giovedì, Ottobre 21

Russia alla prova del nuovo tripolarismo Il protagonismo di Putin è finalizzato al non facile mantenimento del rango internazionale di un ex superpotenza bilanciandosi tra Stati Uniti e Cina

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Benché la concorrenza non manchi a nessun livello, la palma di primattore sulla scena internazionale spetta all’uomo del Cremlino anche al termine dell’anno di grazia 2018 e nelle battute iniziali del 2019, in cui cadrà il ventesimo anniversario del suo avvento al vertice della Federazione russa. Da tempo si lamenta, quanto meno in Occidente e non senza buone ragioni, la carenza di leaders di qualità capaci non solo di durare ma anche di conferire al proprio operato un’impronta ben marcata e destinata a lasciare tracce importanti.

Può darsi, naturalmente, che ciò abbia contribuito a tenere alte le quotazioni di Vladimir Putin, anche se il riconosciuto protagonismo non implica necessariamente una valutazione positiva in assoluto dei suoi esiti. Deve invece risultare premiato da tangibili successi almeno dal punto di vista di chi lo esplica e per il suo Paese, senza produrre effetti chiaramente perniciosi per il resto dell’umanità o per sue cospicue parti.

I critici o veri e propri detrattori dell’attuale politica russa, quella estera in particolare, sono notoriamente tanti soprattutto in Occidente. Non pochi di essi, tuttavia, mostrano ugualmente ammirazione per il suo supremo gestore e persino conseguente invidia per il suo Paese, anche se magari si consolano pronosticando più o meno attendibilmente che la Russia vada comunque incontro a crescenti difficoltà e immancabili inciampi.

Tra gli ammiratori di Putin figurava in partenza, e forse può annoverarsi tuttora, il suo principale concorrente, Donald Trump, che in materia di puro protagonismo non è inferiore a nessuno. Il suo concreto operato, non meno delle parole e dei gesti che lo accompagnano e condiscono, sono tali da suscitare forti e diffuse perplessità quando non aperta contrarietà e disapprovazione, nel suo stesso Paese e tra alleati e amici degli USA come tra i loro antagonisti.

Tra tutti, l’unico che mostri un’incrollabile fiducia residua nel suo omologo americano è proprio il nuovo zar‘, forse perché lo giudica conveniente anche in previsione di un non improbabile cambiamento di inquilino alla Casa bianca tra un paio d’anni. Nel frattempo, risponde colpo su colpo a tutte le sue mosse, per lo più di segno antirusso (come l’incessante accumularsi delle sanzioni a carico di Mosca) perché condizionate dall’opposizione o resistenza interna ai suoi indirizzi, oppure compiacendosi apertamente per quelle di segno diverso se non opposto, come l’annunciato ritiro militare dalla Siria, a tutto vantaggio apparente di una prevalente influenza russa nel Medio Oriente.

Dietro questa controversa decisione di Washington, cui non è certo estranea la raggiunta autosufficienza petrolifera degli USA, potrebbe invece nascondersi il calcolo di favorire l’invischiamento russo nelle stesse difficoltà incontrate dall’egemonia americana in una delle regioni più critiche e ostiche del pianeta. Calcolo che, a sua volta, potrebbe rientrare in un più ampio disegno che qualcuno insiste ad attribuire al Trump navigato uomo d’affari: tendere la mano alla controparte ma metterla nel contempo alle strette per patteggiare dalla posizione più favorevole possibile.

Se ciò è vero, non sembra che una simile tattica (parlare di strategia sarebbe fuori luogo) sia stata molto remunerativa. Putin, infatti, non solo non ha ceduto di un pollice su niente, ma ha via via accentuato la multiforme pressione russa sulla vecchia potenza rivale per costringerla a sua volta a concessioni su questa o quella parte di un contenzioso ormai molto ampio. Dando così, addirittura, l’impressione che l’ex agente segreto oggi al Cremlino, non meno pronto ad alternare sorrisi ed elogi a invettive e minacce, abbia fatto propria la stessa tattica usata dall’immobiliarista insediatosi alla Casa bianca.

