domenica, Maggio 16

Russia e Arabia Saudita: si incontrano i giganti del petrolio Ne parliamo con Igor Pellicciari, docente all'Università Statale di Mosca e la LUISS

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È arrivato ieri a Mosca il monarca saudita Salman bin Abdul-Aziz, il primo re saudita nella storia a visitare la Russia. I due bastioni petroliferi mondiali, a termine del summit previsto per il 7 ottobre, firmeranno una serie di documenti volti a suggellare una ripresa delle relazioni bilaterali. Proprio oggi il re saudita si incontrerà con il Premier russo, Vladimir Putin, mentre domani incontrerà il Primo Ministro, Dimitri Medvedev.

Il summit in corso prevede diversi focus di matrice politica ed economica. Da un lato verrà affrontata la questione siriana. Nel corso del conflitto in Siria, infatti, i due Paesi hanno mantenuto posizioni opposte: la Russia difendeva il regime di Bashar al-Assad, mentre Riyad apportava il suo sostegno alle fazioni ribelli.

Anche il tema ‘Iran’ sembra essere uno dei focus politici che i due leader affronteranno oggi. Riyad non nasconderà di certo a Mosca  una sua crescente preoccupazione della presenza di Teheran in Siria. Dall’altro, oltre alle questioni politiche, spiega il Ministro dell’Energia russo, Alexandre Novak, all’agenzia di stampa russa TASS e a Al-Arabyya, che i due Paesi istituiranno un fondo energetico congiunto che ammonta a circa 1 miliardo di dollari. Si tratta di un piano di investimenti comuni che coinvolgerebbe Mosca e Riyad, la cui natura sarebbe energetica, industriale e delle infrastrutture.

L’oro nero è un ulteriore ‘topic’ dell’incontro, come potrebbe d’altronde non esserlo, vista l’importanza del petrolio per entrambe i Paesi? A tal proposito, secondo quanto riporta Sputnik, il capo del Fondo Investimenti Diretti russo, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato che uno dei primi fondi di investimento potrebbe essere destinato una compagnia petrolifera in Russia, così da permettergli di lavorare effettivamente nel territorio saudita. L’obiettivo finale del summit sarà comunque la firma di documenti congiunti volti a ripristinare e aggiornare le relazioni bilaterali tra i due Paesi.

Con l’incontro di oggi, quindi, sia Putin che Re Salman sembra che metteranno da parte per un giorno i loro storici alleati, Iran e Stati Uniti rispettivamente, per raggiungere un compromesso politico ed economico. Oltre ciò, secondo il quotidiano russo Izvestia, la visita del monarca saudita nella capitale russa confermerebbe la sempre più pesante ingerenza del Cremlino nella regione del Medio Oriente.

Abbiamo analizzato quale sia il disegno geopolitico strategico e il ruolo russo in Medio Oriente e quali siano gli interessi comuni tutelati da Mosca e Riyad col summit di oggi insieme a Igor Pellicciari, docente di Russian History and Politics presso l’Università Statale di Mosca e la LUISS.

 Il summit con Riyad rientra nella strategia geopolitica di Mosca nella regione del Medio Oriente? perché?  In che modo si va strutturando, a questo punto?

 Storicamente, la Russia ha avuto una posizione ben definita in Medio Oriente – è uno degli scenari che conosce meglio. L’occidente se ne è accorto solo recentemente per via di un intervento diretto nella crisi siriana, e  per un generale ritorno della Russia come principale player a livello internazionale ma l’expertise russo in Medio Oriente ed in particolare in Siria affonda radici lontante, dai tempi del leggendario Primakov, vero e proprio Metternich della politica estera russa degli ultimi decenni. Negli ultimi 5-6 anni la politica estera russa ha acquisito molta più visibilità rispetto al passato ma la ramificazione Russa e i protocolli di intervento nell’area medio orientale sono stati perfezionati da tempo.

 Perché ce ne siamo accorti solo adesso? Perché adesso è emersa così palesemente la presenza russa in Medio Oriente?

 Sono solito dividere l’era Putin in tre fasi distinte. Durante la prima, dal 2000 al 2005, il potere era nelle mani dell’intelligence, il cui l’obiettivo era quello di rimettere in sicurezza il Paese. Dal 2005 al 2010, orientativamente, l’intelligence è tornata a svolgere le sue mansioni, e i giuristi hanno preso posizioni di prima fila nel Paese. Il loro obiettivo era la creazione di una classe media russa, in quanto erano consapevoli che alla Russia servisse un vero consenso. In effetti – al di là delle grandi retoriche -, sul fronte interno il grande risultato di Putin in questi 15 anni è stato quello di creare una classe media, o medio-bassa, appagata, il cui impatto fosse conservatore. La grande popolarità del Premier russo è anche legata a questo zoccolo duro di popolazione molto esteso. La terza fase, invece, dal 2009-2011, prevede l’intento del Paese di riprendersi un ruolo internazionale che ritiene di meritarsi.

