lunedì, Giugno 21

Romania, l'IVA della discordia

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Dovrebbe avere il vento in poppa un governo che, dopo aver messo a punto un nuovo Codice fiscale atteso invano da diversi anni, fa sapere di aver già pronto il decreto che dispone per il prossimo futuro un cospicuo abbassamento della tassa sui consumi. L’aliquota IVA più alta, in particolare, dovrebbe scendere con il primo gennaio 2016 dal 24% al 20%; per alcuni prodotti del settore alimentare la quota, diminuendo di un punto, si assesterebbe al 9% e per i libri al 5%. Queste misure dovrebbero, secondo il governo, avere un forte impatto sull’economia, favorendo la crescita della domanda interna con benefici diretti per commercio e produzione, e ravvivando a breve termine il mercato del lavoro.

Eppure in Romania, dove è stata data all’inizio di questa settimana, la buona notizia sull’imminente riduzione dell’IVA non rallegra come dovrebbe, né il governo sembra avene ricavato quel consenso su cui faceva conto. Come mai?

Il primo a gettare acqua sul fuoco e con notevole tempestività è stato il capo dello stato, Klaus Johannis, la cui firma è necessaria per l’annunciata riforma. Già il 15 luglio proprio nei locali della Banca Nazionale dove avveniva la presentazione di nuove emissioni numismatiche (la Romania non fa parte della zona euro) ha detto fra l’altro: «Non capisco come si possa sostenere che tramite una semplice riduzione di alcune imposte migliorerebbero le finanze del Paese. Penso che la nostra preoccupazione non dovrebbe essere la diminuzione delle tasse ma il modo con cui avviene. Essa sarebbe utile solo se non mettesse in pericolo la sostenibilità dei conti pubblici, che sono stati riportati in carreggiata solo grazie a intensi sforzi nell’ultimo periodo. Dobbiamo essere coscienti della distanza che c’è fra tentazione politica e realtà economica».

Agli occhi di molti osservatori tuttavia la posizione dello stesso presidente Johannis risente non poco di tentazioni politiche. Come è noto, il presidente conservatore, eletto nel dicembre scorso, sta facendo non poche pressioni sul capo del governo, il socialista Ponta in carica da tre anni, affinché presenti le sue dimissioni, specie dopo che, a metà giugno, è stato reso noto che contro quest’ultimo è in corso un procedimento penale per corruzione e falso in atto pubblico.

Il braccio di ferro fra le due massime cariche politiche rumene ha intralciato non poco nelle ultime settimane l’attività governativa e parlamentare: Johannis si è rifiutato di firmare una legge votata a larghissima maggioranza per le pensioni speciali de parlamentari e l’ha rinviata alle camere; Ponta ha ritirato il decreto che prevedeva un aumento delle indennità per il Presidente; quest’ultimo non ha gradito il nome proposto dal governo per la carica di Ministro dei trasporti, resasi vacante, e ne ha preteso uno alternativo (benché sempre del campo politico a lui avverso).

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