Per ampio che sia diventato il contenzioso, comunque, ne resta pur sempre al centro il suo nucleo originario, ossia la crisi ucraina essendo difficile immaginare, malgrado tutto, che se si arrivasse ad una sua soluzione pacifica l’antagonismo tra Mosca e Washington potrebbe permanere inalterato. Ma altrettanto difficile è stabilire se e a quale delle opposte parti in causa possa giovare il protrarsi ad oltranza, ovvero il semi congelamento, con periodici soprassalti di asprezza, del locale conflitto armato.

Per quanto riguarda invece il suo contesto, sembra obbligatorio presumere che una sua soluzione più o meno equa sarebbe nell’oggettivo interesse di entrambe le maggiori potenze in esso coinvolte sia pure in misura e forme diverse. Le più recenti mosse di Trump confermano che se la Russia può apparire al momento l’antagonista più pericoloso per gli USA, quello almeno potenzialmente più temibile, in prospettiva e su scala planetaria, è la Cina, forte di un quarto della popolazione mondiale e di un’economia avviata a superare quella americana.

Mentre la Russia, fortissima quanto si voglia sul piano militare, economicamente è ancora un peso leggero. In compenso, l’apparente saldezza del suo regime semi autoritario le consente di assumere con maggiore disinvoltura di altre potenze impegni politico-militari paragonabili a quelli che Trump tende a ridimensionare. Il loro costo, economico ma quindi anche sociale, potrebbe però rivelarsi difficilmente sostenibile.

Ne conseguirebbero infatti un’accentuata dipendenza di Mosca dall’amicizia e dal quanto meno indiretto appoggio cinese (che Pechino peraltro già lesina riguardo alla crisi ucraina) nel confronto-scontro con Washington, nonché una sostanziale subordinazione russa ad una Cina eventualmente proiettata verso un ruolo egemonico a livello mondiale simile a quello svolto dagli Stati Uniti dopo la resa e il crollo dell’Unione Sovietica. Dopo cioè il trionfo americano nella ‘guerra fredda’, propiziato anche dalla spaccatura tra Mosca e Pechino, entrambe comuniste ma ciascuna a suo modo.

Né la personale sintonia emersa tra Trump e Putin né una comunanza di interessi di fondo tra due Paesi che nulla irrimediabilmente divide sotto il profilo geopolitico sono tuttavia bastate anche solo a scalfire una loro contrapposizione tuttora predominante sulla scena internazionale, pur essendosi già registrate le prime battute di una collisione tra USA e Cina, più naturale sotto vari aspetti benchè non fatalmente inevitabile neanch’essa.

Può darsi che ciò si debba alla contestazione che Trump continua a subire sul fronte domestico e che tende semmai ad intensificarsi, per quanto si stenti a credere che le denunciate interferenze informatiche russe nella politica interna americana (e non solo americana, pare) siano state così genialmente efficaci da favorire o addirittura determinare, con la complicità del principale interessato, l’inattesa sconfitta elettorale di Hillary Clinton o altri effetti non meno straordinari, compreso appunto quello di frustrare una distensione altrimenti possibile tra Washington e Mosca.

Come che sia, i ripetuti appuntamenti, occasionali o con tutte le consuete formalità, tra Putin e Trump sono rimasti senza esito apprezzabile riguardo alla crisi ucraina spingendo semmai i governi di Kiev e di Mosca ad ampliare la distanza e approfondire l’inconciliabilità tra le rispettive posizioni. L’ultimo e più serio incidente sul campo, o meglio sul mare, quello conteso di Azov, che ha visto i militari russi attaccare e sequestrare nello scorso novembre navi ucraine che cercavano di uscirne, non ha provocato la sempre possibile e paventata degenerazione del conflitto.

