giovedì, Agosto 5

Roma, l’orgia del potere

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Detto subito che bisogna attenderne, con nervi saldi e tutto l’equilibrio possibile, gli sviluppi giuridici fino all’esito finale, l’operazione “Mafia capitale” che ha colpito e frantumato l’intero sistema di potere che ha amministrato Roma tra il 2008 e il 2013, appare brillante, sacrosanta. A cogliere di sorpresa tutti, infatti, non è il merito dell’inchiesta, i reati contestati e a chi lo siano. Sono cose che più o meno a Roma e non solo a Roma, conoscevano tutti, vuoi perché molti procedimenti erano stati già aperti, vuoi perché da tempo persone che conoscono l’ambiente dal di dentro, come per esempio Umberto Croppi, ex assessore alla cultura di Gianni Alemanno, poi estromesso dalla giunta, avevano acceso i riflettori su una gestione che col passare del tempo lasciava tutti almeno perplessi. Vuoi infine perché, accanto all’inefficienza del Comune facilmente riscontrabile dai cittadini nella vita quotidiana, era emerso con chiarezza che il sindaco aveva pescato a piene mani tra i suoi fedelissimi, spesso ex terroristi o conclamati faccendieri, gli uomini cui affidare senza concorso pubblico o valutazioni di merito specifiche, i ruoli chiave dei nuclei di potere nevralgici della capitale. Cioè i grandi carrozzoni delle società partecipate, come l’ATAC o l’AMA, veri serbatoi di voti di scambio, essenziali al mantenimento del potere a lungo termine.

Non si può peraltro ignorare che alcuni provvedimenti riguardino anche uomini dell’attuale giunta di Ignazio Marino, toccata anch’essa dal terremoto giudiziario in atto. Quest’ultimo fatto suggerisce certamente una differenza importante di valutazione tra le amministrazioni che si sono succedute nella città di Roma, ma anche la sgradevole sensazione che all’orgia del potere è difficile per tutti rinunciare, nessuno escluso.

Si diceva dunque che, a ben vedere, a colpire un’opinione pubblica almeno a livello locale ampiamente consapevole di certe realtà, non siano i contenuti dell’indagine ma il fatto che lo Stato con i suoi organi più  contestati, magistratura e forze dell’ordine, sia intervenuto con mano pesante e non troppo tardiva nell’ennesimo vaso di Pandora nazionale, rispondendo a un’istanza di giustizia da molti avvertita.

In verità è da qualche tempo che, forse per gli opportuni avvicendamenti che hanno portato a ruoli di grande responsabilità magistrati come Giuseppe Pignatone, Procuratore capo di Roma dal 2012 o Raffaele Cantone, dall’anno in corso presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, si avverte come lo Stato stia organizzando risposte di una certa efficacia al disastro dilagante.

Chi ha vissuto la stagione di “Mani pulite” non può però fare a meno di ricordare come gli effetti di quell’inchiesta epocale aprirono la strada a tre lustri di potere incontrastato da parte di Silvio Berlusconi, rivelatosi  di gran lunga peggiore per le sorti del Paese della classe politica che era stata spazzata via dallo scandalo.

E’ bene pertanto riflettere su un dato essenziale. L’elettorato italiano è ormai diviso non tanto tra destra e sinistra ma tra riformisti e ribellisti.  I primi credono si possa e si debba ricostruire con pazienza dalle fondamenta l’apparato statale, annientandone i vizi palesi ed occulti tramite un ricambio radicale di uomini e l’adeguamento altrettanto robusto delle regole democratiche di convivenza civile. I secondi convogliano la rabbia accumulata in anni di mancate risposte e ingiustizie sempre più  umilianti in un nichilismo di sapore populista, tipico da sempre in momenti storici di profonda crisi come quello che stiamo vivendo, anche ben oltre i confini nazionali.

Questo sarà il confronto cui toccherà assistere nei prossimi anni, tenendo ben presente quanto ci insegna la Storia, cioè che la prevalenza della vis emotiva, legata al ribellismo senza un programma politico preciso e attentamente ragionato, apre nella stragrande maggioranza dei casi l’autostrada a governi non autorevoli ma solo autoritari.

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