mercoledì, Maggio 12

Roma dal 1915 ai giorni nostri Anita Margiotta descrive le due mostre sulla città allestite nel museo di Palazzo Braschi

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Roma monumenti

«Uno degli aspetti più noti della Grande Guerra è la vita dei soldati nelle trincee e negli appostamenti di alta montagna del nostro Paese. Prima di allora, non si erano mai combattute battaglie ad altitudini così elevate». Come Alessandra Staderini riporta nel libro ‘Combattenti senza divisa.Roma nella Grande Guerra’, però anche i cittadini di Roma ebbero un ruolo importante, anche se non direttamente coinvolti dal conflitto stesso, perché nelle giornate del maggio del 1915 reclamarono l’immediato intervento dell’Italia nel conflitto internazionale già in atto: immense folle si radunarono nelle piazze per sostenere l’interventismo, già propugnato dai leader politici o dagli intellettuali o di semplici persone, per lo più studenti universitari, che arrivarono perfino ad invadere l’atrio di Montecitorio, aggredendo i fautori della neutralità, come Giolitti e i suoi colleghi, che furono minacciati di morte. Secondo le testimonianze degli interventisti, l’atmosfera in città sembrava pervasa da irrazionalità, da frenesia e da una follia collettiva, mentre i neutralisti parevano non reagire a tale sollecitazione, anche se manifestavano apertamente il loro dissenso.

Quando l’Italia scese a sua volta in guerra, lo scetticismo riprese piede a Roma, anche perché gli interventisti avevano rappresentato una minoranza ed era nato uno scontento connesso alle condizioni di guerra, che si stava rivelando più cruda, dura e difficile di quanto previsto da chi aveva sostenuto l’entrata del Paese nel conflitto. Il Vaticano e gli ambienti cattolici ad esso legati, da sempre molto importanti nella società romana, trovarono inoltre modo di rafforzare tra i cittadini l’avversione alla guerra, anche attraverso le parole di papa Benedetto XV, da sempre contrario allo scontro armato e fin dall’inizio schierato contro l’intervento italiano.  Roma comunque manifestò molto meno di Milano il suo disaccordo e la solidarietà verso le vittime della guerra e i combattenti, sebbene nelle sale del Quirinale, compresa quella del trono, fosse stato addirittura allestito un ospedale militare.                                                                                        

Nelle prime settimane del 1917 Roma fu al centro degli accordi politici della Triplice Intesa, con l’incontro tra il britannico David Lloyd George, il primo ministro italiano e quello francese Aristide Briand, al fine di discutere un nuovo piano di attacco per smuovere le posizioni dei fronti che, dopo due anni e mezzo, sembravano definitivamente bloccati. L’idea di Lloyd George, peraltro non condivisa dai suoi comandanti militari, era quella di dare all’Italia tutto l’aiuto possibile, affinché sfondasse il fronte dell’Isonzo. La conquista di Trieste e l’invasione della penisola istriana avrebbero costretto l’AustriaUngheria a richiamare le forze schierate al fianco dei tedeschi sul fronte occidentale, rendendo così possibile un nuovo attacco franco-inglese nelle Fiandre. Lo scetticismo dei militari inglesi e francesi fu condiviso anche dal generale Luigi Cadorna, poco entusiasta di avviare una grande offensiva sul Carso (che poi non fu mai realizzata), che avrebbe provocato sicure rappresaglie da parte dei tedeschi, fermati sul fronte occidentale, concentrando un attacco di vasta scala in Trentino. Negli ultimi giorni d’inverno, Robertson, generale inglese, visitò le linee difensive del Carso, esprimendo le proprie perplessità riguardo la loro tenuta. Se l’Austria-Ungheria avesse sferrato un attacco a sorpresa, molto probabilmente la linea italiana si sarebbe sgretolata. Data la situazione, il 23 marzo i comandi italiano, inglese e francese si incontrarono a Udine per organizzare aiuti materiali da destinare al fronte carsico, giudicato assolutamente precario.

