venerdì, Aprile 23

Roma: miracolo Capitolina Rugby Vi racconto di un luogo positivo, dove lo sport trasmette precetti di vita

0

 barbato

Proseguo nel mio intento di trovare realtà positive, dove la società civile o i singoli personaggi esprimano valori piuttosto che ammiccare nell’apologia delle furbate.

E, scrivendo proprio nel giorno della Leopolda, più ribalda che ribalta e della manifestazione della CGIL, voglio sparigliare le carte e rinunciare ai facili bersagli che mi passano sotto il naso, a cominciare da Pittibimbo che sta commettendo una bischerata dietro l’altra.

Ne cito alcune, a caso: la divulgazione della lettera di messa in mora della UE (sul momento pari un gran figo, richiamandoti alla trasparenza; ma i Signori dell’Europa hanno la memoria lunga e noi, avendo solo la Mogherini in Commissione, ovvero una componente che non partecipa attivamente al gioco dei compromessi – ha ruoli esterni… -, potremmo subire, in futuro, contraccolpi non da poco da questo tiro mancino -): allora, perché non rendere pubblici i contenuti del Patto del Nazareno (?); la sua frase, voce dal sen fuggita, per cui nel 2011 si è reso conto che l’Italia era ‘scalabile’, manco tu fossi un capitalista che va all’acquisizione di una Company: ci sentiamo tutti mercificati, alla mercé della tua ambizione; la stridente contrapposizione (da me profeticamente annunciata all’epoca) fra l’esibizionistica doccia gelata (aderendo all’Ice Buckett Challenge) a sostegno dell’Associazione per la ricerca contro la SLA e i tagli senza pietà del sostegno sociale ai più deboli, compresi gli ammalati di SLA.

Se a ciò si va ad aggiungere il fuorionda fra quei due sepolcri imbiancati di Graziano Delrio e Sergio Chiamparino, ci sarebbe stato materiale per ‘montare’ e argomentare un sacco e una sporta di AMBRacadabra.
E, invece no. Ogni tanto ho bisogno di ossigenarmi  -e, di riflesso, trasmetto a voi questo sollievo-, parlando di realtà belle e entusiasmanti.
Lo sport
, a torto definito ‘minore’, è una di queste.

A voler essere sinceri, lo sport ‘maggiore’, leggi calcio, raramente si fa ambasciatore di valori: troppo spesso hanno tintinnato manette, son risultati brogli, vi circola una fauna di contorno dalla moralità incerta, ci scappa persino il morto, il ferito, l’accoltellato.

Complice anche una mattinata di raro splendore era ben altra l’atmosfera che si respirava nella sede del Club Capitolina Rugby, in via Flaminia 867, zona Tor di Quinto, a un tiro di schioppo dall’Acqua Acetosa, sede di moltissime società sportive.

L’incontro con Sebastian Caffaratti, responsabile delle Relazioni Esterne e Marketing del Club, poi, mi ha mostrato da vicino una realtà vivace e, nel contempo, capace di un benefico contagio di valori ‘nobili’ ed etici, tipici dello sport praticato.

Mio ‘Virgilio’ in questo ambiente – lo confesso, solo per caso ho, nella vita, posato gli occhi in tv su una partita di rugby, anche se ho gioito per qualche risultato incoraggiante della nostra Nazionale – è stato Valerio Iachizzi, nella vita giovane avvocato, in particolare specializzato nel settore della proprietà intellettuale, ma anche giocatore in forza alla prima squadra della Capitolina.

E’ lui che è riuscito a incuriosirmi (in verità, nel mio caso, non ci vuole molto, sono un’impicciona confessa) raccontandomi le esperienze positive che questo sport offre e che trasmette anche nei bambini molto piccoli (esistono pure gli under 6 che, naturalmente, fanno una sorta di ginnastica preparatoria, costruendo pian piano il proprio fisico per il debutto nello sport agonistico).

La visita al club e l’incontro con Sebastian sono frutto di questo primo approccio. Già dall’arrivo in quest’isola felice dello sport resto colpita dall’atmosfera serena che si respira: tanti bambini, qualche giovane mamma e i due campi, uno d’erba, l’altro in sintetico (Valerio mi precisa che è di quarta generazione, credo che voglia dire che è modernissimo), affollati di giovani atleti e ben tenuti. Sebastian ci viene incontro, scortato da Pampa, uno splendido esemplare di Cane corso femmina di due anni, compagna di giochi della figlia di Sebastian, coetanea della cagnolina.

Non pare di essere a Roma; la via Flaminia scorre a pochi metri, con l’ingorgo sempre in canna, ma ce la siamo lasciata alle spalle piombando in un altro pianeta, quello che ci mostra come dovrebbe essere la vita, sereno, gioioso, mentre i ragazzini s’impegnano nell’allenamento e danno prova di serietà, di attenzione agli insegnamenti degli allenatori.

Colpita dall’accento straniero di Sebastian, gli chiedo le sue origini. Nato a Buenos Aires, da famiglia di origine piemontese (di Pinerolo), è arrivato a Roma, ventiseienne, 14 anni fa, come tecnico allenatore.

Gli faccio notare che anche Papa Francesco è piemontese-argentino; mi risponde che le famiglie di entrambi, a Buenos Aires, vivevano nel quartiere di Villa Devoto.

