giovedì, Dicembre 2

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Tensions Grow In Crimea As Diplomatic Talks Continue

Fuori dal G8, ma dentro la Russia con la Crimea. A due giorni dal referendum plebiscitario per l’annessione e sprezzante per le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea, il Presidente russo Vladimir Putin ha chiesto ai due rami del Parlamento di preparare la legge per l’ingresso nella Federazione russa dell’ex Repubblica autonoma dell’Ucraina e di Sebastopoli (amministrativamente separata per statuto speciale e sede della base navale russa), ratificando subito l’accordo di Governo firmato al Cremlino con le cariche istituzionali di Crimea.

Le procedure sono state sbrigate in poche ore, in un clima di aperta sfida all’Occidente. «Il trasferimento nel 1954 all’Ucraina fu deciso dietro le quinte e fu frutto di grosse violazioni da parte di uno Stato totalitario», ha rivendicato Putin nel suo discorso alla nazione, «a Kiev c’è stato un colpo di Stato, per mano di forze estremiste, ultranazionaliste e antisemite. Il Governo è illegittimo, ma vogliamo egualmente un’Ucraina forte, stabile e pacifica. Non ci servono altri territori».

Davanti a un Parlamento in standing ovation, il capo del Cremlino ha annunciato che nella penisola si parleranno tre lingue (russo, ucraino e tataro), rigettando le accuse di occupazione del territorio da parte di forze armate russe («c’erano già, non abbiamo neppure superato il limite di 25 mila unità, previsto dagli accordi con Kiev»). In Ucraina è «l’Occidente ad aver varcato la linea, con un comportamento irresponsabile. Siamo contrari a che la Nato spadroneggi alle nostre porte di casa». Ma per Kiev la perdita della Crimea equivarebbe «a una rapina su scala internazionale». L’agenzia di stampa ucraina ‘Unian‘, citando un centro di ricerca politico-militare, ha denunciato la «morte di un soldato ucraino in un attacco russo a Sinferopoli». Notizia non condermata, ma per la Casa Bianca già le azioni di Mosca sono già di per sé «una minaccia per la sicurezza internazionale».

Mentre Putin si esibiva nella prova muscolare, i Ministri degli Esteri e della Difesa francesi, Laurent Fabius e Jean-Yves Le Drian, annullavano l’incontro al Cremlino, annunciando poi, via ‘Twitter’, la sospensione dei preparativi per il G8 a Sochi di giugno. In un comunicato congiunto, i Presidenti di Commissione e Consiglio europei Josè Manuel Barroso Herman Van Rompuy ribadivano poi che «l’Ue non riconosce e non riconoscerà l’annessione della Crimea e Sebastopoli alla Federazione russa». Ma Mosca se la ride dell’ostracismo: «Abbiamo già provato sanzioni del genere, non suscitano che ironia e anche sarcasmo».

In visita a Varsavia, il vice Presidente degli Usa Joe Biden ha evocato «nuove misure» contro «l’aggressione russa». Ipotesi confermata anche dal Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, «per il grave sviluppo della crisi che prefigura un grave isolamento di Mosca». 
Ad annessione firmata, il Governo inglese ha sospeso «ogni tipo di cooperazione militare con la Russia». La Francia ha dichiarato di «illegittimo l’ingresso della Crimea nella Russia». E il Presidente americano Barack Obama ha proposto subito «una riunione dei leader del G7 all’Aja, per la prossima settimana». Per quanto il G8 a Sochi sia stato «sospeso», come ha confermato la Cancelliera tedesca Angela Merkel, «non è stato cancellato il formato a 8 del vertice», ha precisato Mogherini: Germania e Italia, comunque, sono gli unici due big europei disposti ancora a insistere – in virtù delle forniture di gas – «con le sanzioni ma anche con il dialogo» verso la Russia.

Il percorso del Cremlino – che in giornata ha festeggiato anche l’uccisione del leader jihadista ceceno Doku Umarov, da 20 anni ricercato numero 1 dei servizi di Mosca – sembra tuttavia irreversibile. «È Putin ad aver scelto l’isolamento», ha chiosato il Ministro degli Esteri britannico William Hague.

