mercoledì, Aprile 21

Romania, la discoteca della discordia

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Cosa ha a che fare un incendio fortuito in una discoteca con la stabilità di un governo? Nulla. Ma un nulla basta e avanza, nella vita privata come in quella pubblica, per fare esplodere un rapporto che non funziona più.

Fra la popolazione rumena e il governo rumeno il rapporto era da tempo teso all’estremo. L’incendio di martedì scorso, che continua a fare vittime, purtroppo, perché altri due ustionati sono morti domenica portando il bilancio provvisorio della tragedia a 45, non può certo essere imputato al governo, ma ha dato l’occasione di esprimersi ai sentimenti degli abitanti di Bucarest, che da questo punto di vista è per davvero come Parigi: quel che accade nella capitale orienta tutto il Paese. In migliaia sono scesi in strada a protestare, senza un obiettivo ma con un buon motivo: le cose in Romania vanno di male in peggio, non però in termini economici prima di tutto. L’incendio nella discoteca, che forse si sarebbe potuto evitare se fossero state rispettate le norme antincendio da parte dei proprietari, è assurto a simbolo del degrado morale del Paese. Quel che i protestatari di Bucarest denunciano è l’incapacità della classe dirigente, in primis quella politica, ma anche di quella economica, intellettuale e perfino religiosa a fare qual che per definizione dovrebbe: dirigere, appunto, il Paese, cioè pensare su scala nazionale e non solo sul metro dell’arricchimento, anzi dell’accaparramento personale.

Il primo ministro Victor Ponta si è precipitosamente dimesso il giorno dopo la tragedia. In un messaggio televisivo ha avuto la spudoratezza di riconoscere le colpe del governo per l’incendio, cosa che gli è riuscita facile, visto che in effetti non porta nessuna colpa, e da questo ha preso spunto per lasciare la sua carica. In realtà la posizione del socialista Ponta era da tempo insostenibile. Era stato sconfitto alle elezioni presidenziali del dicembre scorso dal candidato della destra Klaus Iohannis, e due mesi fa era stato messo in minoranza nel suo stresso partito, perdendone la guida. In democrazia perdere una competizione elettorale o due non è un’infamia, ma a questi rovesci politici ne erano seguiti per Ponta altri d’altra natura. Era stato incriminato e poi rinviato a giudizio per frode fiscale e falso in atto pubblico senza che battesse ciglio, come a suo tempo ha informato l’Indro, e quando era venuta fuori la prova che la sua tesi di laurea era in realtà un plagio, aveva incaricato il ministro della Giustizia del suo governo di presentare un disegno di legge che cancellava, in certe condizioni, le penalità connesse al plagio, e in quelle condizioni ricadeva appunto il caso Ponta. Accanto a Ponta diversi ministri e molti esponenti del suo partito erano stati coinvolti in mille piccole truffe, in favoritismi familiari e di corrente politica, in fastidiosi abusi di potere. Il ministro degli interni ha utilizzato in dieci mesi per i suoi spostamenti le “facilitazioni stradali”, cioè un corteo di macchine con staffetta in testa che garantisce ovunque la precedenza, per 1.061 volte. Lo si è saputo perché qualche giorno fa la staffetta, che andava ai 180 all’ora, ha avuto un incidente e un poliziotto è morto. Il ministro si è ora dimesso, tendendo puntigliosamente però a precisare che tutti gli spostamenti senza eccezione erano richiesti dalla sua carica e che se sono stati numerosi, è solo perché, per senso del dovere, aveva rinunciato a una parte delle sue ferie ed era stato quasi sempre in servizio. L’ex-ministro in questione è un generale, il che non contribuisce all’immagine dell’esercito.

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