Sebastian è prodigo di informazioni e risponde al fuoco di fila delle domande per più di un’ora. L’atmosfera invita alla conversazione: il sole è caldo, io sono curiosa. La struttura di un’AMBRacadabra mi impone un discorso indiretto, ma la conversazione con Sebastian mi dà ampio materiale per raccontare le peculiarità della Capitolina Rugby.

Nel 1996 6 -7 soci fondatori vollero creare un club d’impronta anglosassone: immaginavano – e l’hanno realizzata – una struttura in cui lo sport non fosse semplicemente la maniera occasionale d’incontro, ma divenisse baricentro di un modus vivendi.

Il terreno abbandonato di 2,2 ettari dove andarono ad operare era una vera e propria giungla a cielo aperto – lo testimoniano le foto esposte nella club house -, anche nel senso della fauna ‘umana’ che lo popolava: drogati, senza tetto, un coacervo di delinquenza di periferia e desperados dediti ad ogni commercio, purché illecito.

L’appezzamento era stato sequestrato e espropriato dalla Magistratura alla malavita romana, poi era caduto in stato di abbandono: erbacce ovunque, una situazione davvero complicata.

Dinanzi ai sogni, però, c’è l’irresistibile forza della volontà a fare da apripista. Oggi quel terreno abbandonato è irriconoscibile: un ristorante, la club house, il parco giochi per i piccini arricchiscono i campi e rafforzano il senso di appartenenza per tutti, grandi e bambini.

Sotto il profilo sportivo, la prima squadra della Capitolina Rugby milita quest’anno in Serie A (a me, che non sono pratica, spiegano che è l’equivalente della Serie B del calcio).

L’anno scorso era salita in Eccellenza, il top dove giocano altre due squadre romane, la Fiamme Oro e la Lazio. Ma la situazione della ‘nostra’ è ben diversa: la squadra si autofinanzia, tutto è sulle spalle dei 600 soci. Grande è l’attenzione al vivaio, visto che la rosa della prima squadra è di 40 giocatori, tutti dilettanti, ma altri 440 ragazzi (ma c’è pure qualche ragazza) costituiscono un promettente serbatoio per il futuro.

Fino ai 12 anni giocano in squadra ‘mista’, poi ci si prepara ai campionati di ‘genere’. Ci sono sponsor, fra cui Adidas, ma capirete bene che girano cifre minime, rispetto al calcio: quando la Capitolina salì in Eccellenza, per la prima volta nella storia del Rugby italiano della serie suprema andò in campo una squadra interamente composta da dilettanti.

La generosità insegnata da questo sport è simboleggiata dal fatto che quasi tutti i giocatori della rosa della prima squadra allenano i bambini e i giovanissimi, dagli under 6 agli under 16. Poi ci sono anche gli Old, ovvero gli over 40 anni: John, il più anziano, ne ha 65 e s’impegna in campo con la stessa energia di suo figlio Ian.

Molti dei soci approcciano il Capitolina World proprio grazie alla pratica sportiva dei figli, altri ancora sono amici degli amici: tutti insieme frequentano il club non con la mentalità ‘da circolo’, ovvero un dopolavorismo che si incrocia con gli affari, ma con l’idea di condividere valori e ideali. Parola di Sebastian e Valerio!

Un messaggio che passiamo a potenziali sponsor: qui le colonne portanti sono le stesse che i giocatori praticano in campo in termini di etica, di rispetto, di dirittura morale che, d’altronde, è l’habitus mentale tipico del rugbista. Attorno alla squadra c’è una community fidelizzata che si riconosce in quella stessa scala valoriale; in più, c’è il vantaggio che non ci sono primedonne professionistiche, ma tutti gli atleti sono animati dalla generosità dei dilettanti, pur se applicano una disciplina e un’impostazione di lavoro da veri professionisti.

Scorro in club house il cartiglio dei soci fondatori e onorari. Scopro nomi noti, a cominciare da Giovanni Malagò, oggi presidente del CONI, molti esponenti della famiglia Rebecchini che qui a Roma conta molto, lo scomparso marito dell’attrice Virna Lisi, Franco Pesci.

Fra gli atleti della prima squadra, l’età media è di 25 anni e si mescolano artigiani, operai, liberi professionisti, studenti.

Appartengono alle squadre giovanili anche i figli di alcuni VIP dello spettacolo: Roberto Ciufoli, Laura Morante, Nicoletta Romanoff e può accadere di incontrarli qui in compagnia della prole.

La Capitolina Rugby trasmette i propri valori anche in una Onlus impegnata nel sociale, con progetti interessanti, come quelli che coinvolgono nelle proprie squadre di minirugby ragazzini Down e ospiti di Case-famiglia o la raccolta fondi per l’Associazione ‘Davide Ciavattini’ dell’Ospedale Bambin Gesù.        

Il messaggio finale è: il Rugby è scuola di vita e i suoi precetti insegnano a fare squadra, ad agire con correttezza e generosità, a rispettare le regole. Nei Paesi in cui è radicata questa cultura sportiva, vi è un senso civico più spiccato verso i valori di cittadinanza, d’interculturalità, di convivenza. Invece, nella vita di tutti i giorni troviamo riprodotta in brutta copia un’unica specificità: la mischia.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->