domenica, Settembre 19

Russia e Germania, una strana coppia Il rinnovo della “grande coalizione” a Berlino sembra destinato a confermare il pur controverso approccio tedesco ai rapporti con Mosca

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L’ambiguità, in politica, è probabilmente inevitabile se non proprio obbligatoria, al di là delle più limpide ed oneste intenzioni. Lo è, quanto meno in apparenza, soprattutto nei rapporti internazionali, dove la forza, militare ed economica, la fa così spesso, se non sempre, da padrona nonostante ogni fermezza sui più sani principi. Per evitare che forze e obiettivi opposti vengano ineluttabilmente ai ferri corti anche l’ambiguità si rivela non di rado una risorsa preziosa, benché sgradevole fin che si voglia.

Lo dimostrano, nella storia e nella piena attualità odierna, i rapporti tra due grandi Paesi europei come la Germania e la Russia. Tradizionalmente non solo intensi, ma accomunati da una singolare, reciproca attrazione, diciamo pure ambivalente piuttosto che ambigua, ossia facile a cambiare di segno al punto da tramutarsi talvolta in fiera avversione. Pronta però, a sua volta, a capovolgersi subito dopo.

La Russia “eterna” ha sempre celebrato come uno dei suoi più memorabili trionfi quello medievale di Aleksandr Nevskij sui Cavalieri teutonici invasori. Quella postcomunista ricorda però come uno dei suoi sovrani più gloriosi Caterina II, principessa tedesca, tanto più oggi dopo la riconquista della Crimea strappata proprio da lei al dominio tataro-ottomano.

Otto von Bismarck, artefice dell’unificazione nazionale, elevò una stabile intesa per il rispetto reciproco con l’Impero zarista a caposaldo della politica estera di Berlino. Secondo gli storici, proprio la sua trasgressione da parte dei successori del “cancelliere di ferro” contribuì in modo determinante a scatenare la prima guerra mondiale, ugualmente fatale, tra l’altro, per l’Impero guglielmino come per quello dei Romanov.

Ne conseguì la rivoluzione bolscevica, voluta e attuata da Lenin tornato in Russia dall’esilio, nel 1917, in un vagone piombato tedesco e ben provvisto (come si è sempre e fin troppo volentieri sottolineato) di soldi fornitigli dal Kaiser, subito ripagato con l’uscita russa dal conflitto nel quale l’ultimo zar stava del resto avendo la peggio. L’arma più potente e temuta in mano al grande rivoluzionario era però la dottrina marxista, elaborata da due pensatori tedeschi, sia pure di origine ebraica, e da lui stesso integrata e applicata con qualche forzatura alla specifica realtà russa.

Ne nacque un legame ideale tra i due Paesi che non venne meno neppure dopo l’avvento di Stalin alla testa del “primo Stato socialista del mondo”. Grazie, anche, alla loro temporanea solidarietà contro i vincitori della “grande guerra”, testimoniata dalla possibilità offerta alla Repubblica di Weimar di addestrare in terra russo-sovietica le sue nuove forze armate, assoggettate a pesanti limitazioni in patria.

Poi arrivò Adolf Hitler, nemico giurato del bolscevismo, e le cose naturalmente cambiarono. Non subito, tuttavia, e non del tutto. Allo scoppio della seconda guerra mondiale (1939) diede luce verde un patto di non aggressione proprio tra Hitler e Stalin seguito dalla spartizione tra Terzo Reich e Unione Sovietica della Polonia aggredita e rapidamente sconfitta.  

Un paio di anni più tardi avviene qualcosa di straordinario. Padrone ormai di quasi tutta l’Europa, Hitler attacca la stessa URSS e l’invasione nazista è inizialmente travolgente, con conseguenze disastrose per l’Armata rossa già dissanguata dalle epurazioni staliniste, anche perché il “padre dei popoli” non vuole credere fino all’ultimo a quanto sta accadendo e ordina che i rifornimenti ferroviari al nemico già in marcia continuino regolarmente, senza che i collaboratori, allibiti, osino contraddirlo.  

Stalin avrà comunque modo di rifarsi e la disfatta finale della Germania viene coronata dalla sua spaccatura in due Stati previo complessivo ridimensionamento. Quello orientale, denominato Repubblica democratica tedesca, dopo la fine dell’esodo grazie all’erezione del famigerato muro di Berlino, diventa la prima della classe tra i cosiddetti satelliti dell’URSS, una sorta di vetrina del “campo socialista” che cerca di rivaleggiare con la ben più grande e prospera Repubblica federale, saldamente inserita nel campo occidentale capeggiato dagli Stati Uniti.

La “guerra fredda” tra Est e Ovest vede la RFG (o RFT) in prima linea e ufficialmente impegnata a rivendicare e perseguire la riunificazione nazionale, che Mosca, in un primo tempo, sembrerebbe disposta a concedere in cambio però della neutralizzazione del Paese nel suo complesso.

Non se ne fa niente, ma nel quadro della relativa distensione generale prodottasi propiziata dalla scomparsa di Stalin la Germania-ovest assume un ruolo di punta nelle aperture verso i dirimpettai orientali, che culminano nel riconoscimento della RDT in quanto Stato sia pure a “sovranità limitata”, non più bollato ad ogni buon conto come semplice “zona di occupazione sovietica”.

E’ la famosa Ostpolitik di Bonn (capitale provvisoria della RFG), inscenata negli anni ’70 dai governi a guida socialdemocratica, con il cancelliere Willy Brandt primo grande protagonista. I governi alleati si accodano, benchè non manchino diffidenze e preoccupazioni per un possibile scivolamento tedesco su posizioni troppo concilianti verso lo schieramento politico-ideologico antagonista a livello planetario.

In realtà, l’Ostpolitik non solo sfocia nel giro di un ventennio nella riunificazione tedesca in termini di sostanziale annessione della RDT alla RFG con il pieno consenso del Cremlino (che molti, a Mosca e dintorni, rimprovereranno a Michail Gorbaciov). Contribuisce altresì, attraverso una concatenazione di multiformi sviluppi, a destabilizzare il “campo socialista” provocando lo sfaldamento dell’intero blocco orientale e il crollo dei singoli regimi comunisti, compreso infine anche quello dominante con annessa disintegrazione della stessa Unione Sovietica.

Si è entrati così in una fase nuova e apparentemente molto diversa dei rapporti internazionali soprattutto nel vecchio continente ma anche su scala mondiale. Con un sempre salutare riavvicinamento tra l’intera Germania e una Russia ridimensionata, certo, dalla sconfitta subita nel lungo scontro con l’Occidente. E tuttavia destinata a ribellarsi alle sue conseguenze che, per consapevole scelta dei vincitori o in forma in certo qual modo automatica (non è facile appurarlo), sono andate più in là dell’accettabile da parte di quella che rimaneva una potenza orgogliosa e rispettabile con propri interessi più o meno legittimi.

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