lunedì, Settembre 20

Russia e Medio Oriente, nubi su una vittoria conclamata Il Cremlino di fronte a nuovi problemi e sfide in Siria e dintorni dopo i successi militari. Saprà cavarsela meglio della Casa bianca?

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Le attese si sono concentrate ancor più, perciò, su un’altra possibile sede negoziale, offerta da quella che può considerarsi (o si poteva considerare fino a ieri) una sorta di alleanza vincente sul campo, direttamente o indirettamente, e che appariva relativamente solida, almeno nella fattispecie, a livello politico: l’inedito terzetto Russia-Turchia-Iran. Già capace di formarsi superando l’iniziale ostilità di Ankara nei confronti di Assad, legatissimo invece a Teheran, esso era riuscito a concordare e promuovere una sospensione delle ostilità, il cui parziale successo ha indotto le tre capitali a convocare a Sochi, proprio in questi giorni, un ‘congresso di pace’, ad offrire cioè un tavolo di trattative aperto a tutti. Alternativo, cioè, di fatto se non dichiaratamente, al tavolo patrocinato dall’ONU, ma con la possibilità teorica di una futura convergenza tra i rispettivi sforzi verso un obiettivo obbligatoriamente comune.

Un primo ostacolo formale, al riguardo, è stato presto superato grazie all’invito ricevuto anche dal rappresentante speciale dell’ONU a partecipare ai lavori di Sochi e alla sua accettazione da parte di de Mistura pur dopo qualche tergiversazione. Non è stato invece superato, come era facile aspettarsi, l’altro ostacolo rappresentato dal rigetto dell’analogo invito da parte dei ribelli siriani, immutabilmente restii a sedersi allo stesso tavolo con il loro nemico giurato.

Il loro rifiuto, in realtà, sarebbe stato forse meno scontato se nel frattempo non fossero intervenuti un paio di colpi di scena di forte risonanza e tali da modificare sensibilmente la situazione e le prospettive mediorientali. Il primo, la proposta americana di instaurare una fascia di sicurezza nel nord della Siria, presso il confine con la Turchia, ossia in una zona presidiata da formazioni curde e da reparti USA dopo la cacciata di milizie del califfato.

Immediatamente denunciata da varie parti come un disegno di smembramento dello Stato siriano, la mossa è stata percepita ad Ankara come un’inaccettabile tentativo di insediare in quella zona un primo embrione di Stato curdo indipendente, proiettato ad estendersi ad altri territori del Medio Oriente compresa una grossa fetta della stessa Turchia abitata da una minoranza curda più che mai in guerra pluridecennale, non senza ricorso al terrorismo, con il regime repressivo di Recep Tayyip Erdogan.

Il tutto sullo sfondo dell’allontanamento di Ankara da Washington e dell’avvicinamento turco a Mosca pur permanendo almeno per ora nell’Alleanza atlantica, nonché del contributo determinante che le milizie curde hanno dato e continuano a dare, non solo in Siria, alla resistenza agli invasori sotto le insegne dell’ISIS e poi alle vittoriose controffensive nei confronti del califfato. Non è mancata dunque l’impressione di un premio promesso ad una popolazione politicamente oltre che territorialmente divisa ma forse destinata ad unificarsi sotto una protezione soprattutto americana che finora, peraltro, aveva in qualche modo convissuto con quella sovietica e poi russa.

Si è comunque avuto, al riguardo, ben più che un’impressione ad Ankara, dove è stata comunque immediata anche la concreta reazione a questo secondo colpo di scena, benchè più volte già paventato in passato: la penetrazione di truppe turche nella zona in questione per cacciarne i curdi ma col rischio di scontrarsi anche con unità americane e persino con alcune postazioni russe, oltre a riaccendere un’ostilità tra Damasco e Ankara che sembrava in via di spegnimento.

Implicitamente suscettibile di approfondire ulteriormente il distacco dagli USA, la mossa turca viene vista invece da qualche parte sotto una luce diversa come quella precedente americana, certo non facile da interpretare su due piedi come quasi tutto ciò che fa e dice da mesi l’Amministrazione Trump. Sta di fatto che Washington non ha trovato molto da ridire sulla reazione turca oltre agli scontati appelli alla moderazione, cosicchè non mancano i sospetti di un rapporto di causa ed effetto, preventivato e sostanzialmente voluto, tra mossa dell’uno e contromossa dell’altro, nonchè di un contestuale abbandono dei curdi alla loro sorte.

Sospetti e pregiudizi a parte, tuttavia, il comportamento americano dovrebbe a rigore segnalare una smentita dell’apparente disimpegno USA dalla regione. Smentita presumibilmente riconducibile, in mancanza di altre indicazioni, all’esigenza, questa sì difficilmente rinunciabile, di assicurare un’adeguata protezione ad Israele, sotto rischio di restare esposto ad una crescente minaccia iraniana o filoiraniana (ossia degli hezbollah ora in Siria oltre che in Libano) presso i suoi confini, benchè lo Stato ebraico dovrebbe poter contare, oggi, su un rapporto più che amichevole con Mosca.

Anche Mosca, però, avendo dato luce verde all’irruzione turca in Siria, sia pure in circostanze alquanto ambigue, dovrà dimostrare di non apprestarsi a tradire i curdi prima ancora di Israele, anziché continuare ad usarli come strumento non secondario, si direbbe, della propria funzione arbitrale nell’intero scacchiere mediorientale. Arbitrale, appunto, e non egemonica in eventuale sostituzione degli USA, perché la Russia, per quanto molto forte militarmente e anche sotto il profilo politico-diplomatico, lo è assai meno sotto quello economico.

Mosca deve perciò impostare e calibrare la propria strategia, nel Medio Oriente più che altrove, non solo alla luce del perdurante braccio di ferro con Washington tanto più se trovasse conferma un indurimento dell’approccio americano alla problematica regionale. Ma anche in presenza dell’assertività visibilmente accresciuta di una potenza regionale ambiziosa e di tutto rispetto come la Turchia. I cui dirigenti, dopo avere ordinato l’abbattimento di un aereo militare russo all’indomani dell’intervento in Siria del grande vicino, rischiando tranquillamente il peggio, hanno annunciato adesso, per bocca di Erdogan personalmente, di non temere affatto di venire ai ferri corti con quello che resta il loro più grande alleato. Non si sa con quanto sollievo del loro nuovo e più grande amico, che ad ogni buon conto, come ci tiene ad assicurare a tutti i livelli, ha perdonato ma non dimenticato lo sgarro dell’aereo.

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