giovedì, Maggio 13

Roma, Marino resiste ma ha tutti contro Le opposizioni già chiedono elezioni anticipate

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Intanto le opposizioni iniziano già i festeggiamenti, dall’estrema destra di Casa Pound al MoVimento 5 Stelle. «Siamo alla fine della giunta Marino», esulta Marcello De Vito dei pentastellati, «questa vicenda è la ciliegina sulla torta avvelenata propinata dal Pd ai romani in continuità con la giunta Alemanno. Ci auguriamo che sia l’ultima brutta pagina». M5S che punta alle elezioni anticipate, pensando di essere «l’alternativa, con la sua squadra di persone preparate. Siamo pronti ad assumerci l’onere del governo di questa città, il nome del candidato lo sceglieremo con le nostre consuete modalità», smentite dunque le voci che volevano Alessandro Di Battista in corsa. Pronta una mozione di sfiducia, già che «gli ultimatum scanditi dal Pd e da Sel sono ridicoli», aggiungono i consiglieri grillini.

Per la lista Marchini la prima finestra disponibile per andare al voto è in «maggio. Bisogna fare presto, Roma è in una situazione pietosa», dichiara Alessandro Onorato, capogruppo in Campidoglio. Ipotesi non gradita dal Pd, «elezioni subito? Non si può fare, la magistratura farà chiarezza e si va avanti fino a novembre 2016», anche se «non possiamo entrare nella storia con un Giubileo aperto da un funzionario di polizia», spiega Anzaldi. In attesa di vedere quali saranno effettivamente le mosse di Marino e del Pd, si guarda all’articolo 53 del Testo Unico degli enti locali, che regola le dimissioni del sindaco. L’avvio della procedura spetta al prefetto, che nomina un commissario in carica fino alla conclusione dello scioglimento della Giunta, sostituito poi da un commissario straordinario, a sua volta in carica fino a nuove elezioni.

Capitolo riforme, in commissione Giustizia del Senato arrivano due testi sul disegno di legge unioni civili. Il primo a firma di tutti i senatori del Partito Democratico presenti in commissione ed Enrico Buemi, del gruppo Psi/Autonomie. Il secondo è intitolato ‘Disciplina delle unioni registrate‘ e porta la firma dei senatori Lucio Malan, Forza Italia e della capogruppo fittiana Cinzia Bonfrisco.  Si cerca di stringere sui tempi, lunedì entrambi i testi saranno incardinati, già che il provvedimento dovrà andare in Aula il 14 ottobre, almeno nelle intenzioni della relatrice del ddl, Monica Cirinnà. «Un po’ di mal di pancia rimane», afferma riferendosi ai malumori di Area Popolare, che rischiano di minare la maggioranza e l’esito della riforma, «ma escludo che abbia conseguenze, se ci sono compromessi al ribasso meglio non fare la legge». Sarà l’emiciclo di palazzo Madama a decidere quale dei due testi esaminare. Ad ogni modo, «il Pd è unito: siamo fuori dal pantano».

Nel Nuovo Centro Destra invece permangono dubbi, «si può continuare a convivere con chi usa maggioranze variabili sui singoli problemi all’ordine del giorno? Credo sia giunto il momento per noi di prendere una decisione», dichiara Ulisse Di Giacomo, «questa verrà dopo una profonda discussione al nostro interno». Favorevole ad un testo che non usi la parola «matrimonio» Fabrizio Cicchitto, «con una scrittura giuridica più adeguata molte questioni sarebbero state superate in partenza. Chi sta facendo forzature su questo terreno è ispirato e sospinto da un’ideologia laicista-dogmatica anch’essa di stampo clericale. È augurabile che il buon senso politico prevalga da parte di tutti».

Approvato l’emendamento del democratico Francesco Russo all’articolo 30, che amplia le materie che possono essere devolute dallo Stato alle Regioni a statuto ordinario su politiche sociali e commercio con l’estero, secondo quanto previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Essendo sostitutivo dell’intero articolo 30, decadono automaticamente tutti gli altri emendamenti. Erano già stati respinti tutti gli altri delle opposizioni, tra cui il sub emendamento 30.200 firmato dal leghista Roberto Calderoli, per cui era previsto il voto segreto.

Martedì 13 ottobre invece ci saranno le dichiarazioni di voto sulla legge che modificherà i requisiti per l’ottenimento della cittadinanza, a stabilirlo la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Accolta così la richiesta di più tempo per valutare emendamenti e ordini del giorno, respinta invece la proposta della Lega di aumentarne il numero. Carroccio che fuori dalla Camera ha poi manifestato contro la normativa e la presidente del ramo del Parlamento Laura Boldrini, esponendo uno striscione che recita “cittadinanza agli immigrati, svendete il Paese per un milione di voti”. «Questa legge serve solo al Pd a crearsi un nuovo bacino elettorale visto che gli italiani non li votano più», aggiunge il capogruppo Massimiliano Fedriga, «continuiamo a vedere scelte contro il regolamento al solo scopo di soffocare lo opposizioni, scelte vergognose che dimostrano che la Boldrini non è all’altezza del suo compito».

Via libera da Montecitorio al rinvio del pareggio di bilancio al 2018 con la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Def): 342 i sì, superata abbondantemente la maggioranza assoluta richiesta, che consisteva in 316 voti favorevoli. Il Governo si impegna a prorogare gli sgravi per le assunzioni stabili e introdurre flessibilità in uscita per le pensioni. Autorizzato anche l’aumento del rapporto deficit/Pil programmatico al 2,4%, con la possibilità di un’ulteriore flessibilità concessa dall’Unione Europea dello 0,2% come “sconto migranti”. Parere favorevole anche dal Senato, 170 i sì su 161 richiesti, passano l’emendamento di Fabrizio Bocchino del Gruppo Misto sugli investimenti in ricerca e sviluppo e quello di Emilia De Biasi del Pd relativo al settore sanitario, con la salvaguardia dei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie e sociali, assicurando qualità e quantità dei servizi. «Abbiamo intenzione di neutralizzare per il 2016 le clausole di salvaguardia», commentano il viceministro dell’Economia Enrico Morando e il sottosegretario Paola De Micheli.

«In queste condizioni dobbiamo essere pronti ad assumerci ogni responsabilità», non ha dubbi il presidente della commissione Difesa del Senato Nicola Latorre del PD riguardo ai possibili raid in Iraq per sconfiggere il califfato del Daesh, su cui continua il dibattito politico. «Dobbiamo essere pronti come coalizione internazionale e in questo l’Italia deve essere un Paese di riferimento». Di diverso avviso il collega di partito Francesco Garofani, «l’Italia non bombarda, le regole d’ingaggio non prevedono un’escalation dell’intervento militare. Senza strategia politica si rischia di fare danni come contro Saddam Hussein e Gheddafi». Regole che per Paolo Romani di Forza Italia possono anche cambiare, «in Iraq il Governo deve passare dalla fase dell’ipocrisia a quella della decisione, perché l’Italia deve prendersi la sua dose di responsabilità e di rischio». Sì anche dalla Lega, che «non si sottrarrà se ci verrà chiesto di votare per i bombardamenti in Iraq», garantisce Giacomo Stucchi, presidente del Copasir. «L’azione contro il terrorismo dell’Isis deve essere risoluta, serve l’impegno di tutti», anche se «sappiamo bene che quando un Paese si impegna direttamente in azioni belliche aumenta il rischio di una rappresaglia».

 

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