giovedì, Settembre 23

Russia, connubio tra Stato e Chiesa Putin credente e praticante conta sulla religione per consolidare la stabilità interna, difendere i valori tradizionali e sostenere la politica estera

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Venerdì scorso ricorreva in Russia, come in tutti gli altri Paesi di predominante religione ortodossa, la festa dell’Epifania, con tredici giorni di ritardo rispetto ai Paesi cattolici perché le loro Chiese osservano l’antico calendario giuliano (risalente proprio a Giulio Cesare) anziché quello gregoriano da secoli in uso dovunque.

L’ha festeggiata anche Vladimir Putin, già agente del KGB sovietico prima che del FSB, suo erede russo, e nel più tradizionale dei modi: immergendosi a torso nudo nelle acque gelide di un laghetto a 250 chilometri a nord di Mosca, presso un vecchio monastero e naturalmente sotto l’occhio delle telecamere nonché vari monaci con le insegne del caso sullo sfondo, per rinnovare a scopo di purificazione il rito del battesimo.

Dodici giorni prima il principale inquilino del Cremlino aveva partecipato, non da semplice spettatore, anche alle celebrazioni del Natale ortodosso, in una chiesa di San Pietroburgo, sua città natale nonchè trampolino di lancio della sua carriera politica. Per esibire il loro zelo religioso (che non esclude necessariamente una fede sincera, beninteso) hanno scelto invece, a Mosca, la cattedrale di Cristo salvatore il premier Dmitrij Medvedev, vari membri del governo federale e altri alti dignitari.

Dopo un settantennio abbondante di comunismo ateo e a dispetto di una Costituzione post-comunista che sancisce il carattere laico della nuova Federazione, la Russia multietnica e pluriconfessionale si avvia forse a diventare uno Stato teocratico, seguendo l’esempio del vicino e ora amico Iran musulmano? Probabilmente no, anche se non mancano nel Paese forze ed ambienti che non vedrebbero di malocchio una simile riconversione.

Non c’è dubbio però che il legame tra lo Stato russo e la Chiesa ‘pravoslava’ (cioè ortodossa, come si denomina ufficialmente) stia divenendo sempre più stretto, a prescindere dalle apparenze e dalle esibizioni e parecchio al di là di quanto poteva verosimilmente prefiggersi Boris Etsin, primo presidente della Russia indipendente e artefice della piena riabilitazione della seconda in quanto detentrice di un forte e legittimo potere spirituale e morale. La Chiesa, in sostanza, sta recuperando o ha già recuperato il relativo status, ossia il rango di primo partner del potere statale, semmai accresciuto oggi da una tendenziale (e comunque proclamata) parità con esso rispetto alla subalternità al regime zarista in cui si trovava prima del 1917.

Un segno tangibile dell’importanza che il Cremlino attribuisce a questa partnership, specie da quando lo occupa direttamente o indirettamente Putin, sono la ricostruzione o la restituzione al clero delle chiese demolite o adibite ad altri usi durante l’era sovietica. Nel primo caso, con l’aggiunta di nuove costruzioni, si è proceduto al ritmo medio di un migliaio all’anno per quasi un trentennio, un periodo contraddistinto da un progressivo calo della popolazione totale e da crisi economiche a ripetizione.

Uno dei motivi di tanta munificenza lo ha spiegato o ribadito lo stesso presidente in carica nel suo messaggio natalizio. Vi ha infatti affermato che la festività «dà gioia e speranza a milioni di fedeli», riavvicina i cristiano-ortodossi «alle origini spirituali e alle tradizioni dei padri» e li unisce intorno agli «eterni valori cristiani» e al plurisecolare «retaggio storico e culturale del nostro popolo».

Un implicito richiamo, dunque, all’esigenza di colmare un vuoto ideale e di valori provocato dal tracollo dell’URSS e della sua ideologia almeno originariamente internazionalista oltre che materialista e classista, e insieme un appello a riscoprire le virtù di un patriottismo tradizionale non più al servizio di una malintesa e comunque fallita missione planetaria. Patriottismo del cui ricupero si avverte un particolare bisogno in un momento che vede il Paese messo a dura prova da ostilità, tensioni e conflitti esterni.

Una simile ottica collimerebbe in effetti con le posizioni antileniniste assunte in precedenza da Putin, decisamente ostile per principio a qualsiasi rivoluzione comprese le due del 1917 e chiaramente propenso a collocare la propria missione politica in continuità con l’impero zarista piuttosto che con il suo erede sovietico, nonostante tutti gli omaggi rivolti a Stalin trionfatore sul nazismo e il ben noto rimpianto per la dissoluzione dell’URSS «maggiore tragedia del secolo» scorso. Accade tuttavia che nei giorni scorsi il ‘nuovo zar’ si sia lasciato andare anche ad altre esternazioni, alquanto sorprendenti e difficilmente conciliabili con quanto sopra.

Nel corso di un pubblico dibattito, ha infatti sostenuto (dicendosi consapevole di risultare sgradito a qualcuno) che in fondo comunismo e cristianesimo hanno molto in comune e i loro rispettivi ideali non sono incompatibili, che entrambi hanno le loro radici nella Bibbia, che il comunismo era dopotutto una forma di religione e Lenin può considerarsi una sorta di santo.

Forse dimenticandosi, a quest’ultimo proposito, che il fondatore dell’URSS viene generalmente ritenuto il mandante, o quanto meno il responsabile morale ed ex officio, del massacro della famiglia imperiale nel 1918 con in testa l’ultimo vero zar, Nicola II, canonizzato nel 2000 dalla Chiesa ortodossa malgrado una santità molto discutibile, per dire il meno, a prescindere dall’innegabile martirio. Va anche notato, peraltro, che si tratta di un personaggio storico oggi tra i più apprezzati in Russia, secondo i sondaggi, non diversamente dallo stesso Stalin, certo ancor meno santo non solo per la Chiesa nazionale.

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