Ed è proprio in quest’ultima fase, e per queste ragioni, che i diplomatici sono tornati in prima linea. Nello stesso manuale del diplomatico russo ideato da Evgenij Maksimovič Primakov – il grande ideatore della politica estera russa – rientra il Medio Oriente. Inoltre, tutti i suoi adepti, che ad oggi ricoprono  ruoli centrali, hanno tutti conseguito un dottorato, piuttosto che una laurea, piuttosto che ricoprire primi incarichi in medio Oriente. Insegnando nell’Università di Mosca, posso tranquillamente asserire che un terzo dei miei studenti sono arabi – anche siriani -, i quali parlano perfettamente arabo e russo e non scappano assolutamente dalla Russia. Ed è chiaro che un giorno, quando questi studenti torneranno in Medio Oriente, sarà tutto diverso. Mi spiego. Per un Governo, un conto è controllare un altro Paese attraverso i droni – uno strumento tecnologico – , un conto, invece,  è controllarlo attraverso le persone ( oltre poi alla rete di intelligence russa in Medio Oriente è molto radicata e non è nata ieri).

L‘Attivismo diplomatico russo spiega anche come la Russia sia abile nella gestione delle sue relazioni bilaterali, in quanto mantiene buoni rapporti con Israele, ma anche con Hezbollah, Teheran o Istanbul, a differenza invece della politica estera americana, la quale nasce più recentemente e passa da grandi amicizie a grandi inimicizie. I russi attualmente hanno dei canali aperti privilegiati, tra i quali, in qualche modo, mancava l’Arabia Saudita. Il summit, secondo me, è un altro bel colpo portato a casa da Mosca, in quanto – così facendo –  la Russia mantiene dei rapporti molto forti con tutti i Paesi nella regione, incluso Israele. Una grande percentuale di cittadini israeliani proviene, ad esempio, dalla Russia, e ha mantenuto degli ottimi rapporti con il Paese d’origine. Un ulteriore esempio: il Ministro degli Affari Esteri d’Israele, Avigdor Lieberman, parla russo come l’israeliano.

La Russia può contare su di una rete diplomatica molto efficace che lavora da decenni. La visita del monarca saudita, la prima in assoluto, indica la presenza di accordi già pronti, che devono essere solo sottoscritti. Si parla di 10 miliardi di dollari di investimenti in Russia da parte di Riyad, ed è un buon segno, in quanto l’Arabia Saudita, che piaccia o no, rimane comunque uno dei giocatori principali nel contesto mediorientale e nel contesto mondiale, in quanto è l’unico Paese che, più di ogni altro, può decidere il prezzo del petrolio. Pertanto, il summit di questi giorni non è altro che un ottimo segnale, e non una visita di cortesia naturalmente. Oltre ciò, i 200 rappresentati del mondo economico saudita, e gli 85 direttori generali di compagnie – con amministratori delegati e compagnie – , che re Salman ha deciso di portare con sé, lasciano intuire che questa visita indichi un punto di svolta.

Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è recentemente tornato da un tour in Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Qatar. Lei crede che queste sue precedenti visite abbiano in qualche modo spinto ulteriormente il Re saudita a volerlo incontrare?

Le sue precedenti visite hanno sicuramente aiutato, anche se questo summit affonda radici precedenti agli stessi viaggi del Ministro Lavrov. Tutto è possibile, ma io credo che questo tipo di spostamento saudita con questa ‘armata’ di operatori economici è il risultato di un lavoro di collaborazione iniziato almeno da un paio d’anni, immagino da quando si è trovato un accordo di fatto sulla Siria. Secondo me, il primo passo verso la collaborazione tra moca e Riyad non è il summit di oggi, ma è stato l’accordo tra Russia e OPEC per far rialzare, di fatto, i prezzi del greggio.

Mi chiedo piuttosto quanto l’accelerazione dell’indipendentismo curdo – che obiettivamente non pace a nessuno in quell’area, né Teheran, ne Istanbul né tantomeno Teheran -, il referendum in Iraq e il conseguente scombussolamento generato nel Paese, abbiano in qualche modo aiutato questo processo di avvicinamento tra Riyad e Mosca.

 Qual è il ruolo del petrolio in questo summit?

Si parla subito di investimenti immediati di 1 miliardo di dollari nel campo energetico, ma, ancor prima di vedere cosa diranno gli accordi sottoscritti, penso che sia la Russia che l’Arabia Saudita siano due Paesi la cui situazione geopolitica sia dovuta al prezzo del petrolio. Da un lato Riyad è sia dipendente che produttore estremo di petrolio. Il regno saudita si è potuto permettere un break even point del costo del barile a 25 dollari, che ha mandato molti altri competitor in fallimento. Dall’altro, la Russia è un Paese più articolato rispetto all’Arabia Saudita, ma la sua moneta – il rublo – è forse la moneta internazionale che maggiormente risente del prezzo del petrolio. La valuta in cui vengono maturati i debiti e i pagamenti interni sono due aspetti fondamentali. Ad esempio, se un russo deve pagare in rubli e vende il petrolio in dollari, paradossalmente 1 rublo debole fa anche il gioco.

È, però, innegabile che un petrolio con un prezzo alto faciliterebbe e metterebbe in moto tutta la macchina russa, molto di più rispetto un petrolio dal prezzo basso. Per la fine di novembre è previsto un importante incontro dell’OPEC e, proprio ieri, Putin ha dichiarato  che è convinto che l’accordo per il taglio della produzione del petrolio (che comporterà inizialmente un suo prezzo più alto) tra OPEC e Paesi che non ne fanno parte, potrà essere estesa anche oltre il 2018. E’ evidente che la visita del re Salman non fa altro che rafforzare quanto asserito dal Premier russo, dandolo quasi per scontato.

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