venerdì, Maggio 7

Russia e criptorublo: strategia o rivoluzione? Le ragioni politiche ed economiche dietro la mossa di Putin, le reazione della community dei bitcoin

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L’annunciato ‘lancio’ del criptorublo è stato seguito da vicino dall’ormai vasta ed eterogenea comunità di utilizzatori delle criptovalute. Ma al contrario di quanto si potrebbe pensare, il criptorublo non viene percepito come una minaccia: le differenze che lo separano dalle criptovalute tradizionali lo rendono infatti un concorrente poco pericoloso e, in definitiva, poco credibile. Secondo Davide Michielotto, membro del Team Bitcoin Veneto, società di consulenza nel campo delle criptovalute: ”Innanzitutto il criptorublo non è una criptovaluta in senso stretto perché non è basato su quella che viene chiamata blockchain pubblica, il registro condiviso in cui sono tracciate tutte le transazioni di una criptomoneta e che è alla base di criptovalute quali bitcoin e non solo. Il criptorublo al contrario si caratterizza per essere una moneta scritturale, che non viene distribuita sul mercato in maniera orizzontale, ma, al contrario viene calata dall’alto ad opera di una banca centrale”.

Ne è convinto anche Marco Amadori, CEO di Inbitcoin, azienda leader in prodotti e servizi per l’uso di Bitcoin: “Il discorso intorno ad una valuta emessa dallo Stato si collega all’interrogativo se sia ammissibile una blockchain che non sia un registro pubblico e condiviso quale quello su cui si basano i bitcoin, ma al contrario un registro privato in mano a un solo soggetto o una sola istituzione. Una blockchain ‘privata’ lascia abbastanza indifferenti la community delle criptovalute perché non eredita le proprietà della blockchain ma soltanto la notorietà. La blockchain sulla quale si basa, ad esempio, il bitcoin, è un registro ad accesso aperto a tutti e decentralizzato, al contrario, laddove lo si dovesse rendere un sistema centralizzato e chiuso, una blockchain non potrebbe più essere considerata tale. Quello che potrebbe invece accadere e che presenterebbe prospettive più interessanti, sarebbe la creazione di una moneta digitale nazionale basata non su un database privato nelle mani della banca centrale, ma su una blockchain pubblica e solida quale quella alla base del Bitcoin”.

Il fatto che l’emissione del criptorublo sia accompagnata dall’annunciata messa al bando nel Paese di tutte le altre criptovalute esistenti non viene considerato un pericolo credibile dalla comunità dei bitcoin. “La messa al bando del bitcoin non è tecnicamente possibile, anche se la Russia è capace di esercitare un controllo molto penetrante sui mezzi di comunicazione e sulle reti virtuali” – sostiene Michielotto – “Analogamente, la Cina tempo fa ha tentato di introdurre un bando dei bitcoin ma non ha avuto successo. Il Bitcoin, così come le altre criptovalute aventi le stesse caratteristiche, non permette a nessun ente o istituzione di averne il controllo e il semplice concetto di una moneta non controllata né controllabile da qualcuno è un concetto abbastanza difficile da comprendere per un Governo”.

Secondo Marco Amadori, “una mossa come quella della Russia potrebbe essere letta come un’iniziativa per indurre la gente a tenere un atteggiamento più prudente nei confronti della criptovaluta, un’iniziativa dettata quindi da una sorta di paura dei governi nei confronti della criptomoneta, nonostante si tratti di un fenomeno ancora in larga parte sperimentale e non in grado di impensierire troppo i grandi circuiti finanziari. Il criptorublo potrebbe essere quindi una boutade politica per mezzo della quale tentare di mettere al bando il fenomeno bitcoin, ma tali annunci rischiano di sortire l’effetto opposto. Quando due anni fa analisti collegati al Governo russo avevano affermato che il bitcoin sarebbe stato perseguito, tale dichiarazione aveva al contrario suscitato la curiosità dei cittadini nei confronti del fenomeno”.

La recente mossa russa può essere considerata parte di una strategia, ad opera dei poteri finanziari, volta a tentare di mettere sotto controllo le criptovalute per poter governarne gli aspetti più imprevedibili, una strategia che tuttavia non ha avuto successo. “Indubbiamente già da qualche anno si assiste a tentativi di ‘imbrigliare’ il fenomeno criptovalute” – sottolinea Davide Michielotto – “il Consorzio R3, formato da un centinaio fra le maggiori banche internazionali fra le quali vi sono anche le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit, ha studiato il sistema della blockchain al fine di utilizzarlo per la creazione di Corda, una piattaforma digitale per la registrazione delle transazioni finanziarie, ma nonostante i milioni spesi, tale iniziativa non sembra si sia conclusa con successo. Il problema è dato dal fatto che se l’utilizzo delle tecnologie alla base della criptovaluta è facile, non altrettanto semplice è dare credibilità ad una criptomoneta emessa da uno Stato. Ogni Stato potrebbe, in teoria, creare una propria criptovaluta, la vera sfida sta nel vedere quanta fiducia riscuote tale moneta sui mercati internazionali e da questo punto di vista il criptorublo seguirebbe la stessa sorte del rublo tradizionale, una valuta debole e che non gode di grande credibilità nel mondo finanziario”.

L’intervento delle banche centrali nel mercato delle criptovalute presenta tuttavia un possibile rischio che, benché improbabile, non può essere escluso a priori. Secondo Davide Michielotto “potrebbe accadere che un Governo decida di immettere una grande quantità di moneta elettronica, quale il criptorublo, nel mercato della criptovaluta, un mercato relativamente piccolo, pur con la sua capitalizzazione intorno ai 150 miliardi di dollari, rispetto ai grandi circuiti internazionali. In questo caso il mercato dei bitcoin potrebbe effettivamente essere manipolato: si tratta in ogni caso di un’ipotesi costosa e con scarsi risultati in materia di ritorno di immagine e di guadagni economici, ma qualche ‘pazzo’ potrebbe effettivamente pensarci”. E gli attori politici internazionali ‘pazzi’ o semplicemente imprevedibili, da Occidente a Oriente, certo non mancano.

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