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Alberico Peyron-CCIE-Messico

 

A poco più di tre mesi dall’invito ufficiale, Enrico Letta si è recato in visita in Messico, il 13 e il 14 gennaio, primo Presidente del Consiglio italiano in ventiquattro anni. Un viaggio che nasce dal desiderio di approfondire un rapporto trascurato per troppi anni fra due Paesi le cui visioni politiche spesso coincidono, ma anche un riconoscimento della crescente importanza economica del Paese centroamericano. «L’Italia scommette sul Messico, che sarà uno dei Paesi leader di questo secolo», ha  annunciato Letta al termine dell’incontro col Presidente Enrique Peña Nieto.

In realtà, col lancio del progetto «Destinazione Italia», tra le intenzioni dichiarate vi era anche quella di proporre il Paese come meta degli investimenti messicani. Tuttavia, è chiaro che l’obiettivo primario sia stato quello di consolidare istituzionalmente rapporti economici e politici già presenti: sono infatti 1.400 le aziende italiane in Messico e non è un segreto che le riforme approvate nel primo anno di Governo di Peña Nieto possano attirare ulteriore interesse da parte del mondo imprenditoriale italiano. «Sono tanti i settori, mi preme ricordare soprattutto il settore energetico, la cui apertura è una delle più interessanti» ha sostenuto Letta, per poi sottolineare anche l’importanza di «difesa, infrastrutture e cultura, fino ad arrivare ad Expo 2015», dove i padiglioni di Italia e Messico saranno vicini.

Ma, appunto, è proprio la riforma energetica a sollevare le maggiori aspettative, al punto che, al seguito della missione di Letta erano presenti Paolo Scaroni (ENI), Fulvio Conti (ENEL) e Alessandro Pansa (Finmeccanica). In particolare, Scaroni ha aperto ufficialmente la nuova sede dell’ENI a Città del Messico, mentre Conti ha firmato un memorandum d’intesa con José Luis Fernández Zayas (Istituto Messicano di Ricerche Elettriche) per la cooperazione in tema di smart grids’ e generazione geotermica. Ma non solo: era presente anche Giovanni Castellaneta  del Gruppo SACE (di cui abbiamo già riportato il coinvolgimento nella gara d’appalto per l’allargamento del Canale di Panama), già presente in Messico e sicuramente una presenza rilevante per l’avvio di nuovi progetti e investimenti.

Tutto lascia pensare, dunque, che, dopo anni di assenza, il Governo italiano punti a sostenere il radicamento imprenditoriale italiano in Messico. I rapporti commerciali, come detto, sono ottimi, ma il Paese centroamericano sta assumendo una rilevanza strategica sempre maggiore per il suo porsi sulla soglia dei maggiori mercati mondiali, a partire da quello statunitense: lo dimostra anche l’interesse di altri Paesi, come quelli asiatici. Per comprendere meglio le prospettive che apre questo incontro, ci siamo rivolti ad Alberico Peyron, Presidente della Camera di Commercio Italiana in Messico.

 

