lunedì, ottobre 22

Russia e criptorublo: strategia o rivoluzione? Le ragioni politiche ed economiche dietro la mossa di Putin, le reazione della community dei bitcoin

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Lo Stato entra nel mondo delle criptovalute. Il Presidente russo Vladimir Putin ha infatti annunciato la futura emissione, da parte della Russia, di una criptomoneta nazionale. Il criptorublo, così è stato soprannominato, sarebbe destinato a diventare l’unica valuta digitale autorizzata in Russia, laddove tutte le altre criptovalute, come il bitcoin, verrebbero vietate. Il lancio del criptorublo è dato per certo dal Ministro russo per le Comunicazioni Nikolaj Nikiforov: «Posso dire con certezza che noi lanciamo il criptorublo per un solo motivo: se non lo facciamo noi lo faranno i nostri vicini dell’Unione Euroasiatica». Una decisione, quella russa, che non appartiene solo al mondo della finanza o a quello, più nuovo e inesplorato, della valuta digitale, ma che, al contrario, è determinata da precise ragioni politiche.

Secondo il Professor Alessandro Figus, Docente di Scienze Diplomatiche alla Link Campus University ed esperto di geopolitica dell’Est Europa, “la mossa della Russia è strettamente legata al contesto politico internazionale. Da una lato, costituisce infatti una reazione a quella sorta di ‘embargo’ nei confronti del Paese derivante dalle sanzioni economiche imposte dall’Occidente, un embargo che comunque non è totale in quanto a Mosca arrivano comunque merci provenienti da Paesi quali Bielorussia o Moldova. Il Cremlino vuole far comprendere come lo sviluppo economico della Russia stia proseguendo nonostante le sanzioni occidentali. In secondo luogo, con il lancio del criptorublo, la Russia intende approfittare del raffreddamento dei rapporti bilaterali fra Unione Europea e Stati Uniti, dovuto a molteplici questioni, l’ultima delle quali la recente posizione statunitense su Israele, al fine di inserirsi nelle dinamiche Usa-Ue e creare delle alternative, anche economiche, alle tradizionali relazioni fra Vecchio Continente e Stati Uniti. L’operazione del Cremlino è una mossa dalla forte valenza politica in quanto finalizzata ad attrarre verso di sé il mercato europeo: la creazione di una moneta digitale nazionale in alternativa al bitcoin dimostra ai partner europei come anche la Russia si stia adattando ai cambiamenti che attualmente investono il sistema economico e monetario mondiale. Il presidente Vladimir Putin vuole essere presente in ogni settore economico e in ogni strategia geopolitica: siamo di fronte a una nuova Guerra Fredda che si gioca non più solo sulle armi ma anche e soprattutto sull’economia. E in questa ‘guerra’ la Russia vuole mandare un messaggio chiaro agli europei, invitandoli a non seguire più soltanto gli Stati Uniti per la loro crescita economica. Vi sono infatti numerosi Paesi nell’area dell’Est europeo e nella regione baltica che sono uniti da rapporti ancora molto forti con gli Usa, maggiori dei loro legami con l’Unione Europea, come è dimostrato dal fatto che alcuni di essi, pur essendo nella UE, non hanno adottato la moneta unica. E questi non sono gli unici Paesi che la Russia vuole attrarre a sé, vi è infatti anche la Germania, la quale sta stringendo un’alleanza molto stretta con Mosca per l’approvvigionamento del gas naturale. Il criptorublo è parte quindi di una strategia politico-economica con la quale la Russia sta cercando di rendersi più attrattiva per il mercato europeo e per i cittadini europei stessi”.