Come auspicato dalle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per commemorare il centenario della Grande Guerra del 1914-1918 il Governo Italiano si farà carico di armonizzare le attività promosse dai diversi enti coinvoltiComitato Interministeriale per il Centenario della Prima Guerra Mondiale e del Comitato storico-scientifico per gli Anniversari di interesse nazionale, con il supporto progettuale e operativo della Struttura di missione per gli anniversari stessi, coordinando o avviando iniziative con i medesimi obiettivi e una pianificazione in tutti i Paesi coinvolti.

L’inizio delle commemorazioni è stato nel 2014, tenuto conto della valenza sovranazionale ed europea dell’evento e delle conseguenze avvertite dal 1914 in poi nel nostro Paese (l’Italia infatti ha preso parte al conflitto contro l’Impero Austro Ungarico soltanto nel 1915, e contro la Germania nel 1916) e coinciderà con il semestre di presidenza italiano nell’Unione Europea, a due anni dalla consegna del premio Nobel per la Pace a questa istituzione. Il ‘sacrificio’ di tanti caduti italiani viene richiamato alla ‘memoria’, ma l’Italia svolge anche un ruolo non secondario sullo scenario internazionale, visto che il nostro Paese contribuì alla nascita dell’UE, a partire da movimenti risorgimentali come la Giovane Europa di Mazzini, passando per il Manifesto di Ventotene fino ad arrivare ai trattati di Roma del 1957.

Si è anche creata la biblioteca digitale europea in 30 lingue ‘Europeana 1914-1918 – storie inedite e storie ufficiali della Prima Guerra Mondiale’ che riunisce 28 paesi membri dell’Unione Europea raccogliendo circa due milioni di opere relative alla Prima Guerra Mondiale: storie personali, film e documenti storici, condividendo vicende delle famiglie italiane ed europee che hanno conservato materiale relativo a tale conflitto, ma anche documenti provenienti dalle biblioteche e dagli archivi di tutto il mondo.

Abbiamo intervistato Anita Margiottacuratore storico-artistico, insieme a Maria Elisa Tittonidella mostra ‘Roma e la Grande Guerra 1915-1918, ospitata nella Sala della Fotografia al secondo piano del Museo di Roma di Palazzo Braschi fino al 30 aprile 2015, e riallestita in occasione del centenario dell’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Essa illustra, attraverso 35 immagini fotografiche provenienti dall’Archivio fotografico di tale Museo, come la Capitale affrontò da protagonista gli anni di tale periodo bellico.

Prima dell’entrata in guerra dell’Italia quali manifestazioni di adesione interventista furono attuate e quali quelle invece contro tale intervento?

La più grande, e direi decisiva, manifestazione in favore dell’entrata in guerra fu quella che vide protagonista Gabriele D’Annunzio. Già affermato come scrittore e giornalista, egli divenne un personaggio di primo piano nella storia politica nazionale, per la sua attiva partecipazione alla propaganda interventista, convinto assertore della necessità dell’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale. Il suo discorso in Campidoglio del 17 maggio 1915, alla presenza di un’enorme folla, precedette di poco la seduta del Parlamento del 20 maggio, durante la quale fu approvato l’ingresso in guerra dell’Italia, che avvenne ufficialmente il 24 maggio.

Roma ormai adeguata a città di rappresentanza, con ampie strade costruite dopo l’Unità, accoglie degnamente personaggi stranieri. Quali sono venuti in visita a Roma?