Presidente Peyron, per introdurre il tema partirei dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio riguardo a questi «24 anni di ritardo» rispetto all’ultima visita di un Primo Ministro italiano in Messico. Cos’ha comportato quest’assenza, nel concreto, per il commercio tra l’Italia e il Messico?
Anzitutto vorrei mettere questo in un contesto: perché l’Italia, per ventiquattro anni, tra Primi Ministri e Istituzioni italiane al livello massimo, non si è mai recata in Messico. Io credo che ciò abbia a che vedere con l’orientamento generale della nostra politica estera, cioè: tradizionalmente, l’Italia ha sempre guardato nell’America Latina, quei Paesi dove si trovano le grandi comunità emigrate, quindi, nell’ordine: Brasile, Argentina e Venezuela. Storicamente, quando si pensava all’America Latina, c’era un riflesso condizionato di andare a guardare due- tre Paesi. Il Messico, dove non c’era, e non c’è ancora oggi, una grande comunità italiana, è stato un po’ tradizionalmente ignorato. C’era l’idea un po’ che nei Paesi con forti comunità italiane, l’Italia potesse avere un forte peso, e ciò ha fatto sì che non si vedesse, almeno non subito, la forza dei numeri e la crescente importanza di questo Paese. In realtà, nonostante la mancanza di visite ufficiali durante tanto tempo, le relazioni sono cresciute, in particolare dal punto vista dell’investimento italiano. L’investimento italiano conta qui in Messico, almeno le stime ufficiali questo dicono, la presenza di 1400 aziende italiane: queste sono fonti del Ministero degli Esteri messicano, che è quello incaricato di registrare l’investimento straniero. Adesso, questo numero è enorme e va capito: dentro queste 1400 aziende, una grossissima fetta – la più grande, un migliaio e passa – sono piccole microaziende del settore turistico, che fondamentalmente si trovano nella Riviera Maya, soprattutto Playa del Carmen, a Puerto Escondido dove gli italiani hanno aperto alberghetti, ristoranti e ristorantini. Tolto questo, vediamo che esistono almeno trecento aziende italiane di buone dimensioni stabilite nel Paese. Se lei pensa che in Brasile ce ne sono circa 500, in realtà non siamo messi così male. Quindi, nonostante l’assenza di questi rapporti ad alto livello, non è che non sia successo niente. Con la crescita del commercio internazionale,ormai l’Italia ha superato ampiamente i 3 miliardi di euro, siamo sui 4 miliardi e rotti di dollari l’anno di export italiano verso il Messico, il che fa dell’Italia il secondo fornitore europeo in Messico dopo la Germania. C’è poi stata anche una serie di attività specifiche di cooperazione nel campo della sicurezza, nell’ambito culturale, eccetera. La relazione è dunque cresciuta a livello dei singoli o delle singole imprese. Chiaramente, adesso, con questa visita, si aprono delle prospettive nuove. Così come l’Italia sta riconoscendo nel Messico un partner importante in questa parte del mondo, allo stesso modo i messicani hanno una crescente attenzione, interesse e curiosità per l’Italia, perché credo che vedano nell’Italia un secondo partner latino in Europa, diciamo una seconda porta di accesso verso l’Europa, dopo la Spagna ovviamente, e c’è una grande sintonia fra i due Paesi. A livello istituzionale, soprattutto nell’agenda internazionale: Italia e Messico, cioè, hanno praticamente lo stesso punto di vista in tutti i fori multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite e dalla riforma del Consiglio di Sicurezza. Insomma, prima o poi doveva succedere questo incontro ad alto livello.

A maggior ragione, le chiederei, fatta eccezione per il migliaio e più di aziende turistiche di cui parlava, nelle restanti trecento quali sono i settori maggiormente coinvolti?
Guardi, è difficile individuarne uno più di un altro, perché veramente c’è un po’ di tutto. C’è molto manifatturiero, settore molto presente perché il Messico, grazie a tutti i suoi accordi di libero scambio, in particolare il NAFTA con gli Stati Uniti e il Canada, è una piattaforma ideale per venire a produrre. Quindi, si va dalla FIAT, adesso è arrivata la Pirelli, adesso è arrivata la Ferrero, e poi tutto un mondo di medie aziende il cui nome magari non è conosciuto come queste tre: Eurotranciatura, Elica… insomma, son nomi che non dicono niente, però direi che è una presenza soprattutto nel manifatturiero e poi ci sono gli avamposti commerciali, soprattutto delle nostre aziende del settore del lusso, quindi tipo la Ferragamo, tipo l’arredamento…

