lunedì, Maggio 16

Russia – Francia: una relazione complicata Il rapporto franco-russo non è mai stato semplice, soprattutto per la doppia russofobia e la doppia russofilia francesi

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Il Presidente francese Emmanuel Macron è stato il leader occidentale che, nei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina, e poi in queste ultime settimane, più volte ha dialogato con il Presidente russo Vladimir Putin. Macron in aprile affronterà le elezioni presidenziali che lo vedranno candidato per la seconda volta all’Eliseo. La guerra ucraina lo ha visto protagonista, ma la sua sfida di proporsi come l’interlocutore dell’Europa sovrana con Mosca è stata vinta solo a metà, almeno per il momento.
L’obittivo di Macron era quello di riportare la Francia al centro della scena internazionale, portando a casa un risultato in qualche modo ‘storico’, ovvero fermare Putin, salvare l’Ucraina, mettere in scena l’autonomia strategica di Bruxelles.
Secondo gli osservatori europei, Macron vincerà la sfida elettorale (la partita ucraina gli ha comunque assicurato la forza necessaria), ma il successo politico per ora è rimandato.

Per capire quanto accaduto, serve guardare il Presidente ma anche andare indietro nel tempo, ricostruire le relazioni franco-russe degli ultimi decenni. A farlo è Frederic Charillon, docente di scienze politiche presso l’Università di Clermont Auvergne.

«Il rapporto franco-russo non è mai stato semplice», afferma Charillon. «Dal trauma dei prestiti russi dopo il 1917 ai dibattiti sulla personalità di Vladimir Putin, passando per gli anni della Guerra Fredda e la delicata gestione del comunismo francese, la Russia è stata divisa.
Già prima dell’invasione della Crimea, il numero di libri o articoli dedicati al capo del Cremlino mostrava la difficoltà di tenere un sereno dibattito sulla questione russa.
In Francia troviamo una doppia russofobia, come una doppia russofilia», spiega il politologo nel ricostruire le relazioni tra i due Paesi.
«
La prima russofobia è insieme ideologica e civilizzata: l’immagine del bolscevico con il coltello tra i denti, icona di una società di contadini, ha lasciato delle tracce.
La seconda è geopolitica: in nome di un certo occidentalismo, Mosca resta il nemico, proprio come Pechino e, a volte, il Sud in generale. La russofilia è ugualmente a due teste. Una prima versione viene da sinistra: le grandi ore della ‘patria dei lavoratori’ risuonano ancora nelle orecchie di chi è scosso da ogni contrappeso all’odiata America. Jean Luc Mélenchon è forse uno di quelli. La seconda viene da una destra conservatrice che vede ancora in Mosca l’eterna Santa Russia‘, e in Vladimir Putin un salvatore dell’Occidente cristiano, dei cristiani d’Oriente (presumibilmente in Siria) e dei valori morali e familiari. François Fillon o Marine Le Pen hanno potuto illustrare questa posizione».

La Francia sente di avere alcuni punti in comune con la Russia, «Paese di rivoluzione con influenza mondiale, di Stato forte e centrale, di regime presidenziale dopo essere stato monarchico. Sotto la Quinta Repubblica, irussi‘, come diceva il generale de Gaulle, riluttante a parlare di sovietici,furono sempre considerati degli importanti interlocutori. Sia perché era necessario evitare di essere il Paese di un unico campo atlantista -sia in allineamento politico con gli Stati Uniti, il Canada e la maggioranza dei paesi europei– una politica di blocco che Parigi ha rifiutato), sia perché la sicurezza europea richiedeva discussioni con questo gigante geograficamente vicino, molto più vicino per noi che per gli Stati Uniti. De Gaulle ha mantenuto i contatti.
Valéry Giscard d’Estaing ha incontrato Leonid Brezhnev a Varsavia nel 1981, nel mezzo della crisi polacca.
François Mitterrand, insieme a Ronald Reagan e Margaret Thatcher, ha segnato un’epoca nel dialogo con la Russia di Mikhail Gorbaciov. Jacques Chirac aveva un profondo interesse per la cultura russa. Nicolas Sarkozy, dopo un inizio tumultuoso, ha stabilito un dialogo con Vladimir Putin».

