martedì, Aprile 13

Russia, escalation bellica field_506ffb1d3dbe2

0

 Rasmussen

Escalation di toni e mosse da Guerra fredda tra la Russia e il blocco occidentale della Nato.
Alla vigilia del summit dell’Alleanza atlantica in Galles del 4 e del 5 settembre, il Cremlino ha risposto all’annuncio di 4 mila unità della Nato al confine con la promessa di adattare la sua «dottrina militare» al «comparire di nuove minacce»: «Tutto dimostra la volontà degli Stati Uniti e della Nato di proseguire nella loro politica di deterioramento delle relazioni con la Russia» ha commentato il vice Segretario del Consiglio di sicurezza russo Mikhail Popov.
Intanto, tra Polonia, Germania e Paesi baltici è partita un’esercitazione su larga scala con centinaia di militari di nove Paesi della Nato, tra cui l’Italia.  In programma fino all’8 settembre, Steadfast Javelin II –prevista prima della crisi- «è disegnata per rassicurare gli Stati dell’Europa orientale».
L’agenda delle prove muscolari ai confini è fitta, con addestramenti nell’Est dell’Alleanza atlantica fino al 2 ottobre: in calendario prima dell’invasione della Crimea, ma «allargato». In attesa di decisioni militari, l’Australia ha inasprito le sanzioni verso il Cremlino. Anche il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini (designato a capo della Diplomazia dell’UE) in linea con la Germani ha dichiarato morto, «per scelta di Mosca», il partenariato strategico tra l’Europa e la Russia: «In futuro è nell’interesse dell’UE ricrearlo. Ma al momento», ha chiosato, «non è la situazione attuale».

Accusata di politiche filorusse, all’Europarlamento Mogherini ha ribadito la «precisa scelta politica» di Kiev, per la sua prima tappa da titolare della Farnesina. Il Comitato degli Ambasciatori all’UE dei 28 Paesi membri (COREPER) è in riunione per decidere entro il 3 settembre, «nuove sanzioni nel settore finanziario, armi e tecnologie» contro la Russia, «allungando la lista di persone ed entità colpite». «Venerdì 5 settembre, la Commissione Esteri di Strasburgo deciderà il nuovo pacchetto», ha precisato Mogherini, dichiarando tuttavia, tra le priorità della Presidenza italiana del semestre Ue, il «grande sostegno al progetto del South Stream (il gasdotto in costruzione dalla Russia all’UE per mano di ENI; Gazprom, EDF e Wintershall che, attraverso il Mar Nero, aggira l’Ucraina, ndr) strategico ed essenziale per la sicurezza energetica». «Per la crisi Ucraina esiste solo una soluzione politica. Lo hanno sempre detto anche l’Unione Europea e la Nato», ha detto la titolare della Farnesina all’Europarlamento, frenando l’ala inglese interventista.
Il Ministro degli Esteri italiano è intervenuto anche sul caso dei marò, dopo il malore per ischemia che ha colpito Massimiliano La Torre, uno dei due fucilieri detenuto da due anni e mezzo in India. «Le sue condizioni non soltanto preoccupano molto, ma cambiano anche la situazione. Il Governo sta riflettendo su come reagire» ha dichiarato Mogherini, dopo l’appello dei La Torre a scendere in piazza per la liberazione del militare.

