche misura all’uso effettivo della propria potenza soprattutto militare per tutelare o promuovere i propri interessi.

Ciò che è avvenuto prima in Ucraina, dove Mosca non riusciva a reggere il confronto con l’Unione europea sul terreno innanzitutto economico, si sta ripetendo ora nel Medio Oriente. Il ricorso all’intervento armato sia pure limitato, per ora, in Siria non è certo finalizzato alla sola protezione a oltranza del regime di Assad.

Anche perché si tratta di una mossa parecchio rischiosa sotto vari aspetti, sicuramente più dell’atto di forza in Crimea e del multiforme quanto massiccio appoggio ai ribelli del Donbass, si deve presumere che l’obiettivo perseguito sia più ampio: creare le premesse per una compartecipazione, come minimo, al controllo di una regione dalla quale parte l’attacco a vitali interessi economici russi, percepito più o meno plausibilmente come un atto di guerra.

Nulla di meno inedito, beninteso, se si ricorda che per numerosi decenni qualsiasi mossa americana nel Medio Oriente, specie se particolarmente ruvida, appariva alle opinioni pubbliche riconducibile al fattore petrolio. Ora toccherà alla Russia dimostrare che se la guerra altro non è, come si diceva un tempo, che la prosecuzione della politica con altri mezzi, un’iniziativa bellica può anche risultare accettabile se opportunamente dosata nonché accompagnata e seguita da opportune azioni politico-diplomatiche, che Mosca d’altronde aveva già preventivamente intrapreso.

Il compito russo, evidentemente, non sarà per nulla facile, e comunque un primo banco di prova del suo svolgimento sarà non tanto l’effettiva consistenza dell’impegno sul campo contro l’ISIS, che lascia qualcosa a desiderare un po’ da  tutte le parti, quanto la capacità di convincere o piegare le altre ad un ragionevole compromesso su un problema secondario come la sorte di Bashar Assad.

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