sabato, Settembre 25

Romanzo Quirinale .4 Più uno

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Nel dipanare il Romanzo Quirinale, giunto alla nostra quarta puntata, va attentamente considerata l’intervista a Piergiorgio Morosini, magistrato membro del Csm, di martedì 23 dicembre su ‘La Repubblica‘, fatta da Liana Milella. Posta, oltretutto, in posizione di strordinario rilievo, di spalla a pagina 3. Eletto al Consiglio Superiore della Magistratratura tra gli inquirenti, già GUP palermitano della trattativa Stato-Mafia, è Presidente dela Commissione Riforme dell’organo di autogoverno dei magistrati. E forse non tutti si sono ben resi conto di che strumento operativo affidavano al più avveduto e politico dei nuovi membri. L’autore de ‘Il gotha di Cosa Nostra’ ed ‘Attentato alla Giustizia‘, sta infatti creando, grazie anche alla estrema operatività e produttività con cui gestisce questo suo ruolo, un ampio consenso al di là degli schieramenti d’origine di ciascun componente, assumendo un peso via via crescente.

Giorgio Napolitano, lo si può dare per probabile, anche se non certo, presenterà le proprie dimissioni da Capo dello Stato, già molto rappresentate, da metà gennaio. Nella sua ultima, o quasi, riunione del Csm, di cui pure per Costituzione è Presidente, ha fatto affermazioni subito divenute oggetto di dibattito e critiche. Epperciò ancor più notevoli le modalità con cui si dialettizza, e dialoga, Morosini. Tanto da far pensare che la lista dei 25 aspiranti al Colle con cui oggi Marco Travaglio, sul suo ‘Il Fatto quotidiano‘, inquadra e sbeffeggia le tante veleità quirinalizie, possa invece arricchirsi di un ospite inatteso. Con qualche credibilità.

Morosini è stato Segretario Nazionale di Magistratura Democratica, dopo avere, in precedenza, ricoperto importanti ruoli nell’Associazione Nazionale Magistrati, tra cui quello di responsabile della Comunicazione. Da segretario di MD, eletto anche, forse soprattutto, perché in grado di mediare e governare le diverse anime confliggenti, ha ideato e portato a termine l’operazione del legame con il gruppo dei cossidetti Verdi. Costituendo il nuovo soggettogruppo, maggioritario, di Area. E, sì, è dunque stato uno dei capi, secondo le concezioni di Silvio Berlusconi, della peggior specie di individui esistenti, i magistrati. E tra questi alla testa dei più pericolosi, i magistrati comunisti di MD. Ma è stato pure assai critico, addirittura in motivazioni di atti, rispetto alle modalità di procedere dell’ex star politicogiudiziaria Antonio Ingroia. Nato a Rimini il 26 marzo 1964, è quindi già da qualche mese in possesso del requisito dei cinquantanni di età previsti dalla Costituzione per accedere alla presidenza della Repubblica. Ed ha, in realtà, una storia da liberaldemocratico, appassionatosi alla politica raccogliendo le firme per i Referendum elettorali del politicamente moderato, istituzionalmente rivoluzionario, Mario Segni.

Dice, dunque, Morosini, a proposito del Presidente della Repubblica e del suo intervento al CSM: «A mio avviso ha dato un consiglio a tutti i magistrati, di evitare esposizioni mediatiche improprie e di intrepretare il proprio ruolo nella giurisdizione con equilibrio e misura, senza sentirsi depositari della verità e portatori di un ruolo salvifico».

E ancora, a proposto del procedimento palermitano sulla trattativa Stato-Mafia. «(…) C’è un processo in corso nell’ambito del quale il Presidente ha reso la sua testimonianza. Lasciamo che tutti facciano il proprio dovere con serenità». «Risposta diplomatica…» incalza, giustamente, la giornalista. «No, risposta doverosamente istituzionale». «Se lei adesso fosse ancora a Palermo nel ruolo di prima, avrebbe parlato allo stesso modo?». «Io non avrei proprio risposto alle sue domande. Troppo delicato quel compito, perchè un magistrato, direttamente investito, possa formulare qualsiasi tipo di commento». E la risposta è avvalorata dal comportamento che ha tenuto in questi anni, parlando con sentenze e loro motivazioni, o con pubbliche, anche pesanti, prese di posizione su vari temi. Non beccato, invece, nello sport più diffuso tra i magistrati, quello di suggerire notizie, anche coperte dal segreto istruttorio, ai giornalisti.

E, anche a questo specifico proposito, aggiunge: «Mi riconosco nel fatto che il magistrato titolare del processo parli solo con atti processuali. (…) I commenti esterni sul caso specifico non devono essere oggetto dei suoi interventi». Per concludere: «Il magistrato deve tacere sul processo di cui è titolare, ma i miei colleghi, soprattutto quelli che hanno un ruolo nell’Anm o nel Csm, hanno comunque il diritto di espimere una opinione sulle riforme che riguardano la giustizia». In questo modo sottolineando, con il riferimento al dirittodovere di intervento da parte di chi abbia un incarico specifico, che se parecchi altri si dessero una calmata, sarebbe niente male.

Ce n’è abbastanza, e non solo per questo, da poter dire che per la massima magistratura dello Stato c’è un nome in più. Che molti outsider possono emergere. Specie se attaccati ai princìpi, dotati di senso istituzionale, capaci di mediazione. E Morosini non è da sottovalutare, anche perchè molti, nello schieramento di maggioranza come in quello di opposizione, qualunque cosa questo voglia dire oggi e tra qualche settimana, stanno prendendo via via in considerazione l’altro magistrato. Altro rispetto al Presidente del Senato, Pietro Grasso. Magari non solo per qualche voto, o qualche votazione, di bandiera.

 

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