Per quanto riguarda il settore manifatturiero, una domanda che, parlando di Messico, penso sorga spontanea è quella sulle condizioni lavorative in cui operano le aziende italiane, sia a livello di burocrazia, sia riguardo ai lavoratori. Ci sono vantaggi particolari?
Sì, un grande vantaggio competitivo del Messico è sicuramente la facilità e la semplificazione per chi viene ad investire. Questo è un dato di fatto, che i nostri imprenditori riscontrano sempre. Cioè: l’azienda che viene qui ad investire, trova veramente le porte aperte, tanto a livello di Governo federale, quanto soprattutto a livello dei Governi statali. Quando sono grandi aziende, è normale che anche il Governo federale se ne occupi, quando sono medi e piccoli investimenti si parla più di Governo statale. Comunque, c’è una grande facilitazione in Messico, dipende un po’ dagli Stati, ma si riesce ad aprire un’azienda, costituirla legalmente, in alcuni casi addirittura in ventiquattro ore. Sono state creati anche in alcuni Stati degli sportelli unici dove uno può andare e fare tutte le pratiche relative alla costituzione di un’azienda ad un solo sportello. Questo è sicuramente un fattore che aiuta molto. Esistono poi anche dei programmi che incentivano l’investimento, sia Federali che statali, dipendendo dalle dimensioni dell’investimento e dalla quantità di posti di lavoro che viene creata e da altri fattori: in alcuni casi vengono dati soldi cash, in alcuni casi il terreno, in alcuni casi il capannone, in alcuni casi sgravi fiscali… Quindi, insomma, da un lato c’è innanzitutto questa politica di porte aperte, di ponti d’oro per chi viene ad investire. Dall’altro lato, ci sono dei vantaggi competitivi obiettivi: il costo della manodopera, oggi, sta diventando addirittura competitivo con la Cina. Il Boston Consulting Group dice che nel 2015, per il costo della manodopera, sarà più economico produrre in Messico che in Cina. La legge del lavoro è molto più flessibile di quella italiana, ma poi a questo si aggiungono una serie di vantaggi. Il primo è la posizione geografica e la logistica, perché il Messico ha 3000km di frontiera con gli Stati Uniti e, quindi, chi produce in Messico con l’idea di vendere negli Stati Uniti mette il prodotto su un camion e quello stesso camion lo porta a Chicago, a New York, a Los Angeles, senza la necessità dei tempi di trasporto dall’Asia. Quindi, in generale, il Messico presenta condizioni ideali per chi vuole venire a produrre. Va anche detto, non solo agli italiani che sono venuti qui, ma soprattutto gli americani, i giapponesi… La Nissan, ho letto proprio oggi, a partire dall’anno prossimo produrrà più auto in Messico che in Giappone. Anche i tedeschi hanno un rapporto storico tramite la Volkswagen. È un Paese che si è sempre prestato molto bene all’investimento straniero, poi, chiaramente, è iniziato un boom a partire dalla firma dell’accordo del NAFTA. Vorrei anche ricordare che il Messico ha trattati di libero scambio non solo con Stati Uniti e Canada, ma anche con l’Unione Europea (per cui c’è già il caso di aziende italiane che producono qua e poi rimandano il prodotto in Italia, o addirittura in Italia, perché il prodotto fatto in Messico entra nell’UE a dazio zero), così come con un totale di 44 Paesi e una decina-ventina di trattati di libero scambio, molti con Paesi dell’America Latina. È una piattaforma ideale per produrre, anche col Giappone: questo è importante dirlo. Il Messico è l’unico Paese al mondo che ha trattati di libero scambio con le tre principali aree economiche del mondo: il Nord America, l’Europa e il Giappone. Quindi, sommando i benefici, la geografia, le leggi sul lavoro e la competitività del costo del lavoro, più questi trattati di libero scambio, ecco spiegato il successo. Vorrei anche aggiungere un ultimo punto, perché il competitor naturale del Messico in questa parte del mondo è il Brasile, no? L’azienda che pensa a produrre da queste parti, normalmente valuta Messico vs. Brasile. Chiaramente, il Brasile ha un mercato interno molto più grande con 200 milioni di persone contro i 110 del Messico, benché qui il potere di acquisto sia abbastanza più alto. Però qui esistono delle differenze importanti: in primis, che si può costituire un’azienda senza la presenza di un socio locale, che invece è obbligatoria in Brasile; in secondo luogo, gli utili, una volta pagate le tasse locali, possono essere esportate senza problemi in qualsiasi parte del mondo, mentre in Brasile esistono delle limitazioni. Quindi, se aggiungiamo anche questi meccanismi legali, si capisce perché questo Paese sta diventando una meta preferita degli investimenti italiani e non solo.

