venerdì, Maggio 7

Roma, una poltrona per cinque Roma

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La farsa tragicomica che ruota intorno al sindaco dimissionario (o dimissionato) di Roma, Ignazio Marino, è ripresa, dunque, questa mattina con l’intervista rilasciata dall’ex inquilino (sfrattato) del Campidoglio al quotidiano torinese ‘La Stampa’. «Ci avevano provato con la Panda rossa, i funerali di Casamonica, la polemica sul viaggio del Papa», si sfoga il primo cittadino più odiato dai romani, «se non fossero arrivati questi scontrini, prima o poi avrebbero detto che avevo i calzini bucati o mi avrebbero messo della cocaina in tasca». Marino non lo ammette, ma quel verbo ‘avere’ declinato al plurale non riesce a nascondere l’irritazione contro il sabotaggio continuato subito dalla sua amministrazione proprio per mano del Pd, suo partito di riferimento. Ammirevole, ma patetico, anche il tentativo di scaricare sul suo staff la responsabilità di «qualche imprecisione» nel compilare i giustificativi delle sue spese. Come se le parole dell’ambasciata vietnamita o della Comunità Sant’Egidio non fossero state già sufficienti a sputtanarlo in mondovisione.

Detto della debole difesa del fu sindaco di Roma (Mafia) Capitale, l’attenzione si sposta ora sulle responsabilità a livello locale del partitone renziano, travolto e azzerato a Roma dall’inchiesta sui presunti boss Buzzi e Carminati. Il primo a dover trarre le conseguenze dal caos Pd dovrebbe essere il commissario romano, nonché presidente del partito, Matteo Orfini. Il ‘piccolo Vyšinskij’ Dem, ignaro come Marino del malaffare che gli è passato sotto al naso per decenni (?), confessa a ‘Repubblica’ di aver fatto di tutto per salvare il sindaco, ma non ci pensa proprio ad ammettere le responsabilità del Pd che a Roma, parola di Fabrizio Barca, è divenuto «pericoloso e dannoso». Lo stesso Barca che oggi parla di «dimissioni sacrosante». I Dem, comunque, provano a volgere lo sguardo al futuro dando avvio al totonomi per il Campidoglio. Il presidente del Coni Giovanni Malagò e l’assessore dimissionario, nonché magistrato in aspettativa, Alfonso Sabella, sono in pole position.

Il nuovo testo del ddl sulle unioni civili, firmato da Monica Cirinnà insieme ad un nugolo di parlamentari Dem, dovrebbe planare nell’aula di Palazzo Madama la prossima settimana, appena concluso l’esame della riforma costituzionale. Ma per il partito che una volta era di sinistra non c’è pace perché, fondamentalisti cristiani di centro esclusi (Giovanardi, Binetti, Sacconi, Lupi), oggi è scoppiata di nuovo la grana dei cosiddetti ‘cattolici del Pd’. «La partita sulle unioni civili è tutt’altro che chiusa», minaccia sul quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’ (e dove sennò?) il cattolicissimo piddino Stefano Lepri convinto che ci sia lo spazio per «approfondire, per cambiare, per intervenire su non poche cose». Il fumo satanico finito negli occhi di Lepri si chiama stepchild adoption, ovvero la possibilità per una coppia omosessuale di adottare il figlio naturale di uno dei partners. Sul punto, definito «dirimente», Lepri assicura che «Cirinnà mente» perché il partito è tutt’altro che unito. La posizione medievale dei cattolici italiani la esprime però in modo più netto il navigato Maurizio Sacconi di Ncd. «L’ipotesi dell’affido al ‘coniuge’ del genitore biologico utilizza un istituto disegnato per supplire a genitori che hanno un impedimento transitorio», dichiara Sacconi chiudendo al contempo all’ipotesi di un accordo sul testo Cirinnà 2, «lo si trasformerebbe in un istituto privo di quel presupposto e prolungato fino alla trasformazione in adozione. Non si vede come sarebbe funzionale ad evitare la genitorialità omosessuale e l’utero in affitto per cui la nostra risposta all’ipotesi è no!». Amen.

 

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