mercoledì, Giugno 23

Russia, amici freddi in Centro Asia Ai ferri corti con Ankara, Mosca riscuote scarso appoggio nello spazio ex sovietico

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Riunitosi all’indomani dell’evento, il Consiglio permanente del CSTO aveva condannato la ‘grave violazione’ da parte turca delle norme del diritto internazionale e denunciato le ‘gravissime conseguenze’ che ne potevano derivare. Il comunicato emesso al riguardo era però formulato, secondo una versione, in modo da lasciare imprecisato se si trattasse di una presa di posizione collettiva oppure solo russa.

Comprensibilmente, il Cremlino è tornato alla carica in un’altra sede ottenendo, una diecina di giorni più tardi, un più netto pronunciamento da parte del Comitato militare del CSTO, riunitosi appositamente a Mosca. Stavolta tutti i capi di Stato maggiore dei Paesi membri avrebbero sottoscritto la denuncia russa della ‘proditoria aggressione turca’, secondo quanto dichiarato pubblicamente dal generale armeno.

Il quale, tuttavia, è stato il solo a darne conto e a prendere la parola. I suoi colleghi hanno mantenuto, come altri rappresentanti dei rispettivi governi, un silenzio che i media russi non hanno esitato a definire ‘imbarazzato’ o, ironicamente, ‘amichevole’, se non proprio ‘assordante’ come si usa dire in casi simili in Occidente.

Qualcuno si è domandato a che cosa serva avere alleati di questo genere, altri si sono spinti fino a parlare di ‘prostituzione politica’ praticata da membri del CSTO che ‘hanno paura di dispiacere all’Occidente e ai suoi alleati’, deducendone che ‘oggi la Russia non ha veri amici’. Il già citato Zatulin, del resto, dopo avere elencato gli amici tiepidi se non proprio falsi, rileva che simpatie per la Russia si riscontrano più che altro tra «molti semplici cittadini greci, serbi e ciprioti».

Tutto ciò, beninteso, non significa che Mosca debba o possa ragionevolmente temere concrete collusioni dei Governi in questione con la Turchia, in Siria o altrove, ovvero mosse comunque tangibilmente ostili da parte loro. Al limite, la potenza militare russa è tale, specie se confrontata alla loro debolezza, che una sfida aperta a quel che rimane della supremazia di Mosca nell’Asia centrale come nell’area caucasica appare, almeno oggi come oggi, impensabile.

A quanto risulta, Nursultan Nazarbaev, l’eterno Presidente kazaco già amico e sostenitore di Michail Gorbaciov, assai meno amico di Boris El’zin ma finora in rapporti buoni se non ottimi con Putin, avrebbe recentemente confessato di temere che il suo Paese, con un quarto della popolazione di nazionalità russa, possa subire il trattamento dell’Ucraina. Quella del Kazachstan, certo, è una situazione particolare, etnicamente e geopoliticamente, che oggettivamente lo espone più di altri vicini alla suddetta minaccia.

Insieme all’altra minaccia incombente, quella paventata e conclamata dell’islamismo estremista e terrorista, ciò spiega l’adesione più o meno puntuale del governo di Astana ai programmi russi di rafforzamento della cooperazione militare ai fini della comune sicurezza, benchè ad Astana come in altre capitali vicine circoli il sospetto che le pressioni di Mosca al riguardo mirino soprattutto a mantenere il controllo predominante di una regione, quella centro-asiatica in particolare, che rischia di sfuggirle di mano.

La minaccia islamista, effettivamente, suona qui per nulla immaginaria e semmai più allarmante che altrove. Gli attuali regimi sono tutti più o meno autoritari e repressivi, anche nei confronti di opposizioni che condividono la fede religiosa in versione moderata oltre che di quelle, peraltro piuttosto esigue, di ispirazione laico-democratica. Si tratta inoltre di Paesi per lo più ancora poveri, benchè in parte ricchi di risorse naturali, oppure molto poveri e tenuti finora a galla dai proventi di una massiccia emigrazione, prevalentemente in Russia.

Paesi, quindi, particolarmente esposti al contagio e alla penetrazione dell’estremismo, che si presenta adesso col volto dell’ISIS o Daesh ma tende a ricomparire anche con quello più familiare dei talebani qaedisti in seguito all’abbandono militare del vicino Afghanistan da parte occidentale, già in corso benchè recentemente differito per quanto riguarda gli USA.

Malgrado tutto, però, l’offensiva jihadista viene generalmente considerata rintuzzabile con un adeguato impegno e un minimo di coesione da parte dei troppi avversari contro i quali è rivolta. Più difficile sarà invece, probabilmente, risolvere in modo indolore gli altri problemi che oggi affliggono l’Asia centrale ex sovietica: una crisi economica importata dall’esterno che mette a repentaglio anche quel tanto di crescita finora realizzata o avviata e una scomoda collocazione al centro di una quanto meno latente contesa tra grandi potenze e raggruppamenti mondiali.

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