Ho notato che queste motivazioni che lei riporta sono le stesse utilizzate da lei già due anni fa durante una conferenza visibile su Youtube. Ci sono stati cambiamenti sostanziali, però, in quest’anno e mezzo, ad esempio col cambio alla Presidenza, col programma di liberalizzazioni avviato da Peña Nieto, le politiche sulla violenza del Paese che talvolta sembra allontanare l’investimento in Messico?
L’anno passato è stato caratterizzato da riforme strutturali di fondo molto importanti, direi per rendere il Paese più moderno e competitivo. La principale è senza dubbio la riforma energetica, così chiamata e in realtà riguardante il petrolio. Il Messico ha risorse petrolifere enormi non sfruttate: si pensa che, ad oggi, le risorse conosciute siano le stesse di Dubai. Probabilmente c’è molto di più. Non si è neanche ancora iniziato ad estrarre il gas, né si conosce ancora la geotermia: col settore energetico c’era e c’è moltissimo da fare, sennonché esisteva un vincolo addirittura nella Costituzione, per cui solo lo Stato poteva sfruttare queste risorse energetiche sotterranee. La riforma energetica va nel senso di permettere alle compagnie straniere di lavorarvi. Si sono lette cifre per cui questo favorirà l’investimento straniero nell’ordine di 50 miliardi di dollari l’anno durante i prossimi anni: è quindi una riforma importantissima, perché potrebbe far fare un enorme salto di qualità al Paese. Ma, insieme a questa, sono venute anche altre riforme: quella finanziaria, che fa sì che le banche facilitino di più il prestito, una riforma educativa molto importante per migliorare l’alfabetizzazione, una riforma del mercato del lavoro che ha ordinato alcune aree grigie della normatività del lavoro ed ha un po’ aumentato anche la flessibilità (ma, di per sé, come dicevo, era già un mercato abbastanza flessibile). Se il Messico era competitivo, probabilmente lo diventerà ancora di più. Dobbiamo aspettare di vedere le leggi che applicheranno le normative secondarie, i regolamenti che poi applicheranno queste leggi nella pratica per vedere risultati concreti, ma l’aspettativa generale è che il Paese cresca ancora in termini competitivi. Quanto alla situazione violenza che lei giustamente segnala, è vero, esiste questa situazione. Va anche detto che, ad oggi, questa situazione non tocca ancora le nostre aziende o, comunque, l’investimento straniero: vediamo come si susseguono le notizie di grandi e piccoli investimenti che arrivano, così come anche i flussi turistici sono rimasti praticamente inalterati. Questo perché, fino ad oggi, la situazione di violenza si è data in zone geograficamente molto identificate ed in zone normalmente rurali, remote e non molto accessibili, quindi nulla dove si realizzano gli investimenti. È un po’ come quando, in Italia, c’erano le guerre di camorra che succedevano nei paesini della Campania, ma non in Brianza o in zone produttive. Il Governo si è preso questo primo anno, in realtà, per capire meglio il problema, per disegnare una strategia per affrontarlo. Ora dobbiamo aspettare per vedere i risultati.

