martedì, Settembre 28

Roma mafiosa

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Era già tutto scritto in un paio di libri, e certo: la premessa è che bisogna saper leggere. Il primo libro è ‘Il giorno della civetta’ di Leonardo Sciascia: «…Bisognerebbe…mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e piccole aziende…annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso…». L’altro libro è del procuratore aggiunto di Roma, e già responsabile della Direzione distrettuale antimafia della capitale, Giancarlo Capaldo. Il libro si chiama “Roma mafiosa”; per capire l’antifona bastano poche righe dell’introduzione: «…Per comprendere il ruolo della criminalità a Roma…occorre sottolineare il rapporto spesso sottovalutato tra crimine e politica. Vale a dire la necessità per la politica di eliminare avversari del proprio partito o di altri partiti, oppure di cercare strumenti di affermazione per vie violente o comunque illecite. O, viceversa, la necessità del crimine di utilizzare la politica per accreditarsi…negli ambienti del potere…».

Fatte queste premesse, si può fare un passo indietro nel tempo, quando c’era ancora il PCI e sindaco di Roma era Luigi Petroselli. In quel consiglio comunale c’era anche il radicale Angiolo Bandinelli, che ricorda: “Ero all’opposizione. Passeggiavo in un momento di pausa dei lavori con un consigliere democristiano, vecchio volpone: mi indica consiglieri alla mia destra, poi consiglieri alla mia sinistra. Quelli là a destra, dice, sono eletti garantiti dai vertici dei partiti. Quegli altri invece i voti se li devono andare a cercare. Se li sudano uno a uno, e ci sono molti modi, per procurarseli”. Trent’anni dopo, un altro consigliere radicale, Riccardo Magi, che per mesi ha denunciato come qualcosa non andava nella gestione dei campi Rom, inascoltato fino all’intervento della magistratura: “Ci sono consiglieri che neppure conosci di nome, non parlano mai, non sai mai cosa fanno; eppure alle elezioni hanno preso migliaia di voti. Non sai come e non sai perché in tanti li hanno votati. Però hanno speso milioni di euro in propaganda per garantirsi l’elezione. Da dove vengono questi soldi? Perché si spende tanto per essere non dico deputato o andare alla Regione, ma per essere un “oscuro” consigliere comunale?”. Ecco che viene d’attualità l’esortazione sciasciana circa “l’annusare” e il “tirare il giusto senso”…

Vogliamo altri campanelli d’allarme? E allora eccone uno recente, di Marianna Madia, il ministro della Pubblica Amministrazione e della Semplificazione del governo di Matteo Renzi. Siamo nel giugno 2013, lei ha già conquistato un posto di parlamentare, e se ne esce dicendo: “A livello nazionale nel PD ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie parlamentari, ho visto delle vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio”. Certo non le ha mandate a dire, Madia; anche se sul momento le sue parole sono scivolate come acqua su pietra.

Per questo lascia perplessi un Goffredo Bettini, da sempre uno che nel PD romano ha esercitato una enorme influenza. Di aver avuto rapporti con Salvatore Buzzi e la sua cooperativa 29 giugno, Bettini non lo nega: “E’ stata fin dalla nascita un simbolo della sinistra”; e aggiunge che “non si poteva immaginare quello che c’era dietro”. Questo però in un passato recente non gli ha impedito di parlare di un PD balcanizzato, dilaniato da faide e lotte al coltello. Ora però svicola: “Ho parlato in termini politici…La verità è che dopo la vittoria di Gianni Alemanno (sindaco di centro-destra, ndr), molti dissero che era fallito il modello Roma per sbarazzarsi di una classe dirigente autorevole e capace, ma ritenuta soffocante”.

Infine la staffilata: “Il PD, non solo a Roma, ha raggiunto livelli preoccupanti di degrado della vita interna. Il tesseramento spesso si è fatto procurandosi tessere a 10 euro da distribuire, anche a persone del tutto estranee. Le correnti non hanno quasi mai un significato politico ideale, ma sono gruppi spuri che mirano al potere”.

Il quadro è sufficientemente chiaro. Resta da capire quali saranno le mosse dei vertiti del partito di fronte a questo ciclone. Renzi desolato, l’altro giorno ha sospirato: “Che schifezza!”. Giudizio condivisibile, ma non sufficiente; e non basta neppure invocare “processi rapidi per sapere chi ha rubato”; anche il presidente del Consiglio comincia a rendersi conto che non bastano twitter gioiosi e selfie rassicuranti e sorridenti.

Eccolo dunque mobilitato in favore del non tanto amato (fino a ieri) sindaco Ignazio Marino. Prima mossa, fare piazza pulita nel partito romano: ora l’immagine di un sindaco “alieno” fa comodo, e dire che solo un paio di settimane fa il PD lo voleva commissariare… Ora Marino è diventato il simbolo per l’operazione “cambio di passo”, e gli si promette carta bianca per quel che riguarda il cambio degli assessori e il rimescolamento delle deleghe, per realizzare “la giunta della legalità”. Seconda mossa (quanto realizzabile, si vedrà) fare chiarezza sul tesseramento, le sue procedure e modalità. E’ un compito che si sono assunti Renzi in prima persona e il vice-segretario del partito Lorenzo Guerini. Un provvedimento che è più che ipotizzato, la chiusura dei circoli che in occasione delle primarie hanno registrato centinaia di iscrizioni che però l’anno successivo non sono state confermate. Matteo Orfini, nominato “commissario” ha invece il compito di procedere a una massiccia rottamazione, mettendo alla porta tutti i vertici della segreteria romana e laziale, vuoi per collusione, vuoi per incapacità di comprendere quello che accadeva.

Renzi è molto preoccupato, per i danni di immagine che fatalmente si riverberano sul suo partito e sul suo governo. Le vicende romane sono prezioso combustibile per la Lega di Matteo Salvini e rincuorano un po’ un Movimento 5 Stelle esausto per le “mattane” di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Non solo: “Roma mafiosa” ha anche pesanti riflessi sulla scena internazionale, la tedesca Angela Merkel ha colto la palla al balzo per una stoccata contro l’Italia che, al pari della Francia, deve “fare di più sul fronte delle riforme”. Per Palazzo Chigi un effetto lampante della caduta di immagine del nostro paese. Ma per Renzi non tutto il male viene per nuocere: ora per lui sarà più agevole liberarsi di una federazione che fino a qualche giorno fa era in mano a potentati che vedevano il patto del Nazareno come fumo negli occhi, e potrà cominciare la rifondazione del PD proprio da una città che non ha mai mancato di creargli problemi. Il problema di Renzi, semmai, sono i delusi e gli scontenti. La disaffezione alla politica in genere, e al PD in particolare, si taglia a fette; e il numero, tutti i sondaggi lo certificano, è destinato ad aumentare. E non basterà evocare i gufi per esorcizzare questa realtà.
 

 

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