giovedì, Maggio 13

Russia di ricchi e poveri Come in altri Paesi la sperequazione sociale si accentua ma su basi economiche meno avanzate

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Non è detto, e forse è anche poco probabile, che vada a buon fine la recente proposta di un deputato della Duma di istituire per legge una nuova festività in onore degli uomini “cortesi” (vezhlivyie), ovvero galantuomini. Sarebbero i militari russi che hanno contribuito alla  pacifica riconquista della Crimea nello scorso marzo, ma la data suggerita è il 7 ottobre, giorno del compleanno del sessantaduenne Vladimir Putin.

Per quanto risulta dai sondaggi la popolarità domestica del presidente russo è tuttora alle stelle, grazie proprio alla suddetta impresa e ai suoi seguiti sempre in terra ucraina. Non è però scontato che un legittimo sentimento di orgoglio nazionale e la riconoscenza a chi lo ha risvegliato, dopo lunghi anni di amarezze, possano essere coltivati al meglio confermando il sospetto che stia nascendo un nuovo “culto della personalità” di staliniana memoria.

Dopotutto, la nostalgia dell’URSS, per quanto diffusa e spesso forte, è meno prevalente (se davvero lo è) e più controversa nel Paese dell’entusiasmo per la riscossa della Russia postcomunista, e appare comunque più selettiva oltre che concentrata soprattutto nelle generazioni più anziane. Lo stesso entusiasmo patriottico, d’altra parte, sembra almeno da qualche settimana in fase calante. Anche qui parla la demoscopia. I ricercatori del Fondo “Opinione pubblica” hanno riscontrato un netto calo di interesse popolare per gli sviluppi in Ucraina e dintorni non attribuibile soltanto al successo ormai acquisito in Crimea e al relativo ristagno della situazione nel Donbass.

Un’altra indagine, condotta dal settimanale ‘Argumenty i fakty’, ha rivelato che solo il 43% di un campione considera il tema primo per importanza e meritevole di attenzione quotidiana sui media. Il 27% dichiara di averne abbastanza, il 19% ritiene più scottanti i problemi interni del Paese e l’11% si limita a confessare il calo di interesse.

Quali siano i problemi interni più scottanti è stato confermato, se ce n’era bisogno, da una rilevazione effettuata in settembre dal Centro Levada, un istituto indipendente. Le maggiori preoccupazioni popolari risultano causate, nell’ordine, dall’incessante aumento dei prezzi e dall’impoverimento della maggioranza della popolazione. Non si tratta certo di una novità né di una sorpresa. Va invece sottolineata la causa che figura al terzo posto della classifica: la disuguaglianza sociale, il crescente divario tra la parte più agiata e quella più indigente della popolazione, che per il 30% dei russi costituisce il principale motivo di malcontento.

Anche questa non è una novità, almeno per quanto riguarda il dato di fatto, che del resto accomuna la Russia a gran parte del mondo, benchè a Mosca e dintorni si cominci con qualche ritardo a partecipare al dibattito planetario innescato dalla pubblicazione dell’ormai celebre opera del “nuovo Marx” francese, Thomas Piketty.

Si tratta di un dato generalmente documentato su base scientifica dall’Indice Gini ma ricavabile, con risultati ugualmente eloquenti, anche dal semplice rapporto tra i redditi del 10% più ricco e quelli del 10% più povero di una popolazione. Nel caso russo il quoziente è un 16 abbondante, che pone il Paese vicino agli Stati Uniti o all’Uganda ma alquanto al di sopra della media europea, dove il divario massimo (15) si registra in Portogallo. Il minimo mondiale è invece del Giappone (4,5).

Da alcuni anni, per la verità, questo indice è calato di qualche frazione di punto  restando però superiore a 16. Sono gli anni in cui la Russia ha continuato in prevalenza a crescere economicamente, pur rallentando, mentre altrove e in particolare in Occidente infuriava la crisi. Di oltre tre punti era stato invece l’aumento della sperequazione sociale dal 1995 (quando il Paese era ancora lontano dal decollo) al 2007, anno in cui venne raggiunto il picco (16,7).

Se è vero, come pare, che in tempi di crisi economica la disuguaglianza tende a crescere, la Russia odierna ha poco di che rallegrarsi. La sua economia, infatti, sta attraversando una fase di sostanziale stagnazione sempre più vicina alla recessione, generata da un modello che sembra avere esaurito la sua carica propulsiva e aggravata adesso dalle molteplici ripercussioni delle sanzioni occidentali per la crisi ucraina. D’altronde, la crescita e l’insieme dei progressi conseguiti sotto la presidenza (diretta o indiretta) di Putin rischiano di bloccarsi a metà strada. La Russia non possiede soltanto una struttura produttiva più da Paese sottosviluppato che avanzato, ma anche il suo livello attuale di sviluppo ovvero di benessere complessivo la lascia ancora parecchio indietro rispetto alla media occidentale. Ad esempio ha recentemente superato un’Italia in piena crisi, a quanto risulta, in termini di PIL assoluto, ma avendo una popolazione molto più che doppia il suo PIL pro capite rimane intorno alla metà di quello italiano, mentre non molto superiore alla metà è il suo PIL pro capite a parità di potere d’acquisto.

