venerdì, Settembre 17

Rovina del pensiero: come salvarsi? Intervista allo storico Franco Cardini sulla deriva negativa del pensiero dell’uomo

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Quanto le grandi catastrofi naturali, e quelle create dall’uomo, sono frutto di una ‘rovinosa caduta dei ragionamenti e speranze dell’umanità’ che portano, se perpetuate, alle grandi depressioni mondiali e locali?

Non lo sono state fino ad oggi. Finora le grandi catastrofi naturali sono state legate a cose che l’uomo ha sempre subito e pensato in qualche modo di arginare, e che vanno affrontate quando arrivano, come succede nel caso di un’eruzione, un terremoto, un’inondazione. Fino a poco tempo fa non ci si poneva neanche il problema di rimediare a queste catastrofi naturali, ma oggi ci siamo progressivamente resi conto che le catastrofi naturali possono essere anche determinate da un progresso umano, arrivato ad un tale livello di violenza da provocare anche sconvolgimenti: dalle trivellazioni per la ricerca del petrolio, fino alle modificazioni che vengono fuori dalla deforestazione o dall’inquinamento degli oceani, oppure dalle stesse emissioni gassose, cioè da tutte quelle cose che modificano profondamente la natura terrestre e che sono frutto dell’umanità in quanto tale.

A questo punto il pensiero si estende e ha nuove frontiere, perché non si tratta solo di arginare fenomeni naturali che di per sé escono dal nostro controllo, che comunque continuano ad esserci, quanto di non collaborare alla creazione di fenomeni naturali negativi, che possono essere il buco dell’ozono, oppure l’instabilità della crosta terrestre in seguito alle trivellazioni petrolifere, fino a tutte le forme d’inquinamento e deforestazione che noi produciamo ordinariamente.

La frontiera quindi rimane quella del mutamento tecnico, o mutazione, di quegli elementi di progresso che si sono rivelati nocivi per la natura. Tuttavia tale processo è modernissimo, in quanto emerso soltanto negli ultimi decenni: prima, le opere dell’uomo, per quanto potessero un poco modificare la natura, erano praticamente irrilevanti. Per esempio la crescita di umidità nell’aria, che si può determinare creando un bacino idroelettrico con maggiore condensazione nei mesi caldi, e quindi con una micro-modifica del clima locale, come già successe in Spagna negli anni Cinquanta e Settanta quando si crearono grandi bacini e riserve d’acqua, che trasformarono il clima in quelle zone tradizionalmente aride, come la Mancia o l’Andalusia, quando cominciò a piovere. Queste manifestazioni climatiche erano ancora controllabili allora, ma oggi abbiamo emissioni gassose e inquinamento della terra, e soprattutto delle acque, o anche azioni di organismi geneticamente modificati che vengono creati in maniera maggiore e con più velocità di prima.

Il problema che rimane è la modifica in un senso di controllo ancora maggiore degli effetti negativi del progresso che va ad incidere sui profitti e sul nostro modello di vita. In questo caso siamo restii ad accettare che la scienza ci aiuti a modificare quelle condizioni negative che ella stessa, come scienza, ha stabilito nei confronti della natura. Si tratta della somma massima di distruzione del pensiero moderno attuale, ma che come rovina si arricchisce del fatto che vi sono forze politiche e finanziarie e tecnologiche che ci impediscono di lavorare sulla natura in modo di andare verso il ristabilimento dell’equilibrio naturale, perché tale fatto ci danneggerebbe nei commerci, nei nostri arricchimenti personali, nelle nostre ricerche scientifiche e nel nostro modo di migliorare la nostra personale esistenza: cosa che, direi, è il massimo esempio di irrazionalità al servizio della nostra ragione.

Quanto la tecnologia moderna, piuttosto che i social network, conducono il pensiero in ‘rovina’?

Nella misura in cui il pensiero è rovinato da quelle ragioni scientifico-tecnologiche, volte a potenziare quella che è una caratteristica della modernità, anzi di tutto l’odierno sviluppo unilaterale del progresso, non esistendo un limite al progresso. Ciò determina che una peculiarità della modernità è il rifiuto del concetto di limite, come resistenza all’origine razionale, e deriva dalla convinzione che le scoperte scientifiche sono per loro natura illimitate, ma anche limitata dal fatto che discende da ragionamenti che sono del tutto razionali, come l’assetto cosmico stesso, un assetto naturale sul quale intervenire è molto pericoloso.

Il pensiero a livello attuale (e i progressi raggiunti dalla scienza e dalla tecnica) non si pone come qualcosa che viene messo in discussione o in pericolo dall’anti-pensiero, cioè dall’irrazionalità, ma al contrario viene messo in dubbio dal pensiero stesso. Sono quindi le forze del progresso, collegate con la ricerca scientifica e la fenomenologia, che ci impediscono di utilizzare la ragione quando si tratta di ristabilire un equilibrio, che d’altronde rimane come qualcosa di naturale e cosmico. Ciò crea apparentemente un paradosso: noi utilizziamo la nostra ragione, e il potenziale razionale che ci è stato dato, al servizio di una possibile e probabile distruzione degli esseri e del genere umano. Su questo livello l’essere umano non è disposto a recedere. Per fare un esempio, conosciamo tutto sulla straordinaria pericolosità delle centrali nucleari, ma d’altra parte non cessiamo di costruirle, ed anzi abbiamo svariati motivi per edificarle: l’ampliamento della ricerca, la sicurezza che deriva dal possedere armi nucleari come un fatto deterrente. Il pensiero diviene insomma minaccia per il pensiero stesso.

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