Sulla scia del rinnovamento del patto della Triplice Alleanza, stretto nel 1887 fra la Germania, l’Austria e l’Italia, l’imperatore tedesco Guglielmo II incontrò più volte il re e il papa negli anni precedenti il conflitto. Le visite del presidente francese Loubet e del re d’Inghilterra Edoardo VII aprirono la strada a nuove alleanze. In seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Italia abbandonò infatti l’alleanza con la Germania e l’Austria, che non avrebbero riconosciuto l’annessione di Trento e Trieste, per unirsi alla Francia e all’Inghilterra nella Triplice Intesa. Nell’ultimo anno del conflitto, infine, il Lord Mayor di Londra Sir Horace Brooks Marshall incontrò il sindaco di Roma Prospero Colonna il 24 agosto 1918.

Grande interesse sta suscitando il centenario della Grande Guerra, con vari film anche su tale argomento, come quello attesissimo di Ermanno Olmi ‘Torneranno i prati’, ambientato sulle trincee di guerra sulle Alpi. Nella mostra di Palazzo Braschi sulla Grande Guerra saranno presenti le fotografie fatte sul fronte alpino, testimonianza diretta di tre reduci romani che parteciparono al conflitto. Che idea della Grande Guerra viene fuori da tali fotografie in mostra e quali eventi bellici particolarmente noti ricordano?

Sono esposti alcuni fogli tratti da due album provenienti da una collezione privata. Gli album furono composti da Emilio Giglioli, che con i fratelli Mario e Giulio Quirino partecipò alla Grande Guerra sul fronte alpino. Le fotografie costituiscono una preziosa testimonianza della difficile vita al fronte e delle operazioni militari, resa da reduci romani. Particolarmente suggestiva è la fotografia che immortala l’esplosione della cima del Col di Lana, minata dagli italiani la notte fra il 16 e 17 aprile 1916. Di grande interesse la panoramica delle Alpi di Fassa, dove passava la linea del fronte e vi era la lunga teoria di trincee per combattere l’estenuante guerra di posizione. Altro punto strategico per i combattimenti fra l’Italia e l’Austria era costituito dal costone di Bocche, cardine della difesa austriaca, a più riprese attaccato dalla brigata Tevere a partire dal luglio del 1916. Infine, le fotografie relative a Ca’ Cornaro, nel comune di Romano d’Ezzelino, sono state riprese durante le battaglie condotte sul versante occidentale del monte Grappa e culminate nel 1918.

Come questa mostra si inserisce nelle manifestazioni di tale centenario?

Vorrei innanzitutto precisare che si tratta di una piccola mostra, anzi per la precisione, di un nuovo allestimento della Sala della fotografia che si trova al secondo piano del Museo di Roma. La sala infatti viene periodicamente riallestita, con un’ esposizione a tema, di opere provenienti dalle collezioni dell’archivio fotografico storico del museo, in quanto le antiche riprese non sopportano una lunga esposizione. Quest’anno si è deciso quindi di dedicare l’argomento della mostra alla Prima Guerra mondiale, in quanto nel 2015 ricorre il centenario.

L’evento bellico della Grande Guerra non è troppo vicino e ancora sentito dai sopravvissuti per avere la lontananza che la trattazione storica vuole per affrontare giustamente tale problema?

Indubbiamente cento anni sono un periodo sufficientemente lungo per poter guardare gli eventi da una più giusta angolatura storica. Pur se in Italia venne interpretata come la conclusione delle lotte risorgimentali, non bisogna dimenticare che la Prima Guerra Mondiale fu la più cruenta fino ad allora mai combattuta. Come noto, i problemi da questa lasciati insoluti, sfociarono poi nell’ancor più terribile conflitto della Seconda Guerra Mondiale.

Pensa che l’inaugurazione del Monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Venezia a Roma sia stata un doveroso omaggio agli ignoti caduti di guerra con la tumulazione del milite proveniente da Aquileia o rappresenta anche qualcos’altro nella politica del tempo?

Le enormi perdite umane superiori a quelle di ogni altro conflitto, che fu fra i più cruenti conosciuti fino ad allora dall’umanità, e il gran numero di caduti non identificati sui campi di battaglia, scossero gli animi e, in Italia come in altri paesi coinvolti, il culto verso i caduti si manifestò con la creazione di monumenti contenenti le spoglie di alcuni dei tanti soldati che non fu possibile identificare.

