domenica, Aprile 18

Russia in guerra, comunque

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La Russia si considera già in guerra, per il momento solo “fredda” ma a rischio di diventare “calda”. I suoi governanti non lo proclamano a piene lettere, e continuano anzi ad assicurare di battersi affinché il peggio non accada dopo avere denunciato il pericolo e la protervia degli avversari dichiarati o potenziali. Ai quali rimproverano, nell’ordine cronologico, di avere sostenuto il colpo di Stato di un anno fa contro un governo ucraino amico di Mosca, aiutato e protetto poi i nuovi dirigenti di Kiev protesi a stroncare con la forza la legittima ribellione dei separatisti ucraini russofoni e filorussi, punito con illegittime sanzioni economiche e d’altro genere il doveroso, multiforme aiuto fornito a sua volta da Mosca ai “fratelli” del Donbass, oltre che l’annessione, sbrigativa ma previo referendum, della Crimea abitata in maggioranza da russi.

Già di per sé percepite come un ingiustificabile atto ostile da parte dell’Occidente, le sanzioni, via via inasprite, hanno finito con l’apparire come uno strumento di vera e propria guerra economica quando alla loro incidenza si è aggiunta quella ancor più pesante del crollo del prezzo del petrolio, che ha fatto precipitare la Russia in un’ennesima, grave crisi economica della quale, peraltro, si erano già avvertite le avvisaglie. Un crollo attribuito sempre più spesso, anche se non coralmente, negli ambienti politici e sui media moscoviti, ad un complotto internazionale di ispirazione americana diretto a distruggere l’economia russa e a debellare lo Stato russo, o come minimo a provocare la caduta del suo attuale regime.

Tutto ciò ha ulteriormente favorito, col concorso di una tambureggiante campagna di propaganda, una mobilitazione patriottica già avviatasi spontaneamente con gli entusiasmi suscitati dalla riconquista della Crimea. Il regime sicuramente ne approfitta e ne approfitterà anche nel prossimo futuro per rendere più accettabili dalla popolazione i sacrifici imposti dalla crisi economica (e meno visibili i propri errori e carenze che hanno contribuito a provocarla) come pure la devoluzione di risorse finanziarie tendenti a scarseggiare alla copertura di crescenti spese militari. Qui però bisognerebbe capire, e non è facile, se Vladimir Putin e i suoi collaboratori credano davvero che lo stato di guerra in cui il Paese si troverebbe rischi di passare dalla fase fredda a quella calda e/o se intendano davvero correre questo rischio per quanto li riguarda perché ritengano intollerabile quanto affrontabile la minaccia esterna incombente sul Paese. Oppure, semplicemente, perché giudichino praticabile ed opportuna un’ulteriore escalation della prova di forza con l’Ucraina e l’Occidente che non sconfini però in un conflitto armato a tutto campo ma consenta o prometta di uscirne col massimo vantaggio possibile.

Se fosse vera quest’ultima ipotesi sarebbe il caso di rallegrarsene, perché si tratterebbe di un bluff tanto rumoroso quanto vacuo, benchè scherzare col fuoco sia sempre pericoloso. Che a Mosca si accenni a ritorcere contro l’Occidente l’accusa di attentare in terra ucraina all’ordine continentale nato nel 1989-991, arrivando ora a prospettare un’impugnazione della legalità della riunificazione della Germania, ossia di un’abusiva annessione della Repubblica democratica tedesca, può suonare appunto come uno scherzo, chissà quanto divertente ma sicuramente innocuo. La pensa presumibilmente così anche Michail Gorbaciov che in quella occasione, ma soprattutto a posteriori, fu un po’ raggirato da Helmut Kohl e George Bush senior e che oggi paventa la minaccia di una terza guerra mondiale, per colpa dell’Occidente, pur non figurando tra i sostenitori incondizionati di Putin e della sua politica. Che il Cremlino non esiti ad inscenare provocazioni militari come le ormai innumerevoli incursioni nello spazio aereo dei suoi dirimpettai occidentali e in particolare nordeuropei, pur di mostrare i muscoli e incutere paura a tutti (col risultato pratico, peraltro, di spingere Finlandia e Svezia tradizionalmente neutrali verso una possibile adesione alla NATO), rientra invece nel novero degli azzardi magari calcolati ma ugualmente incauti.

Il calcolo potrebbe essere quello di contare sull’evidente assenza in Occidente di qualsiasi interesse e intenzione di andare ad una resa dei conti ad oltranza con un vecchio antagonista che oggi si ripropone come tale. Lo schieramento atlantico ha certamente dei torti da rimproverarsi nei confronti della Russia ma non può essere bollato come guerrafondaio almeno per quanto la riguarda. Gli stessi Stati Uniti, pur recidivi nel cercare spesso a tutti i costi “Stati canaglia” da penalizzare e qualche “nemico strategico numero uno” con cui misurarsi, come appunto nel caso russo attuale, si mostrano tutt’altro che ansiosi di scatenare nuovi conflitti dopo gli esiti così poco brillanti di quelli ingaggiati negli ultimi anni e, almeno sulla carta, più abbordabili di uno con la Russia. Dovendo, semmai, rispondere alla crescente sfida pluricontinentale dell’estremismo e terrorismo islamico, contro la quale sarebbe invece più che auspicabile oltre che naturale un’adeguata collaborazione tra Washington e Mosca.

