lunedì, Giugno 27

Russia e Stati Uniti: debolezze da giganti La guerra in Ucraina ha svelato le debolezze dei due contendenti, Russia e Stati Uniti. Ecco tutte le debolezze di giganti … assai fragili. Due Paesi-sistemi condannati ad uno scontro costante, continuato, senza soluzione di continuità

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Una delle cose che ci hadettola guerra in Ucraina, giunta al 82° giorno di battaglia, è l’insostenibile leggerezza dei due giganti in pista, ovvero si sono spogliate le debolezze dei contendenti, Russia e Stati Uniti.

Se ce ne fosse bisogno, ciò appare ancora più chiaro proprio in queste ore in cui sicelebral’ingresso (oramai solo più da formalizzare) di Finlandia e Svezia nella NATO.
Se è incontestabile che l’arrivo nell’alleanza dei due più convinti sostenitori della neutralità e del pacifismo  -mentre di per se rappresenta quasi una conversione delle opinioni pubbliche e delle leadership delle due Nazioni scandinave-   è un evento in grado di «rimodellare un equilibrio strategico in Europa che prevale da decenni», come afferma il ‘New York Times‘, è anche per un verso una ulteriore sconfitta da appuntare al medagliere della Russia, o più propriamente del suo Presidente, Vladimir Putin -che puntava ad allontanare la NATO dai confini russi e invece la sua decisione del 24 febbraio l’ha avvicinata ulteriormente-, e però non si può dire una vittoria degli Stati Uniti, il cui Presidente Joe Biden si ritrova con un’alleanza sempre più poderosa ma anche sempre più pericolosa, visto che l’orso quando è ferito è molto più pericoloso, e Putin il calcolatore ultimamente ha sbagliato molti calcoli, mentre Biden vorrebbe potersi dedicare alla Cina senza altre preoccupazioni o diversivi.
L’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO non sono né un errore né un’opportunità, ma sono eventi che cambiano, e di molto, lo scenario in Europa settentrionale e nell’aria sub-artica”, ci dice il generale Paolo Capitini, esperto di scienze strategiche e di storia militare, che, tra il resto, ha prestato servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma, presso il Corpo di Reazione Rapida della NATO a Lille e presso la Scuola Sottufficiali Esercito a Viterbo. “Fermo restando che Svezia e Finlandia sono liberissime di entrare o uscire da qualsiasi alleanza, la fine della presenza di Stati-cuscinetto lungo il confine più lungo tra Russia e occidente qualche problemino lo creerà. Intanto, la militarizzazione del confine russo-finlandese con la probabile sistemazione di basi missilistiche e nucleari da entrambi i lati e questo non è mai una buona notizia. Secondo, accresce il senso di accerchiamento della Russia e la spinge sempre più velocemente verso la Cina,che è e sarà il competitor principale di USA e Europa”.

«L’indifferenza del Medio Oriente nei confronti dell’Ucraina è un avvertimento», mette in guardiaJon B. Alterman, docente in Global Security and Geostrategy, nonché analista di punta e Direttore del programma per il Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS).
Un avvertimento non per l’Ucraina, che oramai anche i ‘cervelli’ più onesti intellettualmente dell’establishment di Washington definiscono a chiare lettere come una guerra per procura tra Russia e Stati Uniti. Un avvertimento forte e chiaro per gli Stati Uniti.

«140 Paesi hanno votato a favore di una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva la fine dell’offensiva russa, con 35 astensioni. Un osservatore casuale potrebbe pensare che il voto fosse la prova che l’ordine internazionale basato sulle regole, che gli Stati Uniti avevano nutrito per 75 anni, era vivo e vegeto. Invece, la crisi ucraina è un chiaro avvertimento che l’ordine internazionale su cui hanno investito gli Stati Uniti non ha lasciato molte tracce», constata Alterman. «Gli Stati Uniti hanno speso trilioni e sacrificato più di 100.000 vite, ma per gran parte del mondo, la decisione di sostenere gli Stati Uniti, o una parvenza di diritto internazionale» non è presa in considerazione. «Il sostegno internazionale alle sanzioni è quasi inesistente al di fuori dell’Europa e del nord-est asiatico e al di fuori di queste aree non c’è appetito per ulteriori azioni per influenzare le azioni russe», prosegue l’analista CSIS.

