mercoledì, Aprile 21

Ruolo combat per l'Italia in Iraq?

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Dall’inizio di aprile, l’Italia ha iniziato la rimodulazione e il nuovo schieramento delle sue forze militari sul fronte iracheno. La mobilitazione delle Forze Armate nel Paese, tenuto sotto scacco dallo Stato Islamico (IS), non ha destato troppe preoccupazioni quanto invece sta facendo la questione libica. Eppure è proprio in Iraq che i conti non tornano.

Per analisti ed esperti qualcosa nello schieramento messo in campo dal Dicastero della Difesa non è funzionale allo scopo stabilito, ufficialmente quello di mettere in sicurezza la Diga di Mosul e gli operatori della ditta italiana Trevi. Una seconda aliquota militare italiana sarà destinata a compiti di Personal Recovery nella zona di Erbil, rimpiazzando in questo ruolo un reparto statunitense che, però, non disponeva di elicotteri da attacco forniti dall’Italia.

In Iraq, più precisamente tra Baghdad ed Erbil, l’Italia, da quasi due anni, dispone di un contingente militare particolarmente nutrito -700 uomini- che si occupa dell’addestramento dei pashmerga in chiave anti Stato Islamico. L’operazione Prima Parthica, per il momento priva di inconvenienti, ha visto una collaborazione fruttuosa tra i due eserciti ed un numero cospicuo di forze addestrate con risultati tangibili. Dal Ministero della Difesa, hanno tenuto a sottolineare con una certa frequenza, che il ruolo dell’Italia nella regione si limita al solo supporto addestrativo per le forze da contrapporre all’avanzata delle bandiere nere e che nessuna aliquota operativa ha preso posizione nella lotta al Califfato.

L’arginamento dell’avanzata del gruppo terroristico tra Erbil e Baghdad, fino a circa un anno fa, risultava uno dei punti cruciali per riconquistare l’Iraq e riportarlo sotto una cornice di apparente stabilità. L’Italia avrebbe potuto prendere posizione attiva in questa strategia di arginamento schierando un contingente con compiti diversi da quelli di semplice addestramento, invece nulla si è fatto concretamente. Nonostante vi siano state (a differenza della Libia) richieste e riunioni internazionali, il futuro dell’Iraq non sembrava essere al centro delle mire militari dell’Occidente, anche se il frutto di tale coalizione avrebbe avuto risultati pressoché immediati.

Nel mese di dicembre 2015, proprio quando il caso libico sembrava concretizzarsi in una missione improvvisata, il Ministro Roberta Pinotti e il Premier Matteo Renzi diedero l’annuncio di un’imminente partenza di personale militare da inviarsi, non a Tripoli, ma a Mosul.
Nello sconcerto generale degli esperti del settore, la notizia è passata velocemente in secondo piano, oscurata dall’effetto mediatico della questione libica. In tutto questo, l’Italia ha dato garanzia per la protezione del personale civile della ditta Trevi, impiegato nell’opera di ristrutturazione della diga di Mosul.

La diga, opera di ingegneria civile danneggiata dall’offensiva dell’IS circa un anno e mezzo fa, sembrava non dover reggere oltre la primavera del 2016, ma i danni sono stati considerati dallo stesso Governo iracheno perfettamente gestibili anche con tempistiche più dilatate. Il 15 Aprile (a poco più di cinque mesi dall’annuncio del Premier Renzi e del Ministro Pinotti ), la tv satellitare ‘al Arabiya‘, ha riferito dell’arrivo, presso la diga, dei tecnici che si occuperanno della messa in sicurezza della diga. Presumibilmente, quelli arrivati in loco sono operatori logistici della ditta che si occuperanno di trovare una dignitosa sistemazione ai tecnici provenienti dall’Italia, il cui arrivo non dovrebbe tardare molto.

L’Esercito invierà, dunque, circa 450 militari a protezione dell’infrastruttura e del territorio circostante (e non solo a protezione degli ingegneri italiani). Per il momento solo alcuni team hanno compiuto il sopralluogo a Mosul, dove è schierato il contingente italiano dell’operazione Prima Parthica di cui si è accennato in precedenza. Già nello scorso dicembre un primo ‘advanced team’ italiano (ovvero aliquote di personale esperto nell’acquisizione di informazioni utili allo schieramento in teatro del grosso delle forze) si era recato a Mosul con lo stesso scopo.