Tutto ciò viene del resto riconosciuto dagli osservatori russi più obiettivi e sarebbe comunque confermato dall’esistenza del calcolo sopra ipotizzato. Anche gli USA, dal canto loro, e una parte almeno dei loro alleati europei, spesso eccedono nel denunciare una minaccia russa incombente su Paesi confinanti con l’Ucraina o altri più a nord già sotto egemonia sovietica, o addirittura inclusi nell’URSS, e oggi passati nelle file della NATO e dell’Unione europea. Lo fanno, presumibilmente, soprattutto per giustificare l’impegno che stanno dispiegando a difesa dell’analoga scelta filo-occidentale, apparentemente maggioritaria, dell’Ucraina. Impegno in realtà non assoluto, poiché non risulta che abbia subito revisioni l’esclusione da parte di Barack Obama (per non parlare dei governanti europei) di aperti interventi militari della NATO nel conflitto. E’ comprensibile, d’altronde, che dichiarazioni ormai celebri come quella di Putin, secondo cui il tracollo dell’URSS sarebbe stata la peggiore catastrofe del nostro tempo, basti a suscitare allarme quanto meno tra i suddetti Paesi dell’Est europeo, specie nel contesto di un rilancio delle ambizioni russe nell’arena internazionale e di un altrettanto programmatico rafforzamento militare.

Per quanto riguarda le ambizioni, il presidente americano si è notoriamente affrettato a minimizzarle sostenendo che la Russia non può aspirare al ruolo di potenza mondiale ma solo a quello di potenza regionale. Ciò, da un lato, non ha scoraggiato il Cremlino dal portare avanti i suoi programmi, ma dall’altro non ha ovviamente placato le apprensioni dei Paesi della regione in questione passati nel campo occidentale o desiderosi di farlo. Lo sprezzante giudizio di Obama non può essere contraddetto perché fotografa uno stato di cose ancora immutato e certo non ignorato a Mosca. Fragile sul piano economico, come ha confermato la crisi appena esplosa, la Russia resta tuttora largamente inferiore agli USA sul piano militare nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni. I quali, tuttavia, sono stati più che sufficienti ad accentuare i timori di numerosi vicini, anche perchè accompagnati, e collaudati nei loro esiti, da operazioni anche politicamente eloquenti.

Konstantin Sivkov, per citare un autorevole esperto russo in materia, stima una superiorità attuale dell’apparato bellico cosiddetto convenzionale della NATO, vale a dire in gran parte degli USA, rispetto al proprio Paese nella misura di 7 a 1 per gli effettivi delle forze armate, di oltre 10 a 1 per le navi da guerra, di 5 a 1 per l’aeronautica militare, di 9 a 1 per i mezzi corazzati e blindati. La Russia può vantare l’arsenale più grande del mondo di armi nucleari, ma la sua aviazione cosiddetta strategica supera di poco la metà di quella atlantica e in fatto di sommergibili dotati di missili nucleari ne possiede uno contro 22. Il divario è poi ancora più ampio per quanto riguarda la qualità delle armi e delle altre apparecchiature belliche.

Sivkov ritiene però che una così schiacciante inferiorità sia compensata da un diverso peso del fattore umano, ossia da un morale e da una motivazione ideologica molto più elevati dalla parte russa, avvantaggiata presumibilmente da un’eventuale chiamata a combattere per un supremo dovere patriottico non riscontrabile sul fronte opposto. E giunge addirittura ad affermare, smentendo in qualche modo la propaganda ufficiale e conformista, che nelle condizioni odierne l’alleanza atlantica non sarebbe in grado di lanciare operazioni belliche contro la Russia. Ma qui, evidentemente, si riferisce alla NATO in senso stretto e quindi allo scacchiere europeo, dove in effetti il rapporto di forze si capovolge.

Come rileva infatti un altro esperto russo, Aleksandr Konovalov (il quale condivide ad ogni buon conto l’opinione del collega citato in materia di combattività menzionando la scarsa propensione soprattutto delle forze armate della UE di cimentarsi in operazioni terrestri), alla riduzione delle spese militari a partire dal 2008 della Germania (-4,3%), della Gran Bretagna (-9,1%) e dell’Italia (-21,5%) si è aggiunto il recente ritiro di 4 delle 6 brigate americane che ancora si trovavano nel vecchio continente insieme a tutti i carri armati. E’ ora previsto il ritorno di 150 mezzi corazzati (da raffrontare ai 2100 presenti nel 1991) in aggiunta alla partecipazione anche americana ad una Forza di intervento rapidissimo costituita, sembra, da un’unica brigata multinazionale, la cui formazione è stata appena completata nel quadro di varie misure in risposta alla recrudescenza del conflitto in Ucraina.

E’ chiaro, tuttavia, che si tratta di misure eminentemente simboliche, destinate a segnalare una volontà di reazione per il momento soprattutto politica ai comportamenti della controparte. Sperando, si presume, che quest’ultima tragga utili conseguenze da una crisi economica che rischia di rendere inevitabile una revisione al ribasso anche delle spese militari russe, già in progressivo e forte aumento e delle quali era invece prevista un’ulteriore espansione. Oggi come oggi, in ogni caso, è fuori di dubbio che la Russia, benchè sostanzialmente impotente su scala planetaria, sarebbe militarmente in grado non solo di dilagare in breve tempo nell’intera Ucraina (salvo, però, a dover fare poi i conti con un Paese e una popolazione difficili da domare definitivamente) ma anche di invadere altre terre verso occidente senza incontrare resistenze insuperabili. Assai meno facile, ovviamente, sarebbe ovviamente la relativa scelta politica.

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