«In nessun luogo questo è più evidente del Medio Oriente». Eppure la regione, afferma Jon B. Alterman, è stata la regione che «ha visto la maggior parte dei combattimenti dell’esercito americano nell’ultimo mezzo secolo».
Una «percepita minaccia sovietica ha guidato i primi sforzi degli Stati Uniti per l’impegno nella regione, gli Stati Uniti hanno cercato di bloccare gli sforzi sovietici di accedere ai giacimenti di petrolio». Con la fine dell’Unione Sovietica, poi, «gran parte dell’attenzione degli Stati Uniti si è spostata su uno sforzo più generale per promuovere la stabilità. Assicurare i flussi energetici globali, scoraggiare l’Iran e proteggere i vicini da Saddam Hussein rappresentava un lato dell’equazione; l’altro era proteggere i governi regionali dalle minacce terroristiche transnazionali con radici nelle loro stesse comunità. In generale,
lo sforzo coerente è stato quello di avvolgere la regione in un ordine basato su regole guidato dagli Stati Uniti.
Per decenni, gli Stati Uniti hanno dedicato sangue e tesori al perseguimento di tale obiettivo. Eppure,
nel mezzo dell’invasione russa dell’Ucraina, i partner statunitensi in Medio Oriente non hanno prestato molta attrazione nel promuovere l’ordine basato sulle regole con cui gli Stati Uniti hanno giustificato i loro sforzi nella regione. Invece, evitano di schierarsi in una competizione di superpotenze, sostenendo che i loro interessi economici e di sicurezza con la Russia precludono la loro alleanza con gli Stati Uniti», lamenta Alterman.
Spiegazioni, motivazioni diverse possono essere addotte essere all’origine di questo volta faccia del Medio Oriente, ammette l’analista, di fatto
questo comportamento più probabilmente «riflette la convinzione che gli Stati Uniti siano una potenza in declino nella regione». E, ammette Alterman, «atteggiamenti simili possono essere visti in tutto il Sud del mondo». E in effetti, una radiografia di questi volta faccia esprime proprio quanto sostiene Jon B. Alterman: è l’ordine globale post-occidentale in gestazione‘ come lo definiscono altri analisti. El’ordine globale post-occidentaleè tale proprio perchè implica l’uscita di scena di questo che è stato protagonista per 75 anni, come rivendica l’analista, ovvero gli Stati Uniti, con il loro bagaglio di ‘regole’ -decise e imposte, appunto, dagli Stati Uniti, dall’Occidente.

Questo stato di cose, la debolezza principe degli Stati Uniti, Alterman lo mette in relazione alla preoccupazione statunitense più urgente, la Cina. «Per i politici statunitensi, il campanello d’allarme dovrebbe suonare. L’idea che vi sia un diffuso sostegno per un ordine guidato dagli Stati Uniti e basato su regole è al centro di come gli Stati Uniti si vedono di fronte a una sfida emergente dalla Cina. Eppure, per la maggior parte dei Paesi del mondo, compresi quelli che sono stati vicini agli Stati Uniti per decenni, preservare lo stato di diritto in Ucraina non li sembra preoccupare. Cercheranno di rafforzare le loro relazioni bilaterali con gli Stati Uniti, ma non hanno alcun interesse a schierarsi nei conflitti delle superpotenze e non sentono il bisogno di farlo».
A questo punto sorge «una domanda molto seria: c’è qualche ragione per pensare che il mondo si schiererebbe con gli Stati Uniti in un futuro conflitto con la Cina?
L’indifferenza globale per le azioni della Russia in Ucraina rappresenta una vittoria per la diplomazia cinese, che sostiene che i Paesi non devono scegliere tra stretti legami con gli Stati Uniti e le loro superpotenze concorrenti. Se gli atteggiamenti del Medio Oriente nei confronti dell’Ucraina sono indicativi, è probabile che gli Stati Uniti pensino che tre quarti di secolo di leadership globale gli daranno un vantaggio nel confronto con la Cina. La potenza di fuoco e la forza economica saranno ancora importanti nella lotta, ma è probabile che anche alcuni dei nostri amici più cari rimarranno al di sopra della mischia», prende atto l’analista.
E’ difficile sostenere che «il generale disinteresse del mondo, non sia un segno di uno scetticismo molto più profondo nei confronti della leadership mondiale degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti possono ottenere sostegno solo quando i Paesi credono che sia nel loro diretto interesse farlo, siamo in un mondo molto diverso da quello in cui ci siamo convinti di trovarci», conclude Jon B. Alterman.
E’, quella diagnosticata da Alterman, la vera debolezza che questa guerra ha svelato agli occhi del mondo, e la sola esposizione è già ulteriore debolezza. Il potere globale degli Stati Uniti è solo più immaginario, la forza di prestigio, di soft power, di deterrenza USA sembra oramai appartenere al passato.