La volontà di creare una criptovaluta nazionale sembra essere in contrasto con la posizione di contrarietà a a criptomonete quali il Bitcoin più volte espressa in passato dal leader del Cremlino, ma in realtà si tratta di una contraddizione solo apparente: “Putin ha dei consiglieri che lo assistono ma in ogni caso le decisioni finali le prende lui e sono decisioni che rispondono sempre all’interesse nazionale. Pertanto, se l’interesse nazionale del momento muta, allora cambia anche la posizione su una determinata questione, basti pensare ai rapporti della Russia con la Turchia riallacciati recentemente dopo anni di gelo” – afferma Figus – “La Russia sta approfittando dell’attuale momento di debolezza interna degli Stati Uniti, debolezza a cui sarebbe da ascrivere anche la recente decisione di Trump su Gerusalemme, per aumentare la propria forza e il proprio peso politico. Il Cremlino ha visto come le criptovalute siano al centro dell’attenzione mediatica mondiale e ha deciso di utilizzarle a suo vantaggio. Questo non esclude che Putin possa ritornare sui suoi passi qualora gli dovesse convenire, ma in un caso o nell’altro la sua strategia punta a far mantenere al Paese un ruolo nel mondo. La Russia non può permettersi di essere insignificante o poco presente nelle grandi tematiche dell’attualità: il bitcoin e la criptovaluta in generale sono la ‘moda’ degli ultimi mesi pertanto la Russia deve giocare da protagonista e affermarsi anche in questo settore”.

Non bisogna inoltre dimenticare come una criptomoneta ‘made in Russia’ quale il criptorublo possa costituire una suggestiva arma nazionalista destinata a opporsi alle valute digitali occidentali quando non addirittura a soppiantarle, perlomeno nei pensieri del Governo di Mosca. “Il criptorublo è una versione russa del bitcoin occidentale, pertanto potrebbe essere considerato uno strumento per alimentare lo scontro ideologico fra Russia e Stati Uniti, un modo per far capire al mondo che anche Mosca è all’avanguardia nelle criptovalute e che queste pertanto non rappresentano un’esclusiva di noi occidentali”, afferma Figus.

Infine, la mossa della Russia non può non essere collegata con l’intenzione, più volte ventilata dalla Cina, di introdurre anch’essa una criptomoneta di stampo statale. “Pur con le dovute differenze, sulla geopolitica Russia e Cina viaggiano all’unisono e si ascoltano reciprocamente molto più di quanto avveniva un tempo. Questo accade perché i due Paesi hanno trovato anche un punto di incontro sull’economia: la Russia considera il bitcoin inaffidabile e preferisce puntare su una criptovaluta emessa dallo Stato, quale il criptorublo, la Cina si muove allo stesso modo perché ha anch’essa in mente di porre in essere una politica economica di Stato, addirittura più legata al sistema economico statalista di quanto lo sia la Russia” – sottolinea Figus – Inoltre, tanto la Russia quanto la Cina hanno deciso di fare fronte comune contro il possibile scoppio di quella che viene considerata la nuova bolla speculativa legata al fenomeno bitcoin attraverso la creazione di criptomonete che possano costituire delle alternative, le quali sono finalizzate alla tutela dei rispettivi interessi nazionali. Con l’obiettivo ultimo di contrapporsi all’Occidente e ai suoi prodotti, nel contesto di una nuova Guerra Fredda combattuta con mezzi più moderni ed evoluti rispetto al passato”.