In contemporanea a questa mostra ve ne è un’altra intitolata Basilico, Berengo Gardin, Bossaglia Chiaramonte, Cresci, Ghirri, Guidi, Jemolo, Koch.Fotografie di Roma 1986 – 2006. Donazioni e committenze al museo di Roma curata dalla stessa Anita Margiotta. L’esposizione presenta 80 immagini rappresentative di fotografi italiani della sezione contemporanea dell’Archivio Fotografico di Palazzo Braschi che, mostrando le importanti trasformazioni subite da Roma dagli anni Ottanta del Novecento al Duemila, offre nel contempo una riflessione sulla fotografia contemporanea con diverse interpretazioni del soggetto ripreso a seconda del fotografo, oltre che la ricerca di nuove iconografie rappresentative del paesaggio urbano.

Questa mostra offre lo spunto per parlare qui di un altro aspetto della città di Roma, ossia la sua espansione urbanistica recente. Come spiega David Harvey, geologo, politologo e sociologo britannico, siamo noi abitanti e utenti a costruire, con le nostre azioni, una città e i suoi nuovi ritmi di vita, senza necessariamente sapere che cos’è la città tutta intera, o cosa dovrebbe essere. Il cambiamento dell’aspetto urbano della Capitale è notevole, tanto che a volte può apparire organizzata secondo un piano caotico, anche distruggendo strutture urbane storiche e caratteristiche, come la spina di Borgo in Vaticano o l’intera zona a ridosso dell’Aracoeli, demolita per far posto al Vittoriano. Dall’inizio del Novecento nelle zone meno centrali si sono realizzare opere architettoniche importantiche hanno influito sull’immagine di una Roma popolare, anche se caratterizzata da impianti urbanistici di gran gusto: il Quartiere Coppedè, piccola zona del quartiere Trieste; oppure la Garbatella, costruita dagli architetti Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini negli anni Venti del Novecento, con lotti di case popolari sulle colline di fronte alla Basilica di San Paolo, riprendendo a modello le realtà abitative inglesi (le garden cities)caratterizzate dal verde e distaccate dal centro città, per ospitare gli operai. Queste strutture si sono aggiunte nello spazio urbano alle già preesistenti architetture del Ventennio, come: la Città Universitaria della Sapienza, su un’area destinata a questa funzione già dal 1925 ma realizzata tra il 1933 e il 1945, coinvolgendo architetti come lo stesso Marcello Piacentini per il progetto generale, oppure di corrente razionalista e accademica come Arnaldo Foschini o Gaetano Minnucci, oltre al pittore Mario Sironi per l’affresco ‘Italia tra Arti e Scienze’ nell’Aula Magna del Rettorato; Cinecittà, costruita dall’architetto Gino Peressutti tra il 1936 e il 1937, con 12 teatri di posa, e nata come vera e propria fabbrica del cinema al fine di fronteggiare lo strapotere delle major statunitensi di Hollywood con Luigi Freddi, a capo della Direzione Generale della Cinematografia per il progetto propagandistico e di controllo ideologico delle produzioni cinematografiche, occupata successivamente dai nazisti e negli anni Cinquanta diventata la cosiddetta ‘Hollywood sul Tevere’ con grandi produzioni americane; il Foro Italico, sorto a valle di Monte Mario, ideato da Enrico Del Debbio e Luigi Moretti tra il 1928 e il 1936, come un complesso dedicato allo sport, immerso nel verde e collegato all’altra sponda del Tevere dal Ponte Duca d’Aosta, avente come fulcro l’obelisco dedicato a Mussolini, al fianco del quale sorsero l’ex Accademia di Musica, oggi IUSM. Fu realizzato nel Ventennio anche l’EUR, noto anche come E42, dal nome dell’Esposizione Universale di Roma programmata per il 1942 (mai tenutasi, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. 

