lunedì, Agosto 2

Roma, una poltrona per cinque Roma

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Mentre Roma brucia a soli due mesi dal Giubileo, il sindaco, tecnicamente ancora in carica, Ignazio Marino stacca un assegno da 20mila euro per il Comune e si preoccupa di minacciare le ennesime querele, stavolta contro i giornalisti. Ci pensa il numero 2 del Campidoglio Marco Causi (a nome del Pd) a spiegare la situazione: «Dimissioni del sindaco già protocollate, pieni poteri della Giunta per i prossimi 20 giorni e poi tutti a casa». In questo quadro si inserisce la dichiarazione ‘a scoppio’ di Gianluca Peciola di Sel che, dopo aver dato un calcio nel sedere a Marino solo ieri, oggi prova una giravolta a 360° proponendogli un «cambio di rotta» per realizzare un fantomatico «programma elettorale». Ma ormai la giostra del totonomi per il Campidoglio è già partita. Inarrestabile. Il leghista Matteo Salvini sceglie Giorgia Meloni. Come salvatori della ‘patria Pd’ allo sbando spuntano i nomi del presidente del Coni Giovanni Malagò e dell’assessore alla Legalità uscente, nonché magistrato antimafia, Alfonso Sabella. Il costruttore rosso Alfio Marchini è ancora indeciso se far virare a destra o a sinistra la sua certa candidatura. E il M5S è convinto di vincere ad occhi chiusi con Alessandro Di Battista che, però, ha le mani legate dalle regole del Movimento che non gli permettono di cambiare poltrona. Roberta Lombardi conferma che sarà la Rete a scegliere il candidato grillino.

Con la Camera già chiusa per il consueto fine settimana lungo degli onorevoli, al Senato procede stancamente l’esame del ddl Boschi. Oggi ultimo giorno di votazioni su emendamenti ed articoli. Martedì è previsto il voto finale con il ‘governo costituente’ Renzi-Alfano-Verdini pronto a cantare vittoria. I grillni gridano «venduti» ai renziani, la maggioranza sprofonda a quota 142 su un voto segreto, ma tiene.

Sulle unioni (ormai divenute) incivili è scontro tra l’anima cattolica e quella progressista del Pd con il devoto a dio Stefano Lepri che, riferendosi al tema della stepchild adoption, dà della bugiarda alla relatrice del ddl, e sua ‘compagna’ Dem, Monica Cirinnà, perché il partito non è concorde ma spaccato in due.

Il giorno dopo le sue fragorose dimissioni da sindaco di Roma, Ignazio Marino si autoassolve sui mass media, si presenta in Campidoglio per celebrare un matrimonio, ma toglie i proiettili alla pistola delle dimissioni a tempo caricata ieri. Troppo tardi, perché il Pd, con la sola eccezione di Graziano Delrio e Giovanni Legnini, lo ha già scaricato per bocca di Matteo Orfini e volontà del ‘Re Sole’ Matteo Renzi. Il M5S denuncia la «presa in giro» di Marino che non si è dimesso ufficialmente (Consiglio comunale sospeso per mancanza del numero legale) ed è ancora «sindaco al 100%». Intanto, il terzo Matteo, Salvini considera «la disfatta di Marino la disfatta di Renzi», chiede il voto immediato, coglie l’occasione per ufficializzare la prima candidatura leghista al Campidoglio, ma fa anche il nome di Giorgia Meloni. Endorsement sincero, o un modo come un altro per bruciare il nome di Giorgina? La figura perfetta per il centrista renziano (ex socialista e berlusconiano) Fabrizio Cicchitto sarebbe, invece, «un candidato civico al di là centrodestra-centrosinistra», senza aggiungere, per fortuna, di volere un alfaniano alla guida di Roma. Uno dei pochi a mettersi contro la corrente giustizialista è il democristiano a vita Gianfranco Rotondi che lancia un’accusa, gravissima quanto generica, perché convinto che la cacciata di Marino «profuma di dossier che solo un naso democristiano può annusare».

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