Lei ha citato diverse riforme: proverei a trattare una per una quelle rilevanti, a partire da quella sul petrolio, che ha appunto scardinato il monopolio statale instaurato da Cárdenas. Nella missione dei Letta erano presenti Scaroni dell’ENI, Conti dell’ENEL. A questo aggiungerei che il Presidente della Federpetroli Marsiglia ha detto di recente che ci sono aziende italiane pronte ad entrare nel settore petrolifero non solo dei Paesi mediorientali, ma anche latinoamericani. Ci sono già investimenti in entrata in Messico, in questo ambito?
No, ancora no: come le dicevo, la riforma diventerà operativa una volta che esistano i regolamenti applicativi. Addirittura è stata fatta una riforma costituzionale, cosa importantissima, e si è stabilito il principio per cui il Governo può dare concessioni per l’esplorazione petrolifera anche a privati. In questo momento, ancora non sono arrivati gli investimenti perché ancora la legge non è pienamente operativa, ma, chiaramente, tutti cominciano a prendere posizione. Scaroni è venuto, l’ENI ha annunciato l’apertura di un ufficio qui a Città del Messico, e quindi si è in attesa di sapere come funzionerà. Va anche detto che il gruppo ENI già lavorava in Messico, la Saipem sta rinnovando una raffineria. La Saipem ha creato un ufficio di progettazione e disegno molto importante, che serve l’area delle Americhe. Io credo che vedremo, nelle prossime settimane, dopo la pubblicazione di questi regolamenti, un arrivo accelerato delle aziende del settore – americane, inglesi. Si dice, io non sono un esperto, ma da quello che si legge, il Messico sta sopra un mare di petrolio: per darle un’idea – il numero non è quello preciso – per quanto riguarda i giacimenti  del Golfo del Messico, nelle acque profonde, dal lato americano ci sono, mi sembra, 400 piattaforme; dal lato messicano ce ne sono 7. Perché PEMEX non aveva né i capitali, né la capacità tecnica per costruire queste piattaforme. Quindi, adesso, lo faranno i privati.

Passerei poi a un altro ospite illustre della missione di Letta in Messica, cioè la SACE. Questa ha stretto un accordo di recente con Bancomext e mi chiedo che portata possa avere nei rapporti commerciali tra i due Paesi, anche a livello di progetti. SACE che è già stata coinvolta in America Centrale, comunque, anche nel caso del progetto per il Canale di Panama. In Messico, quali sono le prospettive?
Non conosco i termini esatti dell’accordo, ma so che addirittura la SACE ha aperto il proprio ufficio presso la nostra Camera di Commercio. Quando le dicevo che, nonostante l’assenza del Governo, le cose sono andate avanti: la SACE, oggi, ha più contratti assicurativi sul Messico che sul Brasile, ha superato il miliardo di dollari. Questo io credo che comporterà varie cose: innanzitutto, una crescita ulteriore del commercio dall’Italia al Messico, che di per sé è fiorente, perché è uno strumento di assicurazione del credito e ci permetterà di vendere ancora più macchinari industriali, ancora più stabilimenti e beni di capitale e investimento. Peraltro è interessante segnalare che la SACE è la prima agenzia internazionale di assicurazione sul rischio commerciale ad aprire qui: per una volta, quindi, non arriviamo in ritardo, anzi, arriviamo prima degli altri. E poi questo può diventare una fonte di finanziamento, attraverso i meccanismi della SACE, per le nostre aziende che vogliono investire qua: penso quindi che questo diventi uno strumento per far crescere ancora di più i nostri investimenti nel Paese.

