sabato, Settembre 18

Rohani, leader frustrato field_506ffb1d3dbe2

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Hassan Rohani

All’estero ha parlato al telefono con il Presidente americano Barack Obama, incarnando la promessa di cambiamento, e stretto un accordo provvisorio sul nucleare. In patria è stato contestato dagli ultraconservatori e, stando alle malelingue, censurato dalla tivù di Stato, che avrebbe trasmesso con un’ora di ritardo un suo discorso televisivo e anche oscurato un passaggio sensibile – pare, sulle rivolte di piazza del 2009 – del suo comizio a Teheran, per l’anniversario della Rivoluzione islamica.

Per gli osservatori internazionali, tutti segni delle resistenze che il nuovo Presidente iraniano Hassan Rohani incontrerebbe nell’establishment, ostile a quelle riforme che, se compiute, toccherebbero gli interessi e i posti chiave dell’apparato politico e militare, ben radicato nei gangli del potere. Indubbiamente, a sei mesi dal passaggio di testimone, il 3 agosto scorso, con il predecessore Mahmoud Ahmadinejad, Rohani, moderato appoggiato dai riformisti e stravotato dopo una campagna elettorale di slogan sui diritti, qualcosa ha smosso. Raggiunta l’intesa di sei mesi, con le potenze del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) sono in corso le trattative per rendere definitivo l’accordo sulle centrali atomiche e dal 20 gennaio, seppure in minima parte, sono cadute alcune sanzioni sull’import-export. Ma finora il Presidente della Repubblica islamica è apparso frenato nella politica interna e poco coraggioso nel premere, come promesso, per allentare i blocchi dei social network su Internet e liberare i prigionieri politici. Primi tra tutti i detenuti illustri Mehdi Karroubi e Mir Hussein Moussavi: per anni compagni di Rivoluzione e di Governo di Rohani e diventati poi i leader riformisti dopo le ultime proteste del Movimento verde, di cinque anni fa.

Alle scarcerazioni, nel settembre scorso, di alcuni dissidenti e prigionieri – disposte, in via straordinaria, anche in passato – con l’arrivo del neo Presidente iraniano all’Assemblea generale dell’Onu di New York, non sono seguiti altri provvedimenti. Le condanne a morte (500 giustiziati nel 2013 e almeno 80 nei primi due mesi del 2014, secondo i dati delle Nazioni Unite) non sono diminuite con l’uscita di scena di Ahmadinejad. E, sul fronte del controllo di Internet, la Guida Suprema Ali Khamenei ha ribadito, attraverso la sua pagina web, il suo no per «immoralità» alle chat tra ragazzi e ragazze.

Quanto ai social network come Facebook e Twitter – usati con un certo attivismo sia da Khamenei sia da Rohani e altri politici pur essendo bloccati dall’Onda verde del 2009 -, questo marzo è arrivata invece l’apertura del Ministro della Cultura Ali Jannati a «rivedere e aggiornare le regole ai tempi moderni», considerato che ormai gran parte dei cittadini vi naviga attraverso reti di telecomunicazione private (Vpn) in teoria fuori legge. A novembre Jannati, figlio del capo del Consiglio dei Guardiani che vigila sulla Costituzione tradizionalmente in mano ai conservatori della linea dura, si era già espresso pubblicamente per la «rimozione della qualifica di illegali a Facebook e altri social network». Dopo che, con un cinguettio, Rohani si era impegnato con il fondatore di Twitter Jack Dorsey a garantire che la sua popolazione «possa essere in grado di accedere a tutte le informazioni globali, com’è loro diritto».

Senza dubbio passi in avanti rispetto all’isolazionismo dell’ultima Amministrazione Ahmadinejad. “La società civile iraniana è molto vivace e, per sopravvivere, la teocrazia ha dovuto e dovrà fare qualche concessione” ci spiega l’orientalista Massimo Campanini, tra i massimi esperti in Italia del pensiero politico islamico e di interpretazione del Corano. Ma è un’illusione pensare che Rohani (un chierico, oltre che politico, per anni ai vertici dell’apparato di sicurezza) possa rivoluzionare il sistema della Repubblica islamica che, nel 1979, contribuì a fondare con l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. “Per quanto moderato, il nuovo Presidente è parte del clero sciita. Dunque, ancora più vicino del suo predecessore Ahmadinejad alla Guida Suprema Khamenei, che ha sempre mantenuto un conservatorismo abbastanza netto del sistema religioso tradizionale”. 

Paradossalmente, durante il secondo mandato era stato proprio il radicale Ahmadinejad, ingegnere laico espressione dell’apparato di militari e paramilitari dei Pasdaran senza turbante, a distaccarsi dalla dottrina islamica del Velayat-e faqih (il verbo di Dio alla base della Costituzione), sfidando Khamenei nella sua prerogativa di interprete della volontà divina. “Gli ultimi anni della passata Amministrazione erano stati segnati dal braccio di ferro tra la Guida Suprema e il gruppo di potere di Ahmadinejad. Il quale, in un tale clima, era apparso avere più margini di libertà di quanto non avesse”, continua Campanini. Da questa prospettiva, la vittoria del 14 giugno 2013 di Rohani è stata sì una “ventata d’aria fresca per gli iraniani, che hanno appoggiato il candidato dei riformisti con il voto popolare, ma ha anche rappresentato un sollievo per Khamenei”. Chiusa la parentesi deviazionista di Ahamdinejad“è sbagliato aspettarsi che un membro del clero come il nuovo Presidente metta in discussione il carattere islamico della Repubblica iraniana, portando stravolgimenti”.

Rohani potrà dare impulso all’economia bloccata, che alla fine poi è quello che conta per gli oltre 76 milioni di iraniani, strozzati dall’embargo di Stati Uniti, Unione europea (Ue) e Onu. Ed è anche possibile che, pur nell’alveo di un sistema chiuso, da parte sua ci sia la sincera volontà di innovare, rompendo qualche schema con mosse coraggiose. Ma, anche in questo caso, come fu già per Mohammad Khatami, primo Presidente riformista dell’Iran, Rohani dovrà scontrarsi con le lungaggini – e spesso con l’ostruzionismo – del complesso meccanismo di pesi e contrappesi (dal Parlamento, alla magistratura, ai diversi Consigli religiosi) che in Iran regola i vari poteri dello Stato, con al vertice la Guida Suprema e l’inappellabile Consiglio della Rivoluzione.

Il Presidente della Repubblica islamica ha sempre una libertà limitata, più che mai se tenta di cambiare lo status quo, alzando la testa, come nel caso di Ahmadinejad. «Nonostante la vittoria diplomatica, per quanto a breve termine, di Ginevra, quando si arriva alle riforme socio-culturali importanti per il blocco chiave dei supporter riformisti di Rohani, il successo domestico è scarso» scrive sul suo sito di analisi ‘IranPolitik l’esperto Farzan Sabet, narrando la «settimana orribile» del nuovo Presidente, quando a febbraio, in pieno boicottaggio pubblico, chiese «coraggio socratico» agli accademici di Teheran, fin troppo prudenti nell’appoggiare il suo programma. «Come per la maggior parte dei nuovi leader, sulle prime i rivali della linea dura hanno assumono un atteggiamento attendista. Ma i fatti recenti indicano che, non diversamente dalla Presidenza di Khatami (1997-2005), questi potrebbero avviare la loro controffensiva, bloccando seriamente qualsiasi tentativo di riforma interna di Rohani».

 

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