martedì, Aprile 13

Russia, guerra e oro nero

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Da quando la crisi ucraina è sfociata in un conflitto armato si parla un po’ ovunque di pericolo di guerra non più solo locale né solo ibrida, bensì su più vasta scala e con tutti i ben noti crismi. Al limite, di terza guerra mondiale prossima ventura. Papa Francesco la vede addirittura già in atto, benché di tipo diverso da quello generalmente evocato da altre parti, e che ricalca all’incirca i moduli dei due grandi conflitti precedenti.

I più, pessimisti o allarmisti che siano, per natura o per meditata convinzione o per calcolata provocazione, agitano comunque lo spettro di un scontro stavolta non più solo politico-ideologico, mediatico-verbale, ecc., insomma proprio all’ultimo sangue, tra gli stessi principali protagonisti della semisecolare guerra fredda tra Est e Ovest, che erano in qualche modo riusciti, appunto, a evitare che diventasse calda.

In sottordine, si parla però spesso e volentieri anche di guerra in senso improprio o figurato, ma non per questo abusivo o poco pertinente. Le guerre commerciali, in particolare, sono in qualche misura assimilabili ai conflitti armati se non altro perché facilmente possono trascendere in scontri bellici. Non pochi storici, ad esempio, sostengono che il Giappone attaccò a Pearl Harbour nel 1941 perché minacciato di strozzamento economico da parte degli Stati Uniti, piuttosto che per non voler rinunciare al proprio espansionismo imperialista.

Uno dei motivi salienti dell’odierna problematica politico-economica planetaria sono i propositi della Russia, della Cina e di vari altri Paesi grandi e meno grandi di abbattere l’egemonia del dollaro, in quanto strumento regolatore degli scambi commerciali e finanziari internazionali, sostituendo il biglietto verde con una nuova moneta alternativa o con singole monete nazionali. Se progetti del genere si realizzassero, il colpo che verrebbe inferto all’economia americana sarebbe gravissimo se non proprio letale. Qualcuno l’ha paragonato a un attacco nucleare, che gli USA cercherebbero (cercheranno) certamente di scongiurare con ogni mezzo.

È stato calcolato che a provocare effetti devastanti al di là dell’Atlantico basterebbe che la Russia riuscisse a effettuare in rubli le transazioni petrolifere che la riguardano. Gli Stati Uniti sono tuttora, nonostante il boom della produzione domestica, il massimo importatore mondiale di petrolio, mentre la Russia ne è il secondo produttore (dopo gli USA) ed esportatore (dopo l’Arabia saudita), con una quota del 15,2% delle esportazioni mondiali totali.

Allo stato attuale, tuttavia, non c’è confronto tra la dipendenza russa dal petrolio (e dal gas naturale, col suo 25,8% delle esportazioni mondiali, ma con prezzi di mercato che dipendono a loro volta da quelli del greggio) e l’incidenza dell’oro nero sul sistema economico americano. La prima, semmai paragonabile grosso modo al peso del settore finanziario e monetario nella seconda, è testimoniato dal contributo di circa la metà che le due principali fonti energetiche forniscono al bilancio statale russo.

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