lunedì, Settembre 20

Russia, come emanciparsi dal petrolio Si cercano alternative ad una risorsa finora vitale ma creatrice di una dipendenza troppo aleatoria

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Putin ha finalmente annunciato che si candiderà per un quarto mandato. E sarà certamente rieletto. Resterà tuttavia da vedere con quale livello di consensi, un cui eventuale calo sarebbe sicuramente molto sgradito al Cremlino, specie quando sono in gioco come adesso scelte strategiche, in campo economico e in generale, parecchio impegnative nonchè, a quanto trapela dai più recenti sviluppi, piuttosto controverse anche, immancabilmente, per ciò che concerne la gestione del problema petrolio.

Duramente colpita dal deprezzamento dell’oro nero, la Russia non poteva esimersi dall’aderire all’accordo tra i Paesi membri dell’OPEC con in testa l’Arabia saudita, risalente al 2016 e prorogato nello scorso maggio, per la riduzione della loro produzione di greggio allo scopo di risollevare i prezzi di mercato. Non poteva anche per ragioni politiche, date le ampie convergenze cercate da Mosca in tutto il Medio Oriente sulla scia e nel contesto del suo intervento armato in Siria. Per la verità l’adesione è stata più forzata che entusiastica, al punto che da molte parti si dubitava che la Russia (come del resto anche qualche altro produttore più o meno grande) avrebbe tenuto rigorosamente fede all’impegno assunto per quanto la riguardava.

In realtà pare che l’abbia fatto, ma le riserve e i dubbi, quanto meno, evidentemente non sono stati superati ed erano destinati a ricomparire alla prima occasione. Cioè al convegno ministeriale dell’OPEC a Vienna, il 30 novembre, che doveva decidere se prorogare ulteriormente, e per quanto tempo, il suddetto accordo. Una proroga sembrava in ogni caso scontata, tenuto conto della ferma volontà in tal senso del governo saudita e della maggioranza degli altri e naturalmente anche del successo ottenuto con un aumento delle quotazioni apprezzato da quasi tutti ma verosimilmente bisognoso di un consolidamento.

Quasi tutti, ma non la Russia, che pur non essendo membro dell’OPEC è il più importante partner esterno dell’organizzazione. A Mosca si sono udite voci sorprendentemente diverse e contraddittorie sull’argomento. All’inizio di ottobre il Ministro dell’energia, Aleksandr Novak, aveva preannunciato un’adesione alla proroga, apparentemente smentita però dal suo collega dell’economia, Maksim Oreshkin, una settimana prima dell’appuntamento viennese. Parlando alla stampa, Oreshkin aveva espresso un giudizio negativo sull’accordo da rinnovare sostenendo che esso danneggia l’economia russa nel suo complesso oltre alla produzione petrolifera nazionale e in particolare agli investimenti nel settore.

Posizione, questa, probabilmente influenzata dal rallentamento della crescita del Pil nel terzo trimestre dell’anno, ma che riflette soprattutto la pressione della corrente politica favorevole ad una revisione della spesa pubblica osteggiata invece dalla corrente opposta. Dai fautori, cioè, della sua espansione, che sarebbe a sua volta incoraggiata dall’ulteriore risalita del prezzo del petrolio o anche solo dal suo permanere al di sopra dei 60 dollari al barile. Per l’espansione e quindi anche per il prolungamento dell’accordo promosso dall’OPEC risultano schierate le grandi imprese energetiche statali, mentre la prima corrente esprimerebbe piuttosto le istanze delle imprese private medio-piccole e si batte per la rivalutazione del loro ruolo, finora marginale.

Non meno rilevante, presumibilmente, è tuttavia il peso anche di altri fattori, tra i quali spicca la preoccupazione di non favorire l’ulteriore crescita della giovane produzione petrolifera americana, che a causa dei suoi costi relativamente elevati era stata duramente colpita dal crollo dei prezzi ma poi ha ripreso fiato grazie anche alla loro parziale risalita. Qui politica ed economia si mescolano, perché i nuovi idrocarburi USA minacciano di fare concorrenza a tutti sui mercati mondiali a cominciare da quello europeo, che assorbe attualmente il 70% delle esportazioni russe di greggio. Il massimo importatore singolo di queste è diventato da poco la Cina, che nonostante l’amicizia ufficiale tra Mosca e Pechino mostra comunque di voler mantenere la propria preferenza per una pluralità di fonti di approvvigionamento.

Il contrasto che si stava profilando all’esterno manifestandosi però  anche all’interno della dirigenza politica russa è stato superato, almeno per il momento, in via di compromesso. Gli emissari del Cremlino a Vienna hanno infatti detto sì alla proroga del controverso accordo, che scadrà nel prossimo marzo, fino al termine del 2018, riuscendo in compenso ad ottenere che già in giugno gli effetti concreti di tale decisione vengano sottoposti ad un primo esame per stabilire se non sia piuttosto il caso di fermarsi o di cambiare programma. Una soluzione provvisoria, dunque, quanto meno dal punto di vista di Mosca, dove il problema petrolio rimarrà comunque sul tappeto e al centro dell’attenzione anche per i suoi collegamenti con l’eventuale reinvestitura del nuovo zar.

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