Ha però indotto Trump a disdire un breve incontro già previsto con Putin in Argentina e a rinviare a miglior tempo un altro, meno improvvisato, proposto dallo stesso presidente americano dopo il deludente vertice estivo di Helsinki, condizionandolo alla liberazione dei marinai ucraini catturati. Il presidente russo ha respinto il condizionamento ma ribadito la disponibilità per qualsiasi appuntamento passando sopra all’ira per l’annuncio di nuove sanzioni americane e l’ennesima proroga semestrale di quelle dell’Unione europea.

A questo punto l’attenzione del mondo ha dovuto spostarsi sul terreno degli armamenti più micidiali (ma forse, è lecito sperare, meno pericolosi) delle due potenze più agguerrite benché in qualche modo dialoganti. Trump ha preannunciato il ritiro americano dal trattato del 1987 che mise al bando i loro rispettivi ‘euromissili’, ordigni nucleari a medio raggio in grado di colpire la Russia dall’Europa occidentale e viceversa, e che pose la prima pietra dei grandi accordi conclusivi della quarantennale guerra fredda.

Un gesto di rottura, insomma, dal significato anche simbolico, motivato dalla Casa bianca con l’addebito alla Russia di ripetute violazioni del trattato stesso e seguito dall’intimazione a Mosca di mettersi in regola entro due mesi per scongiurare la rescissione unilaterale americana. La dura replica del Cremlino non si è fatta attendere: respinta e ritorta ogni accusa e minacciate pronte contromisure dello stesso tipo al ritorno di euromissili USA nel vecchio continente.

Non è tuttavia mancata l’apertura di uno spiraglio alla sdrammatizzazione della disputa. Da parte americana era stata indicata l’esigenza di coinvolgere nell’eventuale negoziato per un nuovo trattato, sempre in materia di missili intermedi, anche terzi interessati e in particolare la Cina, lasciando trapelare che potesse essere proprio questo il principale obiettivo, o comunque un obiettivo importante, dell’iniziativa.

Già ai primi di dicembre Trump si era detto certo, mediante il solito tweet, che prima o poi lui e il suo omologo cinese, Xi Jinping, avrebbero cominciato a discutere su come fermare o almeno frenare una corsa agli armamenti divenuta incontrollabile. Con trasparente allusione, si direbbe, all’ormai piena partecipazione dell’ex ‘celeste impero’ ad una gara già allarmante per tutti.

Pechino, in proposito, tende a schermirsi, se non proprio a negare l’evidenza. Il suo arsenale strategico può apparire ancora molto modesto, contando, secondo le stime, su circa 300 testate nucleari contro le 7 mila ciascuno attribuite a USA e Russia. Non si dubita tuttavia che esso sia più che sufficiente a colpire, infliggendo enormi danni, anche il territorio americano. E non solo con missili intercontinentali a base terrestre, ma anche con quelli intermedi, considerati più pericolosi perché lanciabili più da vicino e nella fattispecie da sommergibili. Un primo test al riguardo è stato effettuato nel Mar giallo, a quanto risulta, nello scorso novembre.  

Non sorprende perciò che Putin si sia affrettato a precisare, replicando all’ultimatum di Washington, che ferma restando per il resto la posizione di Mosca sul problema degli euromissili, non esiste alcuna preclusione russa ad un negoziato e ad accordi non più solo bilaterali. Nella consueta conferenza stampa di fine anno il ‘nuovo zar’ è poi tornato a tuonare contro l’aggressività americana, definendola irresponsabile perché indifferente al rischio di un conflitto nucleare talmente catastrofico da provocare “la morte di ogni civiltà”. Ha comunque ribadito con forza la necessità di scongiurare il collasso del sistema internazionale di controllo degli armamenti e di intraprendere negoziati anche per il rinnovo del trattato limitativo dei missili intercontinentali, che scade nel 2021.