Meno di due un anno fa, due autorevoli studiosi russi, Leonid E. Grinin, filosofo della storia, sociologo, antropologo politico, economista e futurologo, che il World Economic Forum ha incluso nell’elenco dei 50 ‘pensatori e opinionisti globali di primo piano’, e Andrey Korotaev, antropologo, economista, storico e sociologo, pubblicarono una ricerca, intitolata ‘Seven Weaknesses of the U.S., Donald Trump, and the Future of American Hegemony‘, nella quale venivano analizzati i punti deboli USA.
I due ricercatori affermano la centralità di quello che viene definito «crescente egoismo degli Stati Uniti», ovvero l’indisponibilità degli USA a«considerare gli interessi degli altri Paesi», situazione che è diventata conclamata e dichiarata durante la presidenza Trump, e «la resistenza della maggior parte della comunità mondiale» a tale egoismo. Lo slogan trumpiano ‘Make America Great Again‘, secondo Grinin e Korotaev, «è la prova diretta della perdita della leadership degli Stati Uniti e indica che la situazione nel mondo si surriscalda».
Il tentativo dei due studiosi, è quello di «considerare le basi materiali del potere statunitense contemporaneo e se consentirà all’America di essere ‘di nuovo grande’ o meno». L’articolo analizza«sette (effettivi e potenziali) punti deboli degli USA, alcuni dei quali, paradossalmente, vanno a sostenere il suo attuale potere. Ma prima o poi queste debolezze porteranno gli USA in crisi e li faranno cadere dalla loro posizione di leadership».
I problemi noti degli USA vengono raccolti, sistematizzati, mostrate le loro interrelazioni e influenze reciproche, e su questa base i due studiosi fanno previsioni. E i problemi individuati vanno dallo stesso egoismo da dove partirebbe tutto, fino all’egemonia americana, al dollaro, al sistema commerciale, alla crisi del sistema sanitario americano, al deficit fiscale, al debito nazionale. La ricerca evidenzia la «politica del Presidente Trump come una reazione oggettiva (anche se non terribilmente razionale) ai cambiamenti del Sistema Mondiale e all’indebolimento delle posizioni degli USA al suo interno, legando le sue politiche alla riconfigurazione del Sistema Mondiale, con movimento verso un nuovo ordine mondiale».