Farei ora riferimento ad una riforma che, in Messico, è stata più volte rimandata: quella del patto rurale. Tuttavia, uno dei temi dell’incontro tra Letta e Peña Nieto è stato appunto il fatto che, all’Expo 2015, i due Paesi avranno gli stand pressoché attaccato. Qual è la situazione di questo settore nel commercio italo-messicano?
Quando ci fu la riforma agraria in Messico, dopo la rivoluzione, vennero espropriati i grandi latifondi e venne creato un sistema detto ‘Ejido’ che prevedeva una sorta di proprietà collettiva della terra. La terra venne data ai contadini in un formato diciamo ‘cooperativistico’, nato con le migliori intenzioni ma che poi non ha dato i risultati sperati, perché gli ejidos sono sottocapitalizzati e non hanno la capacità di investire in tecnologie, in concime, diserbanti… In realtà, c’è stato quindi un regresso nella condizione di queste comunità, i cui contadini hanno spesso dovuto vendere le proprie quote di terra per andare nelle città. Si è assistito così ad una ricostituzione delle grandi proprietà terriere. Adesso, la situazione dell’agricoltura in Messico ha due facce: da un lato il Paese è il primo produttore al mondo di pomodori, avocado, papaya, arance… C’è una grandissima ricchezza agricola, ma anche il settore della carne sta crescendo: però viene portato avanti da grandi gruppi agroindustriali a gestione molto avanzata e moderna. Dall’altra parte, queste comunità agricole sono ormai ridotte alle terre meno fertili che nessuno ha voluto comprare e sono ormai nell’abbandono: è una realtà soprattutto della parte centromeridionale del Paese, in Stati come Oaxaca o il Chiapas. Chiaramente questa è una delle grandi priorità del Paese, soprattutto per il suo stato sociale: non dimentichiamo che un messicano su due vive in situazione di povertà. Addirittura esiste un 10% della popolazione che si trova a livello di povertà alimentare. Per quanto riguarda il commercio con l’Italia, però, non c’è un grande interscambio sull’agricoltura. In realtà, il Messico ha nel trattato di libero scambio con l’Europa delle quote agricole che normalmente non raggiunge mai, perché il grosso di tutta l’esportazione agricola è diretta verso gli Stati Uniti e il Canada: per darle un’idea, un pomodoro su tre che si consuma negli Stati Uniti è prodotto in Messico. Questo per ragioni ovvie: insisto, è molto più facile il prodotto negli Stati uniti perché basta metterlo su un camion. In realtà, nel nostro interscambio, per l’Italia sta crescendo molto l’esportazione di prodotti dell’agroindustria, cioè processati: la pasta, il vino… Soprattutto il vino sta crescendo abbastanza bene, seppure i numeri non sono grandi. Mentre il Messico, non solo verso l’Italia, ma verso tutta l’Europa, esporta molto poco. Non è, in realtà, un tema che riguarda le relazioni tra i due Paesi.