Spenti i riflettori sulla guerra di Gaza, dopo il blitz israeliano a Betlemme (Cisgiordania) per l’annessione di 400 ettari di «terreno di Stato», il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) Abu Mazen, artefice della tregua del Cairo, ha rilanciato un «piano di pace con colloqui per 9 mesi e l’impegno a concludere l’occupazione entro 3 anni».
Il progetto, presentato alla stampa araba, sarà presto illustrato alla Lega Araba e al Segretario di Stato americano John Kerry, e include il congelamento delle colonie israeliane, per il quale l’ANP, come Stato osservatore ONU, farà pressioni per ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza.
A Gaza, dove si sono uditi spari d’avvertimento israeliani lungo i confini marini e terrestri, un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) ha rilevato un’impennata di popolarità per Hamas, dalla fine del conflitto. Per la prima volta dal 2006, gli islamisti della Striscia sarebbero in grado di vincere sia le Presidenziali sia Legislative: il leader di Hamas Ismail Haniyeh riceverebbe il 61% dei voti, mentre Mazen (Al Fatah) resterebbe confinato al 32%.
A fine agosto, con la ferita aperta dell’ecatombe di oltre 2.200 morti e 11 mila feriti, il 79% degli interpellati nella Striscia ha dichiarato Hamas vittoriosa su Israele e l’86% ha giustificato lo sparo di nuovi razzi se il blocco su Gaza non verrà rimosso. «Ci sono quartieri rasi al suolo. A Sajaya, l’80% delle case e dei palazzi è ridotto a un cumulo di macerie. Abbiamo visto cose paragonabili solo alla fine della Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato, dopo una visita, il Vescovo William Shomali, vicario del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Ai confini con la Palestina continua lo spargimento di sangue. In un attentato a Rafah, il valico che collega l’Egitto con la Striscia di Gaza, 11 militari egiziani sono rimasti uccisi e altrettanti feriti in un attentato contro un blindato.
Ma in Nord Africa, la situazione preoccupa soprattutto in Libia, dove gli scontri tra fazioni sono sfociati in guerra aperta: dopo la presa dell’aeroporto di Tripoli, si combatte furiosamente allo scalo di Bengasi. L’ultimo bilancio provvisorio è di almeno 25 morti (14 tra le forze fedeli a Khalifa Haftar, 11 tra le milizie fondamentaliste di Ansar al Sharia e dei gruppi alleati) nei violenti scontri in corso, ma dal week end le vittime sono decine.
Ansar al Sharia avrebbe lanciato un’offensiva per la conquista dell’aeroporto Benina, tra i pochi centri strategici di Bengasi controllati dalle forze speciali di Haftar, vicine al legittimo Parlamento confinato a Tobruk. Secondo le prime ricostruzioni, i governativi sarebbero appoggiati dai caccia militari che martellano le postazioni jihadiste. Le quali, dal canto loro, risponderebbero con l’artiglieria e razzi Grad.
A Tripoli, intanto, la brigata di Misurata che con gli islamisti ha conquistato lo scalo, per bocca dell’auto-proclamato Premier Omar al Hasi, ha designato 19 Ministri. De facto, la Libia ha due Parlamenti e due Governi.

In vista del complicarsi dello scenario, gli Usa hanno ottenuto dal Niger il nulla osta per una seconda base di droni nel Paese (la terza nella regione) confinante con il Mali e con la Libia.
Da Agadez, la sorveglianza americana dei gruppi terroristici e radicali islamici dell’Africa occidentale potrà essere estesa ai corridoi del deserto, terra di transito di trafficanti di armi e combattenti islamici. Nella fascia orientale, il Pentagono ha parallelamente sferrato un’offensiva in Somalia, contro i vertici dei terroristi islamici degli al Shabaab, legati ad Al Qaida e sulla black list Usa dal 2008.
Nella Siria dove ormai tutto è possibile, rilasciato un rapito americano i qaedisti di al Nusra (rivali dei jihadisti dell’IS, lo Stato islamico di Iraq e Levante) -che hanno in mano 43 Caschi blu sequestrati sul Golan- hanno chiesto alle Nazioni Unite aiuti umanitari e il depennamento dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’ONU ha comunicato che, ad agosto, gli aiuti alimentari del programma PAM hanno raggiunto un numero record di 4,1 milioni di persone.

Il quadro è estremamente drammatico anche in Iraq, dove Amnesty International ha denunciato «in atto una pulizia etnica di dimensioni storiche». «L’IS prende di mira sistematicamente le minoranze del nord dell’Iraq» è scritto in un rapporto dell’Ong che contiene una serie di «raccapriccianti testimonianze di sopravvissuti ai massacri».
Dopo l’offensiva dell’IS e il contrattacco dei peshmerga curdi, il Governo centrale avrebbe perso quasi interamente il controllo dei grandi giacimenti di petrolio intorno a Kirkuk, riporta la stampa irachena. La situazione è ormai ingestibile da Baghdad: nella capitale i familiari dei soldati iracheni scomparsi a giugno in una base militare conquistata dallo Stato islamico hanno assaltato il Parlamento, in protesta contro la mancanza di notizie sui congiunti.
Come i 49 cittadini turchi sequestrati l’11 giugno a Mosul e i curdi mostrati in video dai tagliagola islamici, i militari potrebbero, almeno in parte, essere ostaggio dei jihadisti.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->