martedì, Maggio 11

Romanzo comunale

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La notte tra il 13 e il 14 gennaio 2011 Umberto Croppi fu escluso dalla Giunta del Comune di Roma guidata da Gianni Alemanno. Sino alla sera prima egli era Assessore alle politiche culturali del Comune di Roma, funzione che aveva svolto senza alcun condizionamento politico. Aveva lavorato bene, il solo a godere della stima concorde di giornalisti e cittadini.
Vi state chiedendo cosa abbia a che fare questo fatto trascorso con la retata appena avvenuta nella Capitale d’Italia? Nulla, a conferma che, nonostante la filosofia di Massimo Carminati, resisterebbe persino a Roma un mondo di vivi che non verrà mai intaccato dalle lusinghe del denaro facile, dagli affari, dalle torbide relazioni di una società inabissata e visibilissima. All’epoca lavoravo proprio con Croppi a Piazza Campitelli. Umberto mi aveva cooptato in un modo assai poco ortodosso rispetto alle attitudini italiane. Era in predicato di succedere a Renato Nicolini e a Gianni Borgna, era colui al quale Gianni Alemanno aveva affidato la comunicazione per sconfiggere, nelle elezioni del 2008, Francesco Rutelli.

In gioventù, Croppi, aveva militato in un’area eterodossa della destra italiana, sorta di fascismo di sinistra che ai congressi del Movimento Sociale aveva quasi sempre rimediato onorevoli sconfitte… Insomma, Umberto Croppi pareva dipinto a pennello per occupare una poltrona ambita e prestigiosa.

Noi ci eravamo incontrati quattro volte, che erano bastate a nutrire una stima reciproca. Sicché un pomeriggio mi arrivò un suo sms in forma di enigma: «Ti ho citato sul ‘Tempo’. Vale come proposta» Andai a vedere e, in effetti, a domanda del giornalista su quali intellettuali avrebbero potuto sostenerlo nello svolgimento di un incarico tanto oneroso, egli aveva speso il mio nome. Così, semplicemente, entrai nella sua piccola squadra. Consulenza d’oro? Non scherziamo, io guadagnavo circa duemila e cento euro netti, timbravo regolare cartellino e ogni mattina presto pregavo Iddio che qualcuno al Ghetto mi lasciasse uno spazietto per parcheggiarci la mia vettura ibrida, esente dalla fascia blu. Compagni di avventura Silvia Libianchi e Alessandro Ferrante, come me atterrati nel mondo alieno della politica romanoide. E come me, quel 14 gennaio 2011, defenestrati senza alcun editto, come forza lavoro immaginaria e transitiva. D’altronde eravamo stati dei collaboratori occasionali. Io una specie di consigliere, anche perché già da tempo il termine ‘consulente‘ era stato ampiamente macchiato da inenarrabili abusi (di ‘potere’ e di ‘non sapere’), tanto che al solo usarlo ti sentivi iscritto nel registro degli indagati quale sospetto insipiente.