Io tornerei allora a un tema che lei ha già in parte trattato, ma mi chiedevo se non fosse possibile approfondirlo: le prospettive, le opportunità e i rischi per le piccole e medie imprese che volessero investire in Messico in questa fase di intensificazione dei rapporti tra i due Paesi.
Le opportunità sono un po’ quelle segnalate, innanzitutto nella delocalizzazione delle aziende. Io le do un dato: noi, ogni due anni – quest’anno è la seconda volta che si fa – facciamo un’inchiesta presso gli imprenditori italiani e chiediamo loro il loro livello di soddisfazione sul Messico. Quest’anno, da uno a dieci, ci hanno risposto 7,95 alla domanda «quanto siete contenti di stare in Messico?». Considerando che noi italiani tendiamo ad essere un po’ criticoni, è un voto altissimo. Secondo dato che emerge da quest’inchiesta è la risposta alla domanda «voi raccomandereste ad un altro imprenditore italiano di venire ad investire in Messico»: il 100% degli intervistati ha detto che lo farebbe, alcuni «molto», altri «abbastanza». Quindi, qui c’è già un primo dato di fatto: chi è venuto è contento, lo rifarebbe e lo consiglierebbe ad un amico imprenditore. Quindi, delocalizzare qui vale nel settore manifatturiero, con le nostre piccole e medie aziende – insisto: di quelle 3-400 aziende che sono qui, una volta che abbiamo tolto la Fiat, Pirelli, Ferrero, l’Enel e un po’ di gruppo Fiat con Magneti Marelli e cose così, il resto sono piccole e medie imprese italiane che hanno qui stabilimenti di 50, 60, 70, un centinaio di dipendenti – anzitutto il manifatturiero, per coloro che sono interessati a vendere negli Stati Uniti, ma non solo: in generale nell’area dell’America Latina. Poi, un settore che tirerà molto in Messico è il settore della costruzione, per varie ragioni. Una è la gioventù della popolazione: un messicano su due ha meno di trent’anni. Questo vuol dire che c’è una massa di 50 milioni di persone che è appena entrata nel mercato del lavoro o ci entrerà, e quindi dovrà comprare una casa. In secondo luogo, qui non si sono dati crediti ipotecari, oppure sì ma con tassi altissimi, durante molti anni: adesso i tassi sono al loro minimo storico e quindi c’è una fase di case che non sono state comprate negli anni passati che creerà una crescita. In terzo luogo, il fatto che, negli Stati Uniti, la generazione del Baby Boom sta andando in pensione adesso e una grossa fetta vorrà passare la pensione al caldo ed avere una seconda casa in Messico. Questa crescita della costruzione, dell’immobiliare, alle aziende italiane può interessare molto perché noi siamo molto forti sia sui materiali da costruzione (penso ad aziende come la Mapei), poi tutto il settore dei complementi (porte, finestre, rubinetti, etc.), per finire al mobile e al complemento d’arredo. Tutta la filiera che parte dalla costruzione e arriva fino all’arredamento avrà una grossa crescita. Chiaramente tutte le aziende legate all’oil and gas, quindi chi produce valvole, impianti, sistemi per il trattamento dell’oil and gas vedrà una grande crescita nei prossimi anni. Un settore interessante, spesso dimenticato dalle nostre aziende italiane, è che il Messico sta diventando un Paese di partenza di turisti: stanno crescendo i flussi turistici verso l’Italia in maniera accelerata. I numeri non sono ancora enormi, si parla di 200.000 turisti, ma la cosa interessante è che sono turisti ‘a 5 stelle’. Cioè il messicano pretende molto. Mentre il turista brasiliano è un turista ‘a 4 stelle’, quello messicano è ‘a 5 stelle’ che si tratta bene e vuole avere il meglio. Gli hotel italiani a 5 stelle stanno notando come sempre di più abbiano turisti messicani e vengono a cercarne altri. C’è poi il nostro settore del lusso, specie se legato a marchi importanti, continuerà a dare molte soddisfazioni ai nostri imprenditori. C’è il settore delle tecnologie ambientali, non necessariamente le energie rinnovabili, quanto piuttosto il trattamento dei rifiuti, il trattamento dei liquami: sta iniziando ora ad esserci una coscienza ed una legislazione di controlli su questo settore in Messico. È un altro settore destinato a crescere. E poi, in generale, continua tutta l’area delle tecnologie italiane, che vanno dalle information technology sino ai macchinari: il Messico è un grande acquirente di macchinari industriali italiani, c’è un’ottima immagine del nostro prodotto e quindi anche lì possiamo continuare a fare molto bene.

Chiuderei con un documento concreto, che è la dichiarazione congiunta siglata in chiusura dell’incontro tra il Presidente Peña Nieto ed il Primo Ministro Letta: quali sono i contenuti, qual è l’opinione che ha di questa dichiarazione?
Io credo che, anzitutto, questa dichiarazione colpisca per la quantità di punti in agenda e per il livello di articolazione e di varietà. Se lei vede, si parla di sicurezza, di cultura, di piccole medie imprese, di attrazione degli investimenti, delle Nazioni Uniti, della Expo… Quindi, questo dimostra che c’è tanta carne al fuoco tra i due Paesi: non è stata, cioè, solo una visita di cortesia. È stata una visita di lavoro con tanti punti in agenda: si parla di collaborazione nel settore Difesa… Colpisce questo, e ritorno ancora una volta alla sua prima domanda: che è successo nel frattempo? Sono andati avanti tutti quei dossier. Io credo, se non sbaglio, che ci siano 50 punti in quella dichiarazione congiunta, che non sono nati il giorno della visita di Letta, ma sono stati costruiti negli anni precedenti. Quindi, in realtà, la relazione fra i due Paesi è cresciuta in tutti questi anni, da un lato e dall’altro, pur nell’assenza di questi rapporti ad alto livello. Adesso che si è creato anche questo canale ad alto livello, la relazione può solo migliorare e può solo crescere.

 

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