La presenza italiana in Iraq sembra, dunque, procedere a pieno ritmo e senza troppi intoppi mediatici, tuttavia il dubbio sul reale ruolo di Roma persiste.
Il dispositivo militare che si sta schierando e rimodulando per l’occasione non sembra compatibile con il ruolo dicontrollore‘ o ‘sorvegliareche il Ministero sostiene di voler perseguire a Mosul.

Come già sostenuto dall’Indro in una precedente analisi, è quasi certo che ad essere schierato in Iraq sarà un battaglione di bersaglieri della Brigata Garibaldi con cingolati Dardo, carri Ariete e forse artiglieria. Un contingente decisamente ben armato e protetto, troppo per proteggere qualche ingegnere, nonostante il luogo sia strategicamente importante per il Califfato. Il dispositivo che arriverà in Iraq non sembra nemmeno troppo compatibile con le finanze del contratto stipulato dalla ditta Trevi, il cui onorario sarà di circa 300 milioni di dollari, invece dei due miliardi annunciati dal Premier Renzi a dicembre. L’azienda romagnola effettuerà classici lavori di consolidamento strutturale che prima dell’offensiva dell’IS erano la normale quotidianità. Sembra, infatti, che nonostante quanto dichiarato dai supervisori americani, che sostenevano l’urgenza assoluta dei lavori alla diga, la struttura sia danneggiata, certo, ma non così gravemente da doversi affrettare ad emanare un bando per trovare una ditta che la ristrutturasse. Inoltre, è doveroso ricordare che la ditta Trevi non è l’unica che opera in zone ad alto rischio all’estero, ma è l’unica a cui l’Italia ha garantito protezione armata istituzionale.

L’IS, d’altro canto, ha ben altre preoccupazioni che non pensare ad attaccare nuovamente da diga di Mosul, che per quanto sia una struttura sensibile, strategica per il modo di operare dell’IS, è, in questo momento, uno sforzo enorme da sobbarcarsi militarmente. Si torna, dunque, a ripetere che la protezione della struttura e quella dei civili della ditta Trevi potevano essere affidati a normali operatori della sicurezza privata, pagati di meno e con meno ricadute politiche. Perchè non è accaduto questo? L’ennesimo tassello di un puzzle, quello dell’Italia in Iraq, che stenta a costruirsi correttamente. Esiste, allora, un motivo altro e non dichiarato per giustificare un tale dispositivo militare? L’Italia è forse intenzionata a impegnarsi in un ruolo combat? per sconfiggere lo Stato Islamico, o almeno fermarne l’avanzata.

Sembra plausibile che entro qualche mese il contingente italiano prenda parte alla liberazione di Mosul, la città, infatti, è ancora sotto il controllo dello Stato Islamico. Dalla diga al possibile fronte per lo svolgimento delle offensive si conta qualche kilometro, se davvero l’attacco  a Mosul venisse scatenato la prossima estate le truppe curde, che condurrebbero il grosso delle manovre, avrebbero bisogno di un supporto di fuoco maggiore di quello assicurato dalle poco incisive incursioni statunitensi.
Il quadro tracciato lascia immaginare un ruolo dell’Italia non solo relegato alla protezione della diga, quanto piuttosto ad un’operazione di supporto alla manovra del contingente curdo. I mezzi pesanti e le probabili artiglierie, l’arrivo in tutta fretta degli elicotteri d’attacco A-129 Mangust,a prende il contorno di un prossimo sostegno all’offensiva di primavera dei peshmerga su Mosul.

Se davvero dovesse palesarsi uno scenario di questo tipo non è dato sapere come Roma potrà giustificare l’intervento agli occhi dell’opinione pubblica. Sono passati anni da quanto l’Italia, finita la guerra, è tornata a ricoprire ruolo di un certo spessore militare all’estero. Sono cambiate le minacce e gli scenari, ma, come si sussurra ormai da anni tra gli analisti del settore “quel che sembra non essere cambiato è il solito stantio bisogno di tenere occultate le verità che riguardano la prosecuzione della politica attraverso lo strumento militare. Si auspicava che l’Italia avesse superato quel fastidio con cui ogni volta è solita salutare i militari che partono per nuove missioni, eppure ecco qui, con militari armati spacciati per semplici vigilantes“.

 

 

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