E veniamo a Emmanuel Macron. «Diversi episodi hanno segnato la relazione tra i due uomini. L’incontro di Versailles, nel maggio 2017, è stata l’occasione per prendere contatto, per una rispettosa accoglienza del Presidente russo, ma anche per lo scontro sui media russi in Francia, qualificati dagli organi di influenza del Capo di Stato francese. Questo incontro lancerà ildialogo del Trianon‘, inteso a ‘rafforzare gli scambi tra le popolazioni francese e russa’.
Nuova calorosa accoglienza al capo del Cremlino a Brégançon nel 2019, poco prima di un vertice del G7 a Biarritz, al quale Vladimir Putin non era stato invitato. Nello stesso anno 2019, il Presidente francese ha manifestato ancora una volta la sua volontà di dialogo con Mosca, e durante il suo discorso agli ambasciatori (27 agosto 2019) ha attaccato lo ‘stato profondo‘ che, secondo lui, stava ostacolando,
al Quai d’Orsay, questo desiderio. Naturalmente, molte altre sequenze diplomatiche hanno coinvolto anche più indirettamente Parigi e Mosca, per discutere molteplici questioni».
In primo luogo, i due presidenti si conoscono, si misurano e stabiliscono una lunghezza d’onda nel loro dialogo, che era loro specifica. Questo ‘metodo Macron’, consistente nel favorire il dialogo diretto è diventato il marchio di fabbrica dell’inquilino dell’Eliseo, «lo troveremo con il Golfo, in Egitto, anche con Donald Trump. Si presume: né rifiuto del contatto, né ingenuità Nicolas Sarkozy aveva, in modo diverso, iniziato con osservazioni dure su russi e cinesi (prima di cambiare idea)».
«Due specificità, però, con Vladimir Putin: l’accusa di ingenuità rispetto a qualsiasi dialogo con lui era più forte che con gli altri, vista la reputazione di formidabile stratega che la stampa europea gli ha costruito; tra i due personaggi invece non si era verificato alcuno slittamento verbale o incidente grave, contrariamente a quanto avevamo potuto osservare, per lo stesso Emmanuel Macron, con Jair Bolsonaro, Viktor Orban, o soprattutto Recep Tayyip Erdogan.
Ricorderemo da questa rapida panoramica che la diplomazia francese, dal 2017, non ha aspettato la crisi ucraina per stabilire un canale con Mosca, e cercare di decifrare il suo enigmatico leader. Sulla base di una doppia osservazione relativamente semplice: la Russia ha i nostri stessi interessi e gli stessi valori? No. È tuttavia una parte essenziale di qualsiasi discussione sulla sicurezza europea? Sì.

Poi è arrivato il massiccio arrivo di truppe al confine ucraino. La Francia ha poi presieduto l’Unione Europea (come del resto durante l’invasione della Georgia nel 2008, quando l’azione di Nicolas Sarkozy era stata acclamata. Emmanuel Macron ha incontrato Vladimir Poutine il 7 febbraio, e abbiamo mantenuto l’immagine di questo enorme tavolo.
Il Presidente russo non sembra più essere lo stratega freddo e cinico dei suoi esordi. È animato da uno spirito nuovo, che sarebbe rischioso qualificare con certezza, ma che preoccupa. Tuttavia, riceve il Presidente francese e la maggior parte degli osservatori si rallegra. Speranza subito delusa: la Russia continua ad avanzare in Ucraina.
Il 28 febbraio Vladimir Putin parla di nuovo con Emmanuel Macron, per più di un’ora. Ancora una volta, esiste il contatto, che è essenziale in ogni conflitto, in ogni trattativa. Il leader della Russia continua la sua politica di invasione, ma gli sforzi francesi sono notevoli.

È stato sotto la presidenza di Parigi che l’UE, con una mossa senza precedenti, ha assunto sanzioni inedite per isolare l’aggressore e ha deciso di fornire armi all’Ucraina, pur mantenendo la sua coesione, che era ben lungi dall’essere scontata.
Possiamo fare di meglio, andare oltre? La diplomazia francese è sfidata in diversi modi e a lungo termine. Deve tenere uniti gli europei sotto questa presidenza e oltre, in particolare formare un fronte comune con Berlino (che sta adottando una nuova posizione forte e senza precedenti), non indebolire la sua fermezza, non commettere passi falsi che causerebbero danni irreparabili, considerare il ruolo della NATO laddove è opportuno farsi sentire, rimanere in sintonia con Washington mantenendo la sua specifica voce, stare in tandem con Londra nonostante le recenti difficili relazioni, il tutto nel difficile contesto di un’imminente elezione presidenziale. Più che mai, il lavoro dei diplomatici è essenziale.

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