Tornando alla guerra ucraina, a peggiorare le cose c’è la mancanza di obiettivi effettivi e ragionevoli in questa guerra. Lo espongono bene Emma Ashford e Matthew Kroenig, rispettivamente ricercatrice senior e vicedirettore dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, nel loro colloquio del venerdì per ‘Foreign Policy‘.
Ashford ricorda a Kroenig, di aver sottolineato, già nelle scorse settimane: «Una buona strategia inizia con obiettivi chiari e se gli Stati Uniti e la NATO hanno uno stato finale desiderato per l’Ucraina, non lo hanno condiviso». Kroenig mostra di aver ora cambiato idea, sostiene che ora c’è un obiettivo, che «l’obiettivo dovrebbe essereripristinare la sovranità ucraina e l’integrità territoriale su tutti i confini dell’Ucrainariconosciuti a livello internazionale, compresa la Crimea». Ashford tira fuori il cartellino rosso: dicendosi scettica «sul fatto che l’Ucraina possa rivendicare il controllo su tutto il Donbas, una parte considerevole del quale le forze russe hanno detenuto negli ultimi otto anni!», per non parlare della Crimea, «che è tecnicamente una parte dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina, ma è comunque quasi impossibile sottrarsi alla Russia, date le sostanziali basi militari e i vantaggi materiali che i russi mantengono là», il problema di fondo è altro. «Nessuna delle parti è realmente interessata ai colloqui di pace in questo momento, ma mi chiedo se sia una decisione intelligente per l’Occidente continuare ad armare e sostenere l’Ucraina in una campagna lungimirante per riprendersi quelle aree. Ci sono un paio di buone ragioni per riflettere attentamente sull’opportunità di mantenere questo alto livello di supporto in futuro. Primo, più a lungo continua la guerra, più è probabile che assisteremo a un’escalation in un più ampio conflitto NATO-Russia». «Stiamo già vedendo Putin ritrarre questo per la sua stessa popolazione come una guerra di difesa contro un Occidente aggressivo. E, secondo, ci sono buone ragioni per essere scettici sulla capacità delle forze ucraine di vincere una simile battaglia. Hanno fatto bene nella difesa territoriale, ma passare all’attacco per riconquistare il territorio è una bestia completamente diversa. Il Congresso parla di versare 40 miliardi di dollari in Ucraina -più soldi di quanti Washington abbia mai dato alle forze di sicurezza afghane o irachene in un anno- per consentire qualcosa che è potenzialmente pericoloso e forse improbabile che funzioni». Matthew Kroenig si dice non condividere, ma su di un punto concordano: pensano abbia molto senso la linea di Emmauel Macron. «Quello che sta dicendo è piuttosto semplice: vogliamo che questa guerra finisca con una pace vivibile per entrambe le parti, perché sappiamo dalla storia che una cattiva pace porta semplicemente a una guerra futura», afferma Emma Ashford.
Prima la mancanza di obiettivi chiari, poi l’avere obiettivi fuori portata, irragionevoli, queste sono le debolezze dell’attuale posizione degli USA in questa fase della guerra. Posto che l’obiettivo effettivo di Washington resta indebolire Mosca, tanto da neutralizzarla per un lungo periodo.

Debolezze, gli USA, “di certo non ne hanno in campo militare, dove sono e rimarranno ancora per anni la potenza assoluta a livello mondiale. C’è da chiedersi se questo basterà per mantenere la leadership a livello mondiale”, dice il generale Capitini. “La guerra in Ucraina sta portando a galla come si tratti di un confronto tra due imperi: uno già decadutola Russia- e l’altro in via di decadenzagli USA. Entrambi non so quanto siano coscienti di questo, ma resta il fatto che tra poco l’unica forza che veramente potranno buttare sul tavolo sarà l’immenso arsenale nucleare. Basterà a spaventare Cina e India?”.

La Russia è stata svelata da questa guerra come potenza di medie dimensioni in termini sia militari che economici e sociali.
Il suo presunto potere militare si è sciolto come neve al sole fin dalla prima uscita del suo esercito in campo di battaglia. E insieme alla scarsità militare, sono venute alla luce tutte le altre debolezze, a partire dalla sua economia fino arrivare alle radici sociali.
E ancora un analista CSIS, Max Bergmann, direttore del Programma Europa presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), a ragionare di debolezze russe.
Da quando la Russia ha rinunciato alla sua offensiva contro Kiev, è diventato evidente «che c’è un divario tra i grandiosi obiettivi geopolitici della Russia e la sua capacità di realizzarli», afferma Bergmann. E’ la debacle militare che l’analista mette al primo posto delle debolezze russe. Non solo è la carne da cannone che manca-e già questa è una debolezza che ne riflette un’altra, quella demografica-, ora anche le armi cominciano essere un problema.
Le severe sanzioni imposte a Mosca, starebbero«ostacolando la sua capacità di rifornirsi di armi ad alta tecnologia, come le munizioni a guida di precisione», si legge in un rapporto di ‘Foreign Policy‘. «L’esercito russo ha bruciato gran parte delle sue scorte di armi avanzate nei primi giorni della guerra», e i «controlli sulle esportazioni, guidati dagli Stati Uniti, annunciati a fine febbraio, hanno cercato di affamare la Russia di chip e semiconduttori per computer che potrebbero essere utilizzati in attrezzature militari avanzate».
Non basta. Gli «equipaggi dei carri come dei velivoli russi si sono accorti che tra i loro mezzi e le armi occidentali che devono contrastare c’è un gap di almeno dieci o quindici anni, e si parla della solo elettronica», afferma il generale in pensione Paolo Capitini, in una delle analisi condotte per ‘L’Indro‘. «Anche il GLONASS, sistema di localizzazione satellitare vitale per i movimenti a terra, per la condotta del tiro di artiglieria come per l’accuratezza del bombardamento aereo, è solo simile all’americano GPS, lasciando un rateo d’errore accettabile per una gita in auto ma non per un missile». Qualcosa che si aggiunge alla scarsa logistica, concetti operativi mal selezionati e, soprattutto, intelligence di bassa qualità, scarse prestazioni degli armamenti russi, in particolare delle armature pesanti, degli aerei da combattimento e dei sistemi di difesa aerea, scarsa professionalizzazione dell’esercito. Mentre la retorica di Putin sulle ‘armi mai viste’, è appunto questo, retorica e propaganda,afferma in altro intervento, il generale Capitini.

