giovedì, Dicembre 2

Rondini nel cielo del PD, grazie a Draghi La difficile scommessa di Letta sembra nei sondaggi trovare qualche motivo di speranza. Grillo torna parlare, incontrando i cinesi, proprio mentre in Cornovaglia il G7 cercava il modo di stoppare Pechino

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Il Presidente del Consiglio Mario Draghi è in Cornovaglia per intavolare possibili politiche e relazioni con i ‘Grandi’ del G7; allaccia intese per contrastare Cina e Russia. Lancia una parola d’ordine che è anche un programma: «Bisogna cooperare ma essere franchi sulle cose che non condividiamo e non accettiamo». Insomma: forte anche del suo ascendente e della sua credibilità personale, recupera al Paese ruolo e considerazione smarriti; e poi, ecco: lo stagno casalingo. Gli ‘attori’ e le ‘comparse’ dell’attuale scena politica, impegnati nel miserevole e avvilente pio-pio e bla-bla di sempre.

Dopo la sciagurata difesa via video del figlio accusato di stupro, sembrava che Beppe Grillo fosse destinato a sparire dalla scena, se non dimenticato almeno ignorato. No, invece. Torna a farsi vivo, via Facebook, naturalmente. Evidentemente non ha ancora perso tutte le speranze di essere ancora l’’elevato’, guida e ‘pastoredi un Movimento più che mai sbrindellato. Non è più diviso solo in ‘governisti’ (capeggiati da Luigi Di Maio), e movimentisti (che fanno riferimento ad Alessandro Di Battista). Ormai seguire le piste del M5S è impresa titanica. Di Battista, che nel Movimento dice di non riconoscersi più, è in partenza per un lungo tour in Sud America. Altri, come il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Nicola Morra, sono al lavoro per la creazione di un improbabile nuovo Movimento. Davide Casaleggio, dopo aver scomunicato il nuovo corso e consegnato le liste degli iscritti a Rousseau avendone in cambio un bel gruzzolo, leva ancora la sua voce, e invoca la rigorosa applicazione del divieto al secondo mandato. Grillo è sulla stessa linea d’onda, anche se il suo NO è da intendere più che altro come un modo per condizionare da ‘dentro’ il movimento, e liberarsi in qualche modo dei ‘senatori’: i vari Di Maio, Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Paola Taverna, se dovesse applicarsi rigidamente il ‘comandamento’ grillino dell’uno vale uno, se ne dovrebbero tornare a casa (o almeno lasciare i ‘Palazzi’). Il coordinatore in pectore Giuseppe Conte (da molti considerato poco più di un re Travicello, ma vai a sapere), per ora non si sbilancia: Grillo è una risorsa di cui tener conto; il divieto al doppio mandato non è nel nuovo statuto; se ne può parlare nel documento ‘etico’… Lui si farà portatore di una proposta ‘ragionevole’ (da leggere: un ‘qualcosa’ di compromesso, che accontenti tutti). Nel frattempo Virginia Raggi se ne impipa bellamente, e si ricandida per lo scranno di sindaco di Roma, avviando, se le andrà bene, la sua terza presenza in Campidoglio…

Ma al di là del caos pentastelluto, c’è da chiedersi quale sia l’obiettivo di questo rientro di Grillo, che torna a occuparsi di politica. Non ha buttato sul piatto del movimento solo la questione del doppio mandato. Ha anche fissato un incontro con l’ambasciatore cinese in Italia, cercando di trascinarvi anche Conte. Proprio nei giorni del vertice in Cornovaglia, dove iGrandidiscutono come contrastare le mire cinesi. Un Conte più che imbarazzato si è ritratto all’ultimo minuto, qualcuno (Di Maio?) deve avergli fatto presente come la visita fosse inopportuna. Anche perché proprio mentre Grillo, nel suo blog nega la persecuzione cinese degli Uiguri, in Cornovaglia si discuteva di come sostenere le minoranze oppresse dal regime di Xi Jinping. Come sia (Conte accampa ragioni di carattere privato e familiari), sicuramente il Movimento 5 Stelle si dibatte in una quantità di contraddizioni che ne segnano i limiti, non la vitalità: refrattari ad intese ed alleanze, in tutti questi anni hanno fatto esattamente in contrario; oppositori di quell’Europa definita ‘dei banchieri’, sono al governo con Draghi, ex presidente della BCE; parola d’ordine: ‘Uno vale uno’, e ma nella realtà accade che ‘Tutti per uno’…

Qualche rondine nel cielo del Partito Democratico. Secondo un sondaggio Ipsos, il PD, oggi, sarebbe il primo partito: 20,8 per cento; segue Fratelli d’Italia con il 20,5 per cento, quasi appaiata alla Lega (20,1 per cento). Si parla di decimali (e si omette dal riferire che esiste un mare magnum di scontenti, delusi, scettici che non vota al momento nessuno); ma sufficienti per far tornare il sorriso a un Enrico Letta che ogni giorno si vede punto da spine: «Erano quattro anni che i sondaggi non ci davano primo partito, vuol dire che ci siamo e ce la giochiamo, non siamo ai margini. La mia priorità è la lotta alle diseguaglianze». Sempre secondo Ipsos, cresce il consenso nei confronti di Draghi: quasi il 71 per cento; una ventina di punti sopra Conte (52,1 per cento). Ossigeno prezioso per il Governo e la sua azione politica.
Come sia, il PD torna a sognare, e azzarda paralleli con l’attuale amministrazione statunitense: «Joe Biden tiene insieme Sanders, Ocasio-Cortes e i democratici conservatori di Texas e Georgia. Noi siamo il mastice della coalizione italiana, il punto di riferimento stabile dei progressisti come quattro mesi fa si diceva di Conte».
Teorizza Stefano Ceccanti, parlamentare e costituzionalista: «Non vedo strategia diversa che usare il dividendo della buona resa del governo Draghi. Nel 2023 si vedranno gli effetti del Recovery. E’ l’unica opzione se vogliamo crescere oltre l’elettorato che ci vota per appartenenza identitaria».
Sulla stessa linea di pensiero il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, leader della corrente Base Riformista; una posizione che non è condivisa dall’ex capogruppo al Senato del PD Andrea Marcucci, ancora interprete delle posizioni ‘dure’. Di fatto, la corrente dei ‘renziani’ all’interno del PD si è spaccata. O semplicemente le posizioni di molti si ammorbidiscono, perché comunque prima o poi si arriverà a elezioni politiche, i posti disponibili diminuiscono, e le candidature sono comunque appannaggio della segreteria.

Come sia, tutti in attesa del voto amministrativo d’autunno. Elezioni per sindaci di importanti città, ma quanto mai di valenza e significato politico. Se il PD terrà in importanti città come Milano e Bologna, e conquisterà al centro-sinistra le piazze di Roma, Napoli, Torino, ci sarà una folla di ‘soccorritori’ di Letta. In caso contrario, le congiure alla Bruto e Cassio non mancheranno. Letta fa gli scongiuri, ma la sua salvezza è una cifra: 30 per cento. Voti da conquistare non solo nelle ormai tradizionali roccaforti ZTL. Roba da sette fatiche di Ercole.

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