A livelli così relativamente bassi è evidente che le sperequazioni si fanno sentire di più che a livelli più elevati, e ciò anche ad effetti politicamente rilevanti. Nella Russia sovietica erano diffusi umori del tipo “pazienza se sono povero, quello che non sopporto è che il mio vicino sia molto più ricco di me”. I russi hanno abbondantemente dimostrato, sotto Stalin ma non solo, di saper sopportare molto, per amore o per forza, ma il quadro economico-sociale che presenta l’attuale Russia postcomunista è sicuramente molto peggiore da quel particolare punto di vista nonostante tutti gli oggettivi miglioramenti.   

Nel 2013, secondo le statistiche ufficiali, la massa di quanti vivono al di sotto della soglia di povertà è aumentata di 300 mila unità raggiungendo un totale di circa 18 milioni di persone, pari all’8% della popolazione. L’aumento ha preceduto quindi l’arrivo delle sanzioni, la frana del rublo, la morìa di banche e il crollo dei prezzi mondiali del petrolio, sulla cui esportazione insieme a quella del gas si regge l’intera economia nazionale. Di contro a questi dati sta lo spettacolo inesauribile dei cosiddetti oligarchi, i magnati del settore privato che insieme ai colossi di Stato dominano da sempre la scena economica e continuano imperterriti a sfoggiare la loro opulenza e voracità in casa e soprattutto all’estero nonché ad asportare, sfidando congelamenti e confische, una massa di capitali che mai come adesso sarebbero oltremodo utili in patria. Il tutto contando sulla piena protezione, sinora, del Cremlino, alla sola condizione di non creare problemi politici a Putin. Impopolarissimi tra la gente comune e visti alquanto di malocchio anche dall’opinione pubblica qualificata (a meno che non si tratti di media da loro controllati), gli oligarchi, collettivamente bollati anche come “aristocrazia offshore”, sono però solo la punta dell’iceberg formato dai privilegiati.

E’ recente la scoperta di un trasferimento illegale all’estero, attraverso banche moldave, di fondi per 700 miliardi di rubli (pari a quasi una ventina di miliardi di euro) da parte di numerosi uomini d’affari e banchieri non di primissimo piano. Miliardi che vanno ad aggiungersi ad un deflusso già noto, per così dire normale e comunque in aumento, anzi secondo alcuni esperti destinato a raggiungere dimensioni catastrofiche alla fine di quest’anno.

C’è poi l’intera categoria dei pubblici funzionari che, analogamente al ceto politico, gode di poca o nessuna simpatia nonché di pessima reputazione sia per i loro privilegi sia per il loro coinvolgimento in un altro fenomeno di massa come la corruzione. La quale si estende del resto agli strati più bassi dell’imponente apparato statale e viene combattuta dal governo e dalla magistratura, malgrado le promesse e i proclami, in modi e forme che riscuotono scarsissima credibilità fiducia.

L’alta burocrazia, ciò nonostante, ha beneficiato di lauti e ripetuti miglioramenti retributivi, tanto più criticati in quanto comprendenti compensi collaterali raramente precisati e precisabili nonché, verosimilmente, tali da agevolare un’evasione fiscale non meno diffusa della corruzione, forse combattuta in modo un po’ più efficace ma per lo più considerato ancora insoddisfacente.

Non sono mancati neppure aumenti di stipendio e salario ai dipendenti pubblici e privati in generale, in misure però meno generose e raramente tali da controbilanciare il rincaro di beni e servizi. Il semplice lavoratore russo percepiva in media circa 27 mila rubli mensili nel 2012 saliti a 32 mila (pari a circa 800 euro) oggi. Il pensionato deve invece accontentarsi di 11 mila rubli. Il 71% dei cittadini, comprensibilmente, non possiede alcun tipo di risparmio. 

Si lamenta in particolare il trattamento di alcune categorie di lavoratori, la cui condizione disagiata si ripercuote indirettamente anche su quella degli altri e della società nel suo complesso. E’ il caso degli insegnanti, ad esempio, cui si sostiene che venga negato il minimo vitale, o del personale sanitario, penalizzato da remunerazioni che illustri clinici definiscono umilianti al punto da contribuire a rendere tale anche il confronto con il sistema sanitario americano, tra l’altro a proposito delle misure anti-Ebola che pure vengono date per rassicuranti.

Dalle critiche, denunce e proteste per questo stato di cose viene sinora risparmiato il solo Putin o quasi, secondo del resto una vecchia tradizione russa che permette di sparare più o meno liberamente su tutti salvo il capo supremo, dal quale ci si attende, o si lascia credere che ci si attenda, la riparazione di tutti i mali. Fino a quando sarà ancora così, tenuto conto che le prospettive di miglioramento a breve scadenza non sono affatto brillanti?

Oltre a Putin, uno dei pochi alti dirigenti che godono di buona stampa e benevolenza popolare è il ministro della Difesa, Dmitrij Sciojgu. C’è da domandarsi se la sua quotazione non subirà qualche danno, e con lui anche quella del presidente, in seguito allo stanziamento di una cifra record per le spese militari: 81 miliardi di dollari nel 2015, pari al 4,2% del Pil e quindi superiore anche alla quota USA (3,8% nel 2013).

Resta da vedere, insomma, se il rifiorito patriottismo russo non si appassirà in qualche misura, con conseguenze anche di carattere personale, di fronte allo stridente contrasto tra la condizione generale del paese e le risorse devolute al sostegno di una politica estera verosimilmente non destinata ad incontrare favori illimitati.

 

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