In Serbia, i dati definitivi delle legislative del 16 marzo scorso, consegnano le chiavi del Paese ai conservatori europeisti del Partito del progresso serbo (48,3%), vincitori sui socialisti al 13,5%, «Belgrado ha dimostrato la volontà di procedere sulla strada dell’integrazione europea», ha commentato il Commissario per l’Allargamento dell’Ue Stefan Füle. In compenso la nuova Cortina di Ferro calata tra l’Europa e la Russia rischia di rallentare i negoziati, riaperti in mattinata a Vienna, tra l’Iran e le potenze del Gruppo 5+1 (Germania, Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia). E anche di mettere in crisi il processo di disarmo in Siria, dove gli attivisti hanno denunciato altri 20 morti, tra i quali molti civili, in un bombardamento d’artiglieria dell’Esercito nella parte orientale di Aleppo

Sempre in Medio Oriente, ristagnano i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, rilanciati nel 2013 dal Segretario di Stato americano John Kerry, al momento assorbito dalla crisi ucraina. Per il Ministro dell’Economia e leader della destra religiosa Naftali Bennett, «è incerto che a fine marzo Israele liberi la quarta, e ultima, tranche di detenuti palestinesi». Stallo preannunciato anche dalla Capo negoziatrice israeliana ed ex Ministro della Giustizia Tzipi Livni: «L’ultimo scaglione sarà rilasciato solo se l’Autorità nazionale palestinese darà l’assenso per l’accordo quadro», in fase d’elaborazione da parte di Kerry.

Oltre il Sinai, nel vicino Egitto, la tensione è crescente: 43 sospetti terroristi sono stati arrestati in una nuova maxi operazione antiterrorismo dell’Esercito e delle Forze di sicurezza, che per domani hanno annunciato lo stato di massima allerta, in vista di nuove proteste dei Fratelli musulmani. Al Cairo, la Polizia ha anche bloccato, con un blizt, una conferenza organizzata dai supporter del deposto Presidente Mohamed Morsi.

Ma il bollettino più sanguinoso della cosiddetta Primavera araba spetta alla Libia: all’indomani dell’attentato a Bengasi che ha ucciso 10 allievi di un’accademia militare, sono stati rinvenuti altri cinque corpi, tra libici e stranieri, uccisi a colpi d’arma da fuoco, con ordigni piazzati nelle loro auto o mutilati in diverse parti del Paese. Gli omicidi, spesso di matrice politica, negli ultimi mesi hanno ucciso centiania tra militari, attivisti, giornalisti e giudici (anche stranieri) e sono una realtà quotidiana, soprattutto nella zona della Cirenaica più popolata da jihadisti, tra Bengasi e Derna. Per ricordare i 10 giovani morti, il Governo ha proclamato «tre giorni di lutto, per gli atti terroristici».

Non può invece dichiarare lutto nazionale la Cina per i suoi cittadini ( 153 su 239 persone a bordo) del Boeing 777 della Malaysia Airlinessparito dai radar nella notte tra il 7 e l’8 marzo scorso, senza più lasciare traccia. Le autorità di Pechino smentiscono qualsiasi coinvolgimento di connazionali, in ipotesi di dirottamento aereo o attentato. E, a dieci giorni dalla scomparsa del voto Mh370, hanno annunciato la ripresa di ricerche sul proprio territorio, lungo la «rotta del corridoio aereo settentrionale». Di rinforzo, gli Usa hanno inviato sofisticati aerei Poseidon P-8 e P-3 Orion, per la caccia ai sommergibili nel corridoio meridionale, un’altra delle possibili rotte. L’Italia è non partecipa alle operazioni ma attende notizie. Intanto, nel pomeriggio, la titolare della Farnesina Mogherini ha incontrato l’Ambasciatore venezuelano a Roma, per discutere dei disordini nel Paese sudamericano. Caracas continuano le proteste pacifiche in piazza Altamira, l’epicentro della contestazione anti-chavista presidiato dalla Guarda nazionale bolivariana.

 

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