Uno dei rischi annessi alla debolezza militare, è l’eventualità di un’intensa reazione pubblica, la quale metterebbe a rischio il regime, Max Bergmann non lo esclude, anche se al momento non vi sono evidenze in questo senso.

Le «due ossessioni che definiscono l’era di Putin– la sopravvivenza del regime e la potenza geopolitica della Russia – sono in tensione», afferma Bergmann, «Man mano che le sanzioni colpiscono e le perdite sul campo di battaglia aumentano, è probabile che il divario tra le ambizioni di Putin e la capacità della Russia aumenti. In quanto leader ossessionato dalla geopolitica, Putin si impegnerà inevitabilmente in una corsa disperata per mantenere lo status di grande potenza della Russia, ma troverà incredibilmente difficile nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire, farlo». Non ultimo perchè l’economia, che era già certamente sottodimensionata, uscirà molto mal concia da questa guerra. Causa le sanzioni, certamente, ma anche causa il poderoso costo della guerra stessa. «Il problema fondamentale per Putin è che la strategia occidentale per indebolire la Russia sta funzionando meglio di quanto chiunque potesse aspettarsi. Il commento del Segretario alla Difesa Lloyd Austin potrebbe essere andato oltre quando ha detto senza mezzi termini: “Vogliamo vedere la Russia indebolita”. Ma alla base dei commenti di Austin c’è un chiaro senso di fiducia che la strategia stia chiaramente funzionando».

Stanno funzionando anche le sanzioni, a dire dell’Amministrazione Biden. Un portavoce del British Foreign, Commonwealth e Development Office ha detto a ‘Foreign Policy‘, «che le sanzioni internazionali hanno congelato il 60% delle riserve di valuta estera della Russia, quasi 340 miliardi di dollari. Fino a 70.000 specialisti di computer hanno lasciato la Russia a marzo e si prevedeva che altri 100.000 lo avrebbero fatto. “Le sanzioni persistenti porteranno a una crescita del PIL depressa a lungo termine poiché il Paese non è in grado di accedere alla tecnologia occidentale chiave”, ha affermato il portavoce in una dichiarazione via e-mail. (Il PIL russo potrebbe scendere fino al 15% quest’anno.)». La Russia «sta affrontando un’enorme fuga di cervelli poiché fino a 200.000 russi potrebbero aver lasciato il Paese solo nella seconda settimana di marzo. Ha anche subito danni sostanziali alla sua fiorente industria tecnologica, poiché ha perso l’accesso ad alcuni mercati esteri e potrebbe perdere fino a 170.000 lavoratori tecnologici», afferma Max Bergmann.
Le sanzioni, spiega Bergmann, non avevano lo scopo di fermare la guerra di Putin, piuttosto «imponendo alla Russia costi significativi a medio e lungo termine, tali che nei prossimi 1, 5 e 10 anni l’economia russa sarebbe gravemente indebolita, il Cremlino sarebbe costretto a un duro atto di giocoleria tra pistole (ambizione geopolitica) o burro (tranquillità domestica)». «L’indagine della Banca centrale russa rivela aspettative di aumento dell’inflazione, contrazione economica e assenza di crescita».
Sono così richiamate due debolezze che la guerra in parte ha solo esasperato, in parte ha causato. La prima è la fuga dalla Russia delle ‘competenze’. In questo caso si tratta di tecnici di fascia alta, ma non sono solo loro ad andarsene, sono competenze di vari settori che se ne vanno dal Paese, e questi o non torneranno mai più, o lo faranno dopo molti anni.
A guerra terminata, la Russia si troverà impoverita di intelligenze e competenze in un’era in cui lo sviluppo economico dipende essenzialmente da questi profili.
La seconda, sempre richiamata in quella dichiarazione, è il crollo del PIL a lunga scadenza, frutto di scarsità di giacimenti culturali e intellettuali, e frutto della corrosione causata dalle sanzioni del sistema economico.