Fu così che lavorammo per la cultura a Roma durante trenta mesi o poco più, in un periodo di sfascio finanziario a cui, come al solito, era la Cultura a dover rendere indietro qualcosa, e poi qualcosa ancora, e infine quasi tutto… Scrivo della Cultura con la ‘C’ maiuscola, come avrete letto, perché alla cultura del ‘mondo dei morti‘ i soldini arrivavano pronta cassa. D’altra parte io lavoravo a fianco di un ‘marziano a Roma’, e nel mio caso il Kunt del celebre raccontino era uno che viveva a Palestrina e che il sabato vi faceva ritorno in trenino perché la famiglia Croppi lo aspettava. Era uno così, che una volta stavamo per andare a un incontro non so più dove e io gli chiesi se si potesse dare un passaggio a una mia amica, al che Umberto si scusò ma rispose che le macchine di servizio non potevano essere usate per i privati. Ecco perché noi non c’entravamo nulla di nulla con il mondo dei morti civici che emerge dalle indiscrezioni preliminari. Né lo tangevano minimamente gli uffici amministrativi di quell’Assessorato, che funzionari e impiegati elevavano da mane a sera attraverso un impegno e una qualità impareggiabili. Per una miseria di stipendio, in uno degli uffici più assediati e più stimolati dell’universo mondo: Cultura e Roma… si può avere un’idea di che lavoro fosse? Di quante proposte, iniziative, ricorrenze, eventi, opere, capolavori, arti, spettacoli e progetti sorvolassero quelle due benedette paroline? Ebbene nonostante tutto, alla romanoide sindacatura non importava unettedi quel che Umberto Croppi combinasse, anzitutto perché non lo capiva, e casualmente perché gli affari importanti erano ben altri, tali e tanti che ancor oggi io non ne saprei ridire nemmeno uno, a conferma dell’estraneità da quella sottogiungla di codici e di comportamenti antipopolari di cui da giorni tracima l’informazione nazionale. Non era roba che avesse mai costeggiato la mia esistenza, per di più collaboravo con uno che la viveva come me, persino conoscendo i meccanismi della politica peggiore e avendoli sempre scansati in memoria di una giovinezza autentica, di un padre esemplare, di quel che si chiamava Amicizia (non come i sodali, i fratelli, gli zii e i compari di oggi…), uno che i cosiddetti pranzi di lavoro se li pagava di tasca sua, uno che al termine della Notte Futurista del 20 febbraio 2009, dopo mesi di lavoro folle, a godersi il successo di quell’avvenimento magistrale, lo avevo scorto da solo a mangiare un tramezzino in un baretto. Mica le cene da settantamila e rotti, no, un tramezzino da due euro! Eppure quella notte avevamo dimostrato che si poteva prescindere sul serio dalle appartenenze. A ricordare il primo manifesto marinettiano era stata invitata una accolita trasversale di artisti e di studiosi, senza mezzo tabù, libera circolazione per chiunque provenisse da destra o da sinistra, a patto che vi fossero idee, conoscenze, immaginazioni. Altrimenti, grazie no. «E lo so che lei è amico di Poldo Sbaffini (anzi, già che c’è non me lo saluti nemmeno) ma grazie, no, lo stesso…» E quella notte, sulla retta che collega Piazza del Popolo a Piazza Venezia, ci stavano insieme Giancarlo Cauteruccio, Edoardo Sylos Labini, Brian Eno, Marco Solari e Alessandra Vanzi. Perché i loro progetti erano materia vera, potevano piacere o meno ma dietro c’erano documenti di artista, non copie falsificate… Il che dette tremendamente fastidio a un certo ‘mondo di mezza cultura’, quello che trasognava una storica rivincita contro le angherie di un trentennio, quel mondo che ancora credeva vi fossero la destra e la sinistra a contendersi la Cultura. Noi avevamo scelto liberamente e avevamo vinto. Il 20 febbraio del 2009 il Centro di Roma era stato occupato e percorso da migliaia di persone contente di vedere e di toccare con mano quella parola ‘futurismo’. Mal ce ne incolse. D’imperio furono sottratte all’ufficio l’ideazione e l’organizzazione del ventennale del caduta del muro di Berlino. Per gestirlo con deprimente dilettantismo. Annusata l’aria, il Goethe-Institut se la dette a gambe. Il risultato fu catastrofico, l’evento finale un concertino da paese che la pioggia batté e battezzò come meritava. Roma stava tornando al suo basso spessore, i finanziamenti sarebbero stati lesinati senza perché, mentre a man bassa avrebbero continuato a oleare gli stupidissimi concertoni di capodanno o certe fiere carnascialesche da far arrossire la peggior copia di Meo Patacca.

Umberto resisteva con amor proprio, riusciva ad approfittare della minima distrazione dei romanoidi per piazzare qui e là le sue idee. In parte pagai a mie spese, tanto le celebrazioni per il centenario di Ennio FlaianoLa stupidità ha fatto progressi enormi») quanto la trasferta in omaggio ai novant’anni di Tonino Guerra. Lo feci perché altrimenti mi sarei vergognato per Roma.

Invece una serata in ricordo di Vittorio Gassman a dieci anni dalla morte non la potemmo mai organizzare: dalle segrete casse del Campidoglio non era arrivato nemmeno un centesimo extra. Potreste mai immaginare la municipalità di Londra all’atto di negare diecimila sterline in onore di Sir Peter Ustinov? Ecco, il Sindaco Gianni Alemanno o chi per lui neanche ebbero il tempo di rifletterci un minuto. Avevano altro a cui pensare, e io ignorerò perpetuamente a cosa pensassero, come asteroidi che non intralceranno mai la nostra orbita di persone normali, che si emozionano davanti a un quadro o a una scena e che un certo giorno, magari per un favore da rendere a Mauro Cutrufo o a qualche altro Carneade, verranno mandati via senza nemmeno un grazie.

Un Assessore indipendente e libero era un costo indecifrabile… Alla fine di quella breve avventura pubblicammo per la Newton Compton ‘Romanzo Comunale, dove, in fondo, si narrava dell’alienità vigente tra mondi tanto differenti.

Io ne so meno di nulla, però penso sia proprio questa la migliore testimonianza da rendere a un immaginario interrogatorio.

Mi ricordo certe inverosimili figure di Consiglieri comunali, alcune battute da minimo repertorio, mi ricordo la scientifica indifferenza di quell’ambiente dinanzi alla prospettiva che Roma restasse, benché a fatica, una città europea. E mi ricordo persino l’incapacità di afferrare i più elementari distinguo da alcuni disastri dovuti alla veltroniana vanità (nemmeno si poté parlare di chiudere quella baracconata di sedicente festa del cinema…).

Eppure va detto che, a percorrere i nomi degli indiziati e degli indagati, la politica del tempo andato non compare nemmeno di striscio. E che, a onor del vero, questa storia sarebbe qualcosa di peggio di una commistione affaristica tra destra e sinistra; semmai si tratta, né più né meno, dell’avvento post-politico al potere. Ed è grave, oltre che impossibile, che non se ne sia accorto nessuno. Consiglieri, Assessori, Senatori e Deputati… passi che non andrete nemmeno al funerale della Cultura che avete allegramente ammazzato, ma almeno intuire cosa stessero preparando nelle vostre cucine… Indagine su cittadini al di sotto di ogni sospetto.

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