venerdì, Maggio 7

Rotte migranti. Stop ai flussi dalla Libia

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Dopo la visita a Tripoli, il 9 gennaio scorso, del Ministro dell’Interno Marco Minniti, il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia del 2 febbraio e la conferma, al vertice di Malta, dell’impegno europeo a fermare il flusso dei migranti anche nell’area centro-mediterranea, venerdì 31 marzo, a Roma è stato siglato un nuovo accordo. Le novità principali sono l’individuazione di un confine di contenimento di 5000 km nel Sud della Libia e la partecipazione, in veste di firmatari, di rappresentanze territoriali ‘storiche’ nel numero di circa 60 capi-clan appartenenti ai gruppi Tebu, Suleiman e Kel Tamasheq (più noti come «Tuareg»). La linea di frontiera meridionale con Ciad, Niger e Algeria costituisce, infatti, una delle porte di accesso ai flussi di persone provenienti dai paesi sub-sahariani. Si tratta di una realtà familiare anche agli altri stati maghrebini e saheliani: persino le routes ‘turistiche’ – fino a 10 anni fa – dell’Hoggar o del Tanezrouft, tra Mali e Algeria, servono la rete di smistamento delle persone, della droga e delle armi.  

In forza dell’accordo appena approvato, la Guardia di frontiera (a Sud) e la Guardia costiera libiche sorveglieranno le linee di confine contro trafficanti e scafisti, in linea con le misure di controllo già previste dal Trattato di Bengasi del 2008 (Art. 19). Sulle coste, le forze italiane, parte della missione navale europea «Eunavfor Med» (c.d. «Operazione Sophia»), sono impegnate nell’addestramento degli equipaggi, che da maggio saranno provvisti di 10 motovedette. Tuttavia, ritenere il pattugliamento del deserto libico un ‘sigillo di garanzia’ per il Sud dell’Europa, come ha fatto Minniti, potrebbe destare perplessità rispetto all’entità del fenomeno.  Esistono, in questa vasta area, strade invisibili fatte di rotte, terminal e basi logistiche illegali, dove emigranti, merce e bagaglio si confondono fino a identificarsi. La loro mappatura, gravata dal bilancio dei morti per terra e per mare (4960 persone nella traversata del Mediterraneo, tra l’1 gennaio e il 2 dicembre 2016, secondo MSF), non lascerà troppo sorpresi gli storici, rivelando la vitalità delle vecchie rotte transahariane a cui è legata la memoria della schiavitù continentale africana (così spesso adombrata a vantaggio del commercio triangolare nell’Atlantico).

Nel Memorandum di febbraio, leggiamo che L’Italia e la Libia «collaborano per proporre, entro tre mesi (…), una visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine dell’immigrazione nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, innalzare il livello dei settori di servizi migliorando così il tenore di vita e le condizioni sanitarie, e contribuire alla riduzione della povertà e della disoccupazione» (Art. 2, c.4). Secondo questa logica, il rimpatrio di chi emigra assume una valenza positiva, a condizione, però, che il sostegno e lo sviluppo dei paesi di provenienza, ritenuti funzionali alla permanenza, costituiscano una realtà misurabile. In merito alle preoccupazioni del premier libico Fayez Al-Sarraj, la stabilizzazione della Libia dovrebbe comprendere non solo misure emergenziali, ma anche la destinazione di fondi europei ai cittadini libici coinvolti in questo processo.

Dopo il vertice di Malta, dalla Dichiarazione finale risulta prioritario – se non esclusivo – l’interesse securitario dell’UE a ridurre il numero degli emigranti lungo la rotta mediterranea, ricalcando negli intenti l’accordo stipulato con Ankara nel marzo 2016 che ha provocato la chiusura della rotta balcanica. Dal testo della Dichiarazione, risulta che «un elemento chiave di una politica migratoria sostenibile è quello di garantire un controllo efficace della nostra frontiera esterna e arginare i flussi illegali nell’Unione Europea. Nel 2016 gli arrivi sono scesi a un terzo dei livelli del 2015» (Punto 2).

In questo scenario, il principio di non-respingimento non compare se non come qualcosa a cui derogare in forza dell’emergenza che guida la gestione dei flussi migratori. Si tratta di una norma di diritto internazionale contenuta nella Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati: «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche». La deroga a questo principio è ammessa solo nei casi in cui un rifugiato sia ritenuto, per seri motivi, un pericolo per la sicurezza del Paese in cui risiede o una minaccia per la collettività.  Inoltre, nella Dichiarazione UE-Turchia del 18 marzo 2016, leggiamo, al Punto 2, che «nel rispetto del principio di non-respingimento (…) Si tratterà di una misura temporanea e straordinaria che è necessaria per porre fine alle sofferenze umane e ristabilire l’ordine pubblico». Questo documento è essenziale per comprendere meglio le scelte politiche adottate dall’Italia nella cooperazione con la Libia. Tra le misure previste, troviamo il rimpatrio dei migranti irregolari, inclusi i richiedenti asilo.

Come scrive Chiara Favilli, Professore in Diritto dell’Unione Europea all’Università di Firenze, sulla rivista Diritto, Immigrazione e Cittadinanza «la Commissione europea si è prodigata per chiarire come» la misura del rimpatrio  «potesse essere applicata senza violare il diritto internazionale e dell’Unione europea e non essere dunque qualificata come un’espulsione collettiva, non violare il principio di non-refoulement e l’obbligo di offrire a ciascuno la protezione più appropriata in base al Diritto UE e alla Convenzione di Ginevra. Nella Comunicazione della Commissione del 16 marzo traspare tutta la consapevolezza del rischio di violazione di tali pilastri dei diritti umani, a partire dalla ribadita premessa circa il carattere temporaneo e straordinario della misura».

  La questione dei diritti umani, se guardiamo alle modalità delle pratiche di respingimento avvenute lungo tutto l’asse di confine tra i Paesi della rotta balcanica, resta una ferita aperta, con le complicazioni proprie del traffico ‘marittimo’ che Italia e Libia vorrebbero contrastare.

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