L’annunciato ingresso della Russia nel mercato delle criptomonete ha tuttavia implicazioni non solo politiche, ma anche economiche. Ne è convinto Fabrizio Dragosei, articolista del Corriere della Sera da Mosca e autore del libro ‘Così parlò Hitler’, edito con Mursia Edizioni nel 2015, il quale individua, dietro l’operazione russa, una precisa strategia volta da un lato ad attrarre nuovi investitori, dall’altro ad impedire che i capitali già presenti in Russia prendano altre destinazioni uscendo così dal Paese. “L’annunciata decisione russa di emettere una criptovaluta nazionale può essere considerata come un’idea finalizzata a creare un equivalente dei bitcoin che sia però emesso, controllato e soprattutto tassato da parte dello Stato. La Russia ha una situazione di capitali particolarmente instabile in quanto molti di questi capitali spesso ‘fuggono’ dal Paese per cercare una remunerazione altrove, pertanto la leadership del Cremlino ha innanzitutto la necessità di mantenere gli investimenti all’interno della Russia. Alcuni studi economici prevedono inoltre un forte calo del rublo per il 2018 e questo può contribuire al rallentamento della crescita, la quale si attesterà a un 2%, una cifra molto bassa rispetto all’8% a cui i russi erano abituati diversi anni fa. La svalutazione del rublo porterebbe quindi a un ritorno dell’inflazione in un Paese, come la Russia, che può essere considerato sotto alcuni profili come una ‘grande Arabia Saudita’ perché da un lato concentra le sue esportazioni prevalentemente su energie e materie prime, dall’altro produce poco per il mercato interno dipendendo in larghissima parte dalle importazioni estere. In questo contesto economico, una scelta inusuale quale l’emissione di una criptomoneta di Stato costituisce un mezzo non solo per attirare nuovi investimenti sul Paese, ma anche e soprattutto per evitare che i capitali che già si trovano all’interno della Russia possano uscirne”.

Una mossa che potrà rappresentare, per Mosca, una possibile occasione per “mitigare le conseguenze delle sanzioni imposte alla Russia dall’Occidente le quali influenzano il mercato interno sia sul lato finanziario che sul lato tecnologico” – sottolinea Dragosei – “Con il criptorublo la Russia spera di spingere gli investitori sia russi che stranieri ad andare a portare nel Paese quei capitali che potranno poi essere utilizzati per finanziare quelle imprese russe che a causa delle sanzioni non trovano più liquidità a livello internazionale”.

Naturalmente l’effettiva utilità di tale mossa in chiave anti-sanzioni è tutta da dimostrare e potrebbe non rivelarsi così scontata: “In Russia vi è quella tendenza un po’ sovietica per la quale un decreto o una decisione vengono considerati sufficienti a far sì che una cosa avvenga. La stessa cosa è avvenuta quando in forza di decreto fu avviato lo sviluppo delle nanotecnologie e la realizzazione di una sorta di Silicon Valley russa destinata alle industrie ad alta tecnologia: vi è stata questa decisione e sono stati spesi miliardi di dollari ma poi non vi sono stati risultati concreti perché non si può far nascere una Silicon Valley semplicemente affermando di volerla fare. La stessa cosa potrebbe avvenire per il criptorublo, la leadership russa ha annunciato questa iniziativa ma bisognerà poi vedere se produrrà effetti tangibili e concreti”, conclude Dragosei.

Il criptorublo promette inoltre di essere un utile strumento per consentire l’emersione di attività sommerse o illecite attraverso il sistema di tassazione a cui sarà sottoposto: “La Russia intende applicare una tassazione del 13% sulle plusvalenze generate dalle transazioni del futuro criptorublo. Qualora, al contrario, l’importo sulla plusvalenza non venisse pagato, verrebbe sottoposto a tassazione l’intero importo della transazione, pertanto da questo punto di vista la flat tax costituisce un mezzo potenzialmente utile per consentire l’emersione di redditi sommersi”, afferma Dragosei. Ma al di là dei risultati concreti di tale tassazione, i quali potrebbero essere vanificati dall’elusione fiscale presente nel Paese, tale mossa costituisce un’indubbia ‘arma’ di propaganda per la leadership russa, particolarmente utile in vista delle elezioni politiche del marzo prossimo. “In tali elezioni il Presidente Putin punta a una conferma plebiscitaria del suo mandato: se infatti l’esito dell’elezione è scontato, la vera sfida sarà nell’ottenere un’affluenza alle urne sufficientemente alta da giustificare la permanenza al potere. In vista delle elezioni risulta particolarmente utile il lancio di un’operazione, come il criptorublo, presentata come una mossa in grado di combattere la corruzione, aumentare la trasparenza e ‘combattere’ contro chi non solo utilizza i ‘rivali’ bitcoin, ma per giunta li porta al di fuori della madre patria”, conclude Dragosei.

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