domenica, Maggio 16

Rom, si cambia: più inclusione field_506ffb1d3dbe2

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Rom, immigrati, clandestini sono una risorsa economica per la politica italiana, tramutando il disagio in un vero e proprio business da sfruttare. Il sistema per guadagnare i soldi trova un consenso trasversale perché il denaro è scevro dalle ideologie di partito. Le vittime sono individuate nelle persone più deboli, senza trovare le opportune soluzioni per il bene della comunità. Sui campi rom si è concentrata la crescente speculazione economica, aggravando la preoccupante situazione sociale. Sotto accusa è il sistema campi di Roma poiché favorisce l’esclusione sociale. Questi luoghi sono autentici spazi di segregazione spaziale, abitativa e sociale, dove è difficile (spesso impossibile) l’effettivo esercizio dei diritti fondamentali.

Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 luglio, tiene a precisare e a chiarire alcuni aspetti della lunga vicenda sociale relativa al sistema campi rom nella Capitale.

 

Gli affari illeciti compiuti ai danni dei campi rom coinvolgono Amministrazioni capitoline di sinistra e di destra?

Il sistema campi è presente a Roma dal 1994 con il campo di Salviati, che fu realizzato dalla giunta capitolina di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli. E’ un sistema basato su affidamenti diretti dove non sono previsti sostenibili e reali progetti di inclusione. Fu proprio questa Amministrazione capitolina a iniziare la fallimentare avventura del sistema campi. Walter Veltroni continuò sulla scia del suo predecessore Francesco Rutelli, mentre Gianni Alemanno accentuò il problema sociale, ormai giunto al collasso.

Quanto può incidere sul consenso elettorale una politica aggressiva adottata sulle persone più deboli come i rom?

E’ un atteggiamento dal quale si trae un sicuro beneficio perché sui rom si sono costruite diverse campagne elettorali dei candidati a Sindaco, proprio per racimolare il consenso elettorale. Non c’è alcun dubbio sulla validità del metodo che serve a prendere parecchi voti e a garantirsi un sicuro e più consolidato potere politico.

Da anni Lei combatte la distrazione del Comune di Roma riguardante il mancato rispetto delle diverse etnie presenti nella città. Quale Sindaco è stato più sensibile? E perché?

Ignazio Marino è sicuramente il sindaco più intenzionato a dare una svolta definitiva al sistema campi, il quale tiene segregate le persone evitando quella giusta inclusione nella società civile. La politica amministrativa dei campi nomadi alimenta il disagio abitativo fino a divenire presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale, per coloro che subiscono una simile modalità abitativa.

A seguito dello scandalo del Campidoglio il sindaco Ignazio Marino stravolge le sue scelte di politica sociale, sposando il cambiamento delle politiche dell’accoglienza e della gestione dei campi rom. E’ una scelta obbligata?

Se osserviamo la deriva sociale dovuta alla cattiva gestione dei campi rom credo proprio che sia una scelta obbligata. Non c’è un’altra alternativa rispettosa dei diritti umani ed economicamente sostenibile. La scelta adottata da Ignazio Marino può risolvere il problema in modo definitivo poiché è l’unico provvedimento realmente efficace. L’attuale situazione sociale è totalmente insostenibile. Pensiamo al flusso di denaro pubblico che alimenta tre tipi di miseria: la misera assistenza dei campi nomadi, alla quale ci si abitua e per la quale negli anni, chi la subisce ne risulta assuefatto; la miseria di forme contrattuali e di compensi attribuiti agli operatori sociali che lavorano nei campi nomadi ai quali, in tempo di crisi, è difficile se non impossibile rinunciare; la miseria morale di quei rappresentanti istituzionali che negli ultimi anni hanno costruito la propria fortuna politica giustificando, in nome dell’emergenza nomadi, un così alto dispendio economico a discapito della promozione di reali percorsi di inclusione sociale.

La politica italiana rincorre il consenso delle persone mediante le difficili situazioni sociali. Perché sfruttare queste occasioni anziché combatterle nell’interesse della società?

E’ la strada più breve per un amministratore poco scrupoloso e poco attento alla realtà sociale che deve governare. Non si dovrebbe alimentare la guerra fra poveri ma sarebbe auspicabile affrontare il problema sociale, il quale non riguarda esclusivamente i rom ma, più in generale, le periferie di una città. Un ampio e trasversale settore politico, di fronte alle possibilità di intraprendere percorsi di inserimento lavorativo e abitativo rivolti a famiglie rom, ha sempre sostenuto la mancanza di risorse pubbliche sufficienti. Questo pensiero veicola il messaggio che il sistema campi sia la formula più economica per parcheggiare, in tutta sicurezza, le comunità rom fuori dalla città.

C’è una certezza che sconvolge l’opinione pubblica. La politica non vuole dare risposte adeguate ai bisogni della società, evitando di decidere. E’ possibile cambiare questo comportamento? E in che modo?

E’ auspicabile partire da una visione d’insieme che ponga al centro il margine e la periferia, per garantire una maggiore assistenza alle persone in difficoltà. Segregare, concentrare e allontanare è il triste risultato causato dalle politiche praticate a Roma nei confronti delle comunità rom e sinte, negli ultimi 30 anni. Politiche che hanno un nome preciso: sistema campi. Sono tre gli attori di questa realtà sociale: le comunità rom, vittime degli sgomberi e/o fruitori di un sistema abitativo parallelo ad essi riservato su base etnica; l’Amministrazione comunale, che eroga finanziamenti a pioggia privilegiando l’assegnazione diretta; il terzo settore che riceve i soldi per garantire i servizi, prevalentemente assistenziali, all’interno degli insediamenti o per facilitare lo spostamento delle comunità rom da un punto all’altro della città. Tre attori protagonisti e vittime di un sistema aggrovigliato e perverso.

Quali azioni suggerisce per cambiare la politica sociale del Campidoglio, al fine di ridare quella maggiore dignità alla capitale d’Italia?

L’unica strada è quella che si incrocia con quella del rispetto dei diritti umani: il superamento definitivo dei campi. Le alternative praticabili, alcune delle quali attuate già a Messina e Padova, sono molteplici e tutte richiedono un coinvolgimento diretto dei tre attori del sistema campi, in primis le comunità rom. Questa è la direzione da intraprendere con urgenza, con responsabilità, con coraggio. Valori, questi, che non sono più un lusso ma una necessità improrogabile, perché non occorrono più soluzioni temporanee e speciali, ma progetti sostenibili di reale inclusione sociale che vadano a beneficio delle comunità rom e dell’intera cittadinanza.

 

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