giovedì, Settembre 23

Russia, assediata a San Pietroburgo e Damasco

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È di dieci morti e diverse decine di feriti il bilancio delle due esplosioni nelle stazioni della metropolitana di piazza Sennaya e di ‘Istituto Tekhnologichesk’, a San Pietroburgo, di stasera. Un terzo ordigno, nella stazione metro di Piazza Vosstania, è stato trovato e disinnescato in tempo dalla squadra anti-terrorismo nazionale (NAK). «È troppo presto per giungere a conclusioni», tuonano ‘RT‘ e i principali media russi, eppure il clima generale – stando alle interviste e alle testimonianze- fa pensare a molti russi di aver subito un contrattacco di vendetta per la politica del Cremlino in Siria, attore numero uno della lotta ai ribelli islamici del Governo di Assad.

Anche i principali canali occidentali – come la ‘CNN‘ – sottolineano, ovviamente, la possibilità della pista siriana. Il Presidente Vladimir Putin, che doveva incontrare il Premier Bielorusso Lukashenko in città, ha espresso le sue condoglianze per le vittime e non ha escluso la minaccia terroristica, seppur tutte le possibili cause siano al momento ancora da considerare. Poche ore dopo l’attacco, le Autorità confermano la pista terroristica.

L’ordigno utilizzato, piazzato sul vagone, conteneva 200 grammi di tritolo. Viktor Ozerov, deputato del Comitato della Difesa, si è detto orientato verso la pista terroristica fin dalle prime ore: «è probabilmente un attacco terroristico, tutte le prove lo indicano». Gli ordigni erano caricati con frammenti di proiettile e altro materiale pericoloso. Anche il giorno dell’attacco, forse scelto apposta per coincidere con la visita di Putin in città, è piuttosto eloquente. «La scelta del giorno e del luogo non è casuale», afferma Ozerov a ‘Sputnik’, «la città è piena di giornalisti».

L’intelligence si dice divisa e segue due piste: quella del terrorismo islamico, facilmente spiegabile dalla posizione geopolitca del Paese, e quella di un attentato organizzato da servizi segreti esteri. In ogni caso, la priorità è ora quella di tracciare i colpevoli e individuare la rete organizzativa che gli ha permesso di agire.

Intanto c’è chi festeggia: sui social, supporter dei ribelli siriani celebrano la tragedia. «Bevete lo stesso calice che i siriani bevono da 2 anni», si legge su Twitter. Nulla di nuovo, in realtà. Anche in occasione dell’attentato a Londra di una settimana fa lo streaming di Al-Jazeera aveva rivelato l’odio di parte degli spettatori, che commentavano l’accaduto con ‘reazioni’ divertite su Facebook.

Lo stesso accade ora con la Russia, bersaglio dell’odio di parte di un Medioriente da decenni  teatro di guerre spesso sostenute e finanziate da potenze esterne. La linea che indicherebbe una connessione con la politica del Cremlino in Siria appare ancora più evidente con l’attacco – quasi simultaneo – da parte del gruppo di jihadisti ribelli di ‘Hay’at Tahrir Al-Shamcontro l’ambasciata russa a Damasco. Gli jihadisti avrebbero aperto il fuoco sull’edificio con dei mortai, mancando tuttavia il bersaglio.

La situazione siriana è anche uno degli argomenti chiave che sono oggi discussi dal Consiglio degli Affari Esteri dell’Unione Europea. Sebbene l’Amministrazione Trump abbia fatto ‘dietrofront’ affermando che la rimozione di Assad non sia più «la priorità nel conflitto siriano» e che «il futuro del Governo di Damasco sarà deciso dal popolo», gli europei, rappresentati da Federica Mogherini, affermano che sarebbe «impossibile» ristabilire lo status quo politico della Siria prima del conflitto.

La Mogherini però ha confermato che «toccherà ai siriani decidere […] noi sosterremo qualsiasi decisione accettabile da tutto il popolo». Anche il Ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel ritiene la nuova posizione USA «più realistica», pur specificando – posizione condivisa anche dai francesi –  che «non può accadere che un dittatore che ha commesso crimini orribili nella regione rimanga al suo posto».

All’ordine del giorno anche la questione dei civili siriani: gli europei intendono premere poichè il Governo e i suoi alleati si facciano carico della loro responsabilità di protezione della popolazione civile. L’Unione Europea intende porre fine al conflitto seguendo la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu 2254, escludendo l’azione militare e premendo per una transizione politica sotto lo scrutinio delle Nazioni Unite. L’opposizione al regime godrà ancora del supporto europeo.

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