giovedì, Luglio 29

Rubin Carter, epopea e realtà 40

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Rubin Carter

 

 E’ morto Rubin Carter. Un nero americano, un pugile fortissimo degli anni sessanta, tanto forte che avrebbe potuto essere campione del mondo dei pesi  medi. Lo conosciamo tutti solo per un motivo, di cui parleremo dopo.

Il giovane Carter non era uno stinco di santo, era un ragazzo difficile del New Jersey. Aggressioni, furti, qualche rapina, e a quattordici anni è già in riformatorio, da cui evade e viene riacciuffato, ma niente giustificazioni. Nessuna famiglia disastrata, nessun’infanzia infelice, niente di tutto questo. Solo una povertà più che dignitosa, una rabbia da giovane ribelle e un fisico esplosivo, che lo portano presto nelle palestre di boxe, dove tanti adolescenti a rischio galera trovano lo sfogo giusto, picchiando sui sacchi di allenamento.

Rubin, però, ci ricasca, si arruola nell’Esercito e combina casini anche da soldato. Lo mandano in Germania a imparare la boxe, ma è più forte di lui: tornato in patria sconta dieci mesi per l’evasione, lo buttano fuori dall’Esercito e inizia una carriera da piccolo delinquente, collezionando rapine, furti, aggressioni armate e beccandosi quattro anni di prigione.

Ha ventitrè anni quando esce, deciso a diventare un pugile vero. Rubin picchia forte, passa subito professionista e abbatte i migliori pesi medi in circolazione, tra cui il grande Emile Griffith. Arriva l’ora del match per il titolo, contro Joey Giardiello, che lo atterra in un match drammatico, dal risultato controverso. Secondo molti Hurricane, così lo chiamano per la tempesta selvaggia di colpi che Carter è capace di assestare nei momenti di furia agonistica, ha vinto. Per gli arbitri no, e  il sogno di essere campione svanisce.

Rubin il delinquente, Rubin l’uragano, Rubin il truce, testa rasata e baffoni, sta per diventare per la legge americana Rubin l’assassino. C’è una sparatoria, di notte, in un bar di Paterson, New Jersey. Muoiono quattro persone sotto le raffiche di due neri, qualcuno riconosce Carter. E’ un certo Alfred Bello, italiano, suppongo. Bello accusa e ritratta, i processi vanno avanti per anni, Carter è condannato all’ergastolo. Solo nell’88 esce, a cinquant’anni, quando il castello di accuse mai davvero convincenti cade definitivamente.

Tante scuse, Carter, non sei stato tu. Sorry.

Rubin è morto a Toronto, il giorno di Pasqua, quella appena passata, a settantasette anni.

E’ famoso perché Robert Zimmermann, per tutti Bob Dylan, si è ispirato alla sua vicenda per creare una delle ballate più trascinanti ed emozionanti della sua fantastica storia artistica. E anche perché, anni dopo, lo abbiamo visto con la faccia dura e onesta di Denzel Washington in un film di grande successo.

Ma stiamo attenti. Le canzoni e i film sono una bella cosa, ci aiutano a non dimenticare le brutture della vita, le ingiustizie, ma hanno un difetto. Trasportano tutto in una dimensione epica, da sempre. La guerra di Troia raccontata da Omero è un’opera d’arte inarrivabile, ma le spade immerse nei corpi dei guerrieri morenti, le grida atroci, il carnaio della battaglia all’arma bianca, il sangue che scorre senza fine  sono qualcosa che la poesia, il racconto scritto, il film, non descriveranno mai per quello che realmente furono. Dieci secondi di realtà sono più scioccanti per l’animo umano di qualsiasi opera che tenti di descriverli.    

Così anche è la storia di Rubin Carter, the Hurricane. Non è una canzone, non è un film. E’ la vita a tinte forti di un uomo come noi, violento, sfortunato, che ha conosciuto l’ingiustizia, la vittoria e la sconfitta più amara.

E che poteva diventare campione del mondo.     

  

 

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