Anche il Giubileo del 2000 vide cantieri di grandi opere pubbliche e di importanti edifici religiosi, come quello della chiesa del Santo Volto alla Magliana e la chiesa Dives in Misericordia di Tor Tre Teste, realizzata per riqualificare il quartiere tra il 1998 e il 2003 dall’architetto Richard Meier. A lui si deve anche la nuova copertura di vetro trasparente; la scelta del travertino, come elemento di continuità coloristica; l’intonaco, in grado di offrire una compenetrazione tra interno ed esterno; un contemporaneo effetto di volume, creando un’alternanza di pieno e di vuoto, ingloba attualmente l’antica Ara Pacis, permeabile e trasparente nei confronti dell’ambiente urbano, senza compromettere la salvaguardia del monumento. In questi ultimi anni si segnalano, infine, anche l’Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, centro polifunzionale per la città di Roma, inaugurato nel 2002, con struttura architettonica costituita da tre grandi blocchi a forma di ‘scarabei’, coperti da lastre di piombo e disposti attorno ad un grande teatro all’aperto di 3000 spettatori circa, conservando anche i resti di una antica villa romana, visibili in un apposito museo archeologico all’interno del complesso. Ricordiamo anche l’apertura di grandi complessi museali per l’arte contemporanea come quelli del MACRO, con la sede di Via Nizza, un riadattamento di Odile Decq dello stabilimento industriale novecentesco Peroni, realizzato all’epoca da Gustavo Giovannoni, aperto nel 1999.  Infine la creazione del MAXXI (Museo delle Arti del XXI secolo), opera dell’architetto Zaha Hadid, ufficialmente inaugurato il 28 maggio 2010, che comprende anche un auditorium, una biblioteca e mediateca specializzate con sezioni di arte e architettura contemporanee. 

Anita Margiotta, dagli anni Ottanta ad oggi come è cambiato l’assetto urbano e caratteristico di Roma (con nuove costruzioni di grandi architetti, cantieri per grandi opere pubbliche, restauri ect) e quanto invece è rimasto, oppure sparito della Roma di un tempo, della ‘romanità’, delle antiche tradizioni di un tempo (scene di vita popolare, eventi e spazi pittoreschi propri della città, antichi mestieri artigiani ect.)?Quali luoghi sono i più caratteristici in tal senso oggi?

Le opere esposte riguardano tutte in vario modo la città di Roma e il suo territorio, che ha subito negli ultimi decenni importanti modificazioni, sia dal punto di vista urbanistico che della realtà sociale; inoltre offrono l’opportunità per una riflessione sulla fotografia contemporanea, e sulla sua ricerca di nuove iconografie del paesaggio urbano. I fotografi selezionati per questa mostra hanno dedicato molta parte della loro professione alla visualizzazione del paesaggio, dei segni lasciati dall’uomo sul paesaggio stesso, delle realtà urbane e periferiche, delle architetture e delle identità in continuo divenire delle metropoli. Scorrono sotto l’occhio del visitatore della mostra soggetti familiari e inconfondibili: San Pietro, Castel Sant’Angelo, Piazza Navona, il Pantheon, accanto a scene di vita quotidiana in Trastevere, a Campo dei Fiori, alle fermate degli autobus, nel caotico traffico cittadino. E ancora i cantieri delle grandi opere pubbliche che hanno preceduto e accompagnato l’arrivo del Duemila, fino alle nuove costruzioni opera dei più rinomati architetti. Appare però subito evidente che gli autori non hanno avuto come scopo primario quello di documentare una piazza o un palazzo, ma di interpretare i luoghi con una diversa espressività, aperta a nuovi significati oltre la documentazione. Emerge così la realtà in continuo divenire di una città come Roma, soprattutto il suo centro storico, apparentemente non soggetto a facili mutamenti.

 

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