mercoledì, Agosto 4

Russia, elezioni con sorpresa Inatteso successo dell’opposizione nel cuore di Mosca, ma con immediate denunce di intollerabili influenze occidentali sul voto

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Un ruolo di punta vi ha giocato Dmitrij Gudkov, ex deputato (del partito Russia giusta, inizialmente di opposizione ma via via addomesticato e praticamente scomparso) espulso dalla Duma per la sua indocilità. Partendo dalla constatazione che il 10 settembre i Democratici uniti hanno presentato complessivamente un migliaio abbondante di candidati riuscendo a farne eleggere oltre un quarto (una cosa ‘mai accaduta prima’, ha sottolineato), Gudkov non ha nascosto il proprio ottimismo circa le loro prospettive future.

Ottimismo fondato peraltro anche su una sua visione della scena politica russa non si sa quanto condivisa da altri osservatori nazionali e stranieri: il 70 della popolazione, secondo Gudkov, sarebbe privo di interesse per la politica mentre il rimanente 30% sarebbe diviso a metà tra i sostenitori di Putin e gli avversari del ‘nuovo zar’. Se ciò fosse vero, va detto, si spiegherebbe il dato incontestabilmente più clamoroso dell’ultima consultazione: l’effettiva partecipazione al voto solo del 15% degli aventi diritto, una percentuale persino dimezzata, all’incirca, rispetto a quella dei voti espressi nelle precedenti elezioni parlamentari.

Un altro capofila dei Democratici uniti, Maksim Katz, attribuisce un astensionismo così massiccio alla circostanza che, almeno stavolta, il Cremlino avrebbe «fatto tutto il possibile affinchè questa elezione passasse sotto silenzio», con la complicità del governo e della stampa. E sostiene che questo gioco gli si sarebbe ritorto contro, favorendo l’opposizione che avrebbe fatto invece del suo meglio per informare e attivare la gente.

Al Cremlino, però, si vedono le cose diversamente, almeno a giudicare dai commenti a caldo del suo portavoce. Peskov, infatti, ha definito eccellente il verdetto delle urne, in quanto attestazione che «questo è pluralismo, questa è competizione politica», aggiungendo che adesso i Democratici uniti potranno «prendere parte alla vita della città e dimostrare le proprie capacità». Buon viso a cattivo gioco? Oppure compiacimento sincero per un risultato previsto e magari persino propiziato sulla base di determinati calcoli più o meno sottili?

Dopotutto, almeno nella capitale dirigenti municipali hanno fatto eco a Peskov esaltando «l’elezione più onesta di sempre», e anche gli osservatori esterni riconoscono che non era in effetti mancato un ammorbidimento locale delle procedure per l’ammissione dei candidati. Non è quindi proprio sicuro, come ha dichiarato Shkljarov, che «tutti sono scioccati per il fatto così simbolico che l’opposizione controlli ora il distretto in cui vota Putin» e che la novità inaugura nientemeno che «una nuova era nella politica russa».

Secondo David Szakonyi, un accademico di Harvard esperto di cose russe (e forse al corrente anche del caso Raggi nella Città eterna), il Cremlino si aspetta solo che gli oppositori si rivelino immancabilmente inetti nel governare una metropoli, non mancando del resto da parte sua gli strumenti utili per contribuire efficacemente al loro fiasco. E rendere così meno attaccabile la prassi già corrente, e illustrata soprattutto dal caso Navalnyj, di precludere con ogni mezzo ed espediente l’accesso di persone non gradite a cariche di maggiore o minore responsabilità, dalla presidenza federale in giù.

L’ipotesi suona plausibile, e comunque conciliabile con la più generale tendenza recente del regime, al di là cioè della singola materia elettorale, ad intensificare la vigilanza sul fronte interno e a ricorrere con più frequenza all’arma della repressione. Ma è ancora più conciliabile con il presumibile interesse a mostrare malgrado tutto un volto un po’ più liberale di quello che gli viene spesso rimproverato all’interno come all’estero. Nonché, infine, con una specifica opportunità, non solo contingente, proprio di politica estera.

Pochi giorni dopo il voto domestico, infatti, Mosca non ha tardato a denunciare comprovate (a suo avviso) interferenze occidentali, e in particolare americane, su di esso sotto forma di finanziamenti forniti per vie traverse a ‘certi candidati’. Una migliore identificazione dei quali, conseguentemente esposti alla qualifica di agenti stranieri e passibili come tali di svariate sanzioni, non presenta ovviamente alcuna difficoltà.

L’occasione è d’oro, d’altronde, per ripagare con la stessa moneta, ad ogni buon fine anche solo propagandistico, chi all’estero persiste a bollare e sanzionare la Russia come imperdonabile ficcanaso negli affari interni altrui. Quelli degli USA, com’è noto, ma il senatore moscovita che ha sollevato il caso in questione ha pensato bene di premunirsi in vista anche di altri casi possibili, e già ventilati, avvertendo che ‘parecchi Paesi hanno influenzato le elezioni russe’.

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