domenica, Settembre 19

Russia, guerra e oro nero

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Mentre nelle vendite americane all’estero predominano i prodotti industriali e i servizi, nell’export russo prevalgono le materie prime, con i combustibili nettamente in testa, e la loro quota è addirittura aumentata dal 53,8% al 70,5% negli ultimi 15 anni. Proprio nel periodo, cioè, in cui i proventi sempre più lauti dello smercio di petrolio e gas hanno consentito il risollevamento dell’economia russa dalla prostrazione post-sovietica, senza però che se ne approfittasse per diversificarla e modernizzarla e quindi ridurre, almeno, l’eccessiva dipendenza da un fattore aleatorio come le quotazioni delle fonti di energia sui mercati internazionali.

Può darsi, tuttavia, che non si tratti solo di aleatorietà, benché non sia facile dimostrare che esista sicuramente anche dell’altro. Oggi, con la crisi economica che infuria (la terza, come minimo, della Russia post-comunista), si ricorda spesso che la stessa Unione Sovietica dovette fronteggiare nei suoi ultimi anni di vita un deprezzamento del petrolio persino più brusco e persistente di quello attuale.  Allora come oggi fu l’Arabia saudita a promuovere una caduta da 40 a 10 dollari al barile, che secondo versioni che tornano d’attualità avrebbe inferto al declinante regime ereditato da Michail Gorbaciov il vero colpo di grazia.

L’imputazione non è troppo convincente, se non altro perché l’URSS, dotata a differenza della Russia odierna di un apparato industriale imponente e completo benché scarsamente funzionale, era molto meno condizionata della sua principale erede dai rapporti con il mondo esterno a essa e al ‘campo socialista’. Meno azzardata appare l’ipotesi che il regno saudita abbia agito in quell’occasione dietro istigazione americana, tenuto conto dell’alleanza di fatto tra Riad e Washington incrinatasi in qualche misura solo in tempi molto recenti.

Oggi invece il quadro si presenta in parte capovolto. Che l’Arabia saudita sia nuovamente la principale promotrice di un drastico ribasso del prezzo del petrolio nessuno può dubitare, benché Riad insista a sostenere che esso sia dovuto a cause per così dire naturali in un mercato aperto e di per sé incontrollabile. Anche ammesso che così fosse, il Governo saudita si rifiuta inflessibilmente di ridurre l’offerta insieme a suoi alleati dell’OPEC, per contrastare un fenomeno che si protrae ormai da parecchi mesi tra l’altro danneggiando non poco, a quanto pare, le proprie finanze.

Le motivazioni di Riad possono essere oggetto solo di congetture più o meno argomentabili. Plausibile è sicuramente il proposito di osteggiare l’Iran, suo grande rivale nel Medio Oriente, che si appresta a tornare sul mercato mondiale con le sue esportazioni di petrolio dopo l’accordo con USA, Unione europea  e Russia per la sua sperata rinuncia a dotarsi di armi nucleari. Meno evidente è l’interesse a menomare la Russia, specie dopo il raffreddamento con Washington accompagnato dall’avvio di un inedito dialogo anche ad alto livello con Mosca.

Corre voce di un disegno saudita di usare l’arma del petrolio per piegare Iran e Russia a un compromesso sul conflitto in Siria che assicuri in partenza l’allontanamento di Bashar Assad, loro protetto, dal potere a Damasco. Se così fosse la verifica potrebbe essere abbastanza vicina, mentre l’obiettivo sarebbe certo condiviso dagli USA.

Resterebbe comunque da chiarire la compatibilità dell’intera operazione con gli interessi non solo strategici di Washington, dal momento che il perdurante deprezzamento dell’oro nero sta mettendo intanto a dura prova l’industria petrolifera americana di ultima generazione. Preziosa, si deve presumere, per liberare la Repubblica stellata dalla schiavitù delle importazioni soprattutto da un’area altamente problematica come il Medio Oriente.

Le esigenze economiche, d’altra parte, potrebbero risultare subordinate almeno temporaneamente, per la Casa bianca, a quelle strategiche di più ampio respiro. In questo caso i sospetti di un complotto antirusso con il vecchio alleato saudita, sia pure sulla base di interessi diversi e solo occasionalmente convergenti, acquisterebbero maggiore plausibilità. Sempre che, però, la strategia USA, con Obama o con il suo successore al timone, non includesse un più deciso spostamento verso l’Iran del proprio baricentro mediorientale.

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