La debolezza che secondo gli esperti di economia e non solo è considerata tra le più gravi, se non la più grave in assoluto, è il crollo demografico, una debolezza debilitante per il Paese. «le prospettive demografiche a lungo termine del Paese sembrano piuttosto cupe, una questione che rappresenta un tallone d’Achille critico. Se questo fenomeno non viene affrontato, il destino della Russia potrebbe essere segnato in modo sfavorevole. Inutile dire che una popolazione in declino può potenzialmente compromettere gli ambiziosi piani revisionisti della Russia e forse anche la sua stessa sopravvivenza come Stato nazionale», afferma, sintetizzando la criticità, l’analista José Miguel Alonso-Trabanco. E fin da subito la carenza demografica è alla base della mancanza di ‘carne da cannone‘, ovvero di truppe, quelle che hanno creato tutte le difficoltà oramai conosciute in Ucraina.

Le «forze russe hanno subito perdite scioccanti. Il Pentagono stima che la Russia abbia perso circa il 25 per cento della potenza di combattimento che aveva usato per invadere l’Ucraina, con il Ministro della Difesa britannico che ha affermato che la Russia ha subito perdite di 15.000 persone e oltre 2.500 di grandi attrezzature. Se la guerra finisse domani, la Russia avrebbe costi considerevoli per ricapitalizzare le sue forze -costruire più carri armati e sistemi missilistici da crociera Kalibr, nonché addestrare nuovo personale- per non parlare del tentativo di affrontare le carenze evidenziate nella guerra. Ma la guerra non finirà domani e i costi a lungo termine per la Russia aumenteranno», afferma Bergmann. Nè per altro potrà essere possibile riparare le falle delle forze armate in tempi brevi o medi.

«La Russia si trova in un enorme buco. Ma a peggiorare le cose per il Cremlino, i controlli sulle esportazioni, uno degli aspetti più innovativi delle sanzioni, stanno appena iniziando a mordere. I controlli sulle esportazioni sono progettati per limitare le esportazioni commerciali verso la Russia di tecnologia avanzata. Ciò solleva importanti interrogativi per il Cremlino. Ad esempio, come potrà la Russia ricostruire le sue forze armate quando non può acquistare semiconduttori per costruire nuovi missili da crociera Kalibr? Quando un componente occidentale utilizzato per fabbricare i carri armati russi si rompe, la Russia sarà in grado di ottenerne un altro? In caso negativo, può costruirne uno proprio?».
La Russia cercherà di rivolgersi alla produzione interna, cercando di produrre sostitutivi delle esportazioni. Potrebbe questa essere una soluzione per alcuni prodotti, «ma oggetti come i semiconduttori non possono essere evocati dal nulla, specialmente quando i knowledge worker russi sono fuggiti a frotte».

C’è da sottolineare, che l’industria della difesa russa è fondamentale per la sua politica estera, «sostiene le sue relazioni con i Paesi di tutto il mondo» con i quali Mosca ha stabilito relazioni. Peresempio: l’India dipende dall’industria delle armi russa «e ha ordini militari in sospeso dalla Russia per un valore di 8 miliardi di dollari e ha anche bisogno di una fornitura continua di pezzi di ricambio e componenti». Se la Russia non sarà in grado di rispettare le consegne, l’India dovrà darsi da fare a trovare altri fornitori, (statunitensi, europei o asiatici). Stessa cosa per gli altri Paesi Clienti, piccoli o grandi. Acquisire armi significa avere una partnership politica, o rafforzarne una esistente. E’ chiaro così che i «problemi industriali della difesa della Russia potrebbero avere un grave impatto sulla sua politica estera con Paesi di tutto il mondo».