Ai proverbiali colpi al cerchio, polemica a parte, è tuttavia seguito, nel giro di pochi giorni, il colpo alla botte. L’ha sparato, il giorno di Santo Stefano, quello che Putin ha presentato come un ‘dono per l’anno nuovo alla nazione’. Con l’annuncio, cioè, del riuscito lancio inaugurale, ai piedi degli Urali, di Avangard, ultimo grido della missilistica russa.

Si tratta di un vettore intercontinentale ‘ipersonico’, nel senso che può volare fino a 27 volte più velocemente del suono, anche se risulta che ne basterebbero 5 per figurare nella categoria così denominata convenzionalmente. Più ancora dell’elevatissima velocità, però, sembra che lo rendano particolarmente temibile l’estrema agilità e manovrabilità, la capacità di cambiare direzione e obiettivo in qualsiasi momento durante il tragitto, che gli consentirebbe di cambiare anche il bersaglio e colpirlo a sorpresa, pur volando tra l’altro a quota relativamente bassa.

Un’ennesima arma “definitiva”, dunque? Non è detto, benchè gli organi della propaganda russa assicurino che la sua comparsa ha gettato l’Occidente nel panico. Negli USA, pare che la notizia non sia giunta inattesa e si sapesse che Avangard fosse in gestazione da anni come tanti altri prodotti di ultima generazione dell’industria bellica rivale. Tra gli esperti c’è chi la minimizza sostenendo che il nuovissimo missile non sarebbe tanto meno vulnerabile dei suoi antenati perché già contro questi i vari dispositivi antimissili risulterebbero largamente impotenti dovunque.     

Si riconosce tuttavia che la novità segnala o conferma un maggiore avanzamento russo nel concreto sviluppo di armi supersoniche. Gli  USA, viene sottolineato, rimangono sì leader mondiali nella relativa ricerca, ma nella sperimentazione pratica sarebbero stati superati anche dalla Cina, che solo nell’ultimo anno avrebbe effettuato più test che loro in un decennio.

Un dettaglio in più, quest’ultimo, che documenta l’evoluzione del sistema internazionale dal bipolarismo USA-URSS di un tempo verso un tripolarismo di ritorno, sia pure con caratteristiche diverse da quello generato negli anni settanta del secolo scorso dalla rottura tra le due maggiori potenze comuniste. Si parlava piuttosto fino a ieri, generalmente auspicandolo, di un tendenziale multipolarismo, però già alquanto vago e reso adesso meno riscontrabile soprattutto dalla multiforme crisi dell’Unione europea.

Con il quanto meno minacciato declassamento della UE contrasta invece la continua ascesa sotto ogni aspetto della Cina, che mezzo secolo fa costituiva il lato oggettivamente più debole del triangolo mentre oggi sembra marciare verso la conquista di quello più forte. Con il risultato di accentuare la maggiore debolezza del lato occupato dalla Russia, costretta a puntare più degli altri sulla potenza militare per mantenere il rango cui aspira, in attesa di rafforzarsi, se possibile, in primo luogo sul piano economico.

Si vedrà se ne sarà capace, ma intanto anche a questo scopo deve affidarsi anche alle armi della diplomazia per non perdere invece ulteriore terreno quanto meno in termini relativi. Deve in particolare contare ancora sull’appoggio cinese per reggere al confronto-scontro con gli USA, ma guardando al futuro cercare un modus vivendi con essi per non ritrovarsi schiacciata dalla Cina oggi sua principale amica.

Una sfida e un gioco tutt’altro che facili, ovviamente, e che trovano intanto un riflesso alquanto trasparente nell’ultimissima manifestazione del protagonismo di Putin. Pochi giorni dopo il menzionato regalo alla nazione russa, il “nuovo zar”, sempre in occasione dell’anno nuovo, ha mandato una lettera a Donald Trump per informarlo che considera i rapporti tra i due Paesi “il fattore più importante per la salvaguardia della stabilità strategica e della sicurezza internazionale” e confermare che la Russia resta “aperta al dialogo con gli USA sulla più ampia agenda”. Alla prossima, dunque.  

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