Putin ha molti modi per tentare di «affermare la forza della Russia e dissuadere l’Occidente dall’approfittare di una Russia militarmente indebolita», uno di questi «è il tintinnio della sciabola nucleare», che «potrebbe favorire i colloqui nucleari dell’era della Guerra Fredda per la creazione di prestigio o aiutare a limitare la belligeranza occidentale». Altresì, potrebbe «cercare mezzi asimmetrici per contrattaccare e imporre costi all’Occidente. Attacchi informatici, influenza politica e campagne di disinformazione, riciclaggio di denaro e tentativi di corruzione sono solo alcuni dei numerosi strumenti della sua cassetta degli attrezzi. Tuttavia, la sua efficacia si è in qualche modo erosa, poiché la Russia ha perso l’elemento sorpresa». Infatti, Europa e Stati Uniti hanno studiato questi strumenti e sanno come difendersi. Bergmann afferma che «invece, sono gli Stati Uniti, con le loro aggressive rivelazioni di intelligence, e l’Ucraina, con Zelensky che filma video sui cellulari e pubblica sui social media i successi dei campi di battaglia ucraini, che hanno vinto la guerra dell’informazione».
Altro strumento in mano a Putin sono gli sforzi di influenza politica russa che negli anni scorsi sono stati messi in atto efficacemente. Ma i «politici favorevoli a Putin, da Marine Le Pen in Francia a Matteo Salvini in Italia, hanno cercato di prendere le distanza. La Russia può ancora tentare ai margini di influenzare la politica, corrompendo i politici o finanziando segretamente campagne politiche. Ma l’intelligence e le forze dell’ordine statunitensi ed europee si concentrano su questa minaccia. Inoltre, la massiccia ricchezza e l’influenza degli oligarchi russi, che ha avuto un impatto corrosivo sui loro ospiti democratici, sono state sradicate in modo aggressivo».Anche qui, però, l’Occidente «ha sviluppato un certo grado di resilienza».
Gli attacchi informatici a infrastrutture critiche dell’Occidente, che sarebbero un’altra potenziale opzione per Putin, comporterebbero una risposta di pari natura contro le infrastrutture russe.

La Russia, afferma Max Bergmann, «si trova quindi in una vera e propria morsa geopolitica. Putin si affretterà a mantenere la posizione geopolitica della Russia, ma le opzioni di fronte a lui potrebbero essere limitate». Però attenzione, sottolinea l’analista, «il successo della strategia occidentale potrebbe anche piantare i semi del proprio fallimento creando la sensazione che la Russia rappresenti una minaccia minore, spingendo l’attenzione a spostarsi altrove. Gli Stati Uniti sarebbero sconsiderati a sottovalutare la resilienza della Russia come ha fatto il Presidente Obama nel 2014 quando ha dichiarato la Russia semplicemente una ‘potenza regionale’. Date le dimensioni geografiche, la capacità militare e nucleare della Russia, le risorse naturali e l’ingegnosità della sua gente, è difficile per la Russia non essere una grande potenza. Non molto deve andare bene per Putin per dimostrare il peso globale della Russia. La guerra in Ucraina potrebbe andare nella direzione della Russia o un possibile accordo negoziato potrebbe rappresentare un percorso per Mosca per uscire dalle sanzioni. La Cina o altri Stati autocratici del Medio Oriente o altrove potrebbero venire in aiuto della Russia. La Russia troverà inevitabilmente anche modi nuovi e creativi per far sentire la sua influenza e colpire l’Occidente».

Insomma, Russia e Stati Uniti hanno un mucchio di debolezze, entrambi. E per entrambi i Paesi sono zavorre che tarpano loro le ali, e entrambi sono praticamente condannati ad uno scontro costante, continuato, senza soluzione di continuità.

Leonid E. Grinin e Andrey Korotaev sono gli autori di un volume, del 2015, che è uno dei punti di riferimento per storici e futurologi: ‘Great Divergence and Great Convergence: A Global Perspective‘. In questo lavoro, molto complesso, si sottolinea come «la sovranità dei singoli Stati si ridurrà all’aumentare della sovranità delle alleanze e dei blocchi degli Stati e anche delle organizzazioni sovranazionali. Questo prossimo futuro sarà relativamente instabile poiché Stati, gruppi di Stati e altre entità istituzionali si contenderanno un posizionamento, e poiché, mentre l’egemonia degli Stati Uniti continuerà a declinare, non esiste uno Stato in grado di soddisfare tutte le caratteristiche di un egemone dominante e di assumere quel ruolo. Di conseguenza, gli Stati Uniti continueranno a essere egemoni mondiali per un breve periodo, ma lo faranno con un’influenza ridotta», come sintetizzaSociostudies‘.

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