martedì, ottobre 23

Roghi nella Ue: serve una cultura della prevenzione Quali interventi si stanno adottando? Il problema è sia l’emergenza in atto, sia la prospettiva di lungo termine

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Il prof. Marchi, per comprendere come può nascere e propagarsi un incendio, fa notare inoltre che «Anche nelle condizioni climatiche più sfavorevoli, l’incendio non si avvia senza una fonte di innesco; l’autocombustione in natura non esiste, per cui ci dev’essere comunque un qualche fattore esterno a dare inizio all’incendio boschivo. In piccolissima percentuale, nelle nostre condizioni ambientali, la causa è il fulmine (circa l’1% degli incendi), per il resto la causa degli incendi è di origine antropica, sia nel senso che può esserci la volontà di creare un danno – nel caso di incendi dolosi – sia per ciò che riguarda la trascuratezza nel compiere una determinata attività – nel caso degli incendi colposi. Quindi possiamo lavorare sulla popolazione per ridurre gli incendi colposi, che derivano da attività di abbruciamento di residui vegetali, dai barbecue estivi…In questo caso bisogna iniziare fin dalle scuole primarie a promuovere una cultura della prevenzione ambientale. Nel caso degli incendi dolosi, si sono avute e continuano ad esserci indagini delle forze inquirenti. Come ordine di grandezza, si parla di circa 30-35% di natura dolosa, altrettanti di natura colposa e una restante parte riconducibile ad altre cause. Il problema degli incendi boschivi è sentito dalla fine degli anni ’70; in Italia, in generale si ha un buon sistema organizzativo contro gli incendi boschivi, con una flotta aerea nazionale a cui si aggiungono in molte Regioni quelle regionali. Abbiamo creato molto nell’ambito della lotta agli incendi, ma dobbiamo fare di più dal punto di vista della prevenzione selviculturale. Quest’anno, rispetto a quelli passati, si è superato il limite rispetto all’organizzazione della macchina organizzativa. Possiamo anche continuare a comprare aerei, ma ci saranno sempre anni in cui si supererà il limite, per cui bisognerà lavorare di più dal punto di vista della prevenzione, anche considerando il cambiamento climatico».

Ulteriori considerazioni da tenere in considerazione sono sulle carenze del nostro sistema scolastico e anche sul ruolo delle Regioni nel nostro Paese, come afferma l’Ing. Dattilo: «L’educazione ambientale, che non c’è, dovrebbe interessare tutti, sia nelle scuole che tra i campeggiatori. Si ha poi una polemica relativa all’abolizione del Corpo forestale, i cui compiti erano residuali. Con la riforma del titolo V della Costituzione, tali compiti sono passati alle Regioni. Quelle che non si sono strutturate per risolvere il problema degli incendi, si sono affidati a delle convenzioni, per esempio con i Vigili del fuoco, ma questo certifica il fallimento dell’obiettivo di delegare la prevenzione degli incendi alle Regioni. Poi, se si verifica un incendio di case, rispetto a quello di un bosco, i Vigili del fuoco intervengono comunque».

Su quali soggetti quindi ricadono le maggiori responsabilità? Si tratta di un fenomeno doloso legato solo alla piromania oppure è coinvolta anche la criminalità organizzata? Se sì, per quale fine? A quanto sopra esposto, possono essere integrate le seguenti considerazioni dell’Ing. Dattilo: «Occultare delle discariche abusive e generare spazio per delle nuove discariche può essere una causa, oppure per le guardianie e gli operai avventizi: si assume se c’è l’incendio, quindi si ha interesse a farlo scoppiare. Il controllo del territorio può essere dettato anche da ragioni legate alla guardiania: si dà fuoco ad un parco se se ne è perso il controllo oppure se la guardiania è stata affidata al concorrente». Il prof. Marotta evidenzia altresì ulteriori elementi su cui riflettere: «Nelle situazioni critiche o di emergenza, come quella che stiamo affrontando in questi giorni, molto spesso si è indotti dall’emotività alla ricerca subito di un colpevole, perché è quello che l’opinione pubblica chiede in questi casi. Per questo motivo si è subito portati a ritenere che gran parte degli incendi boschivi siano di natura dolosa. Questa affermazione viene da molti accetta a priori, senza opportuni e doverosi riscontri e senza considerare che le analisi condotte sugli eventi passati portino a considerare il dolo in maniera molto limitata. Spesso, infatti, le indagini penali relative agli incendi fanno emergere raramente moventi criminali che pure esistono anche in questo contesto, ma che sono limitati a casi specifici. L’incendio boschivo viene, ad esempio, collegato a torto alla speculazione edilizia, senza considerare che da quando è in vigore la legge quadro nazionale n. 353/2000, che vieta di variare la destinazione economica del bosco percorso da incendio, questa possibilità è stata totalmente eliminata. Tuttavia gli incendi dolosi esistono perché permangono altri motivi per commettere il reato di incendio come ad esempio quelli legati a conflitti o vendette tra proprietari o ritorsioni nei confronti della pubblica amministrazione, oppure a  questioni occupazionali connesse a cantieri forestali e incendi causati con l’intento di distruggere  opere forestali non ben eseguite, per giungere infine a quelli causati da fattori di criminalità organizzata e da atti  terroristici.

Sono questi reati che la Legge 68/2015 sugli ecoreati consente di ricondurre alla fattispecie di ‘disastro ambientale’ punito con la reclusione da 5 a 15 anni. Il disastro ambientale riguarda un’alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema o un’alterazione la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali, ed è ciò che accade in presenza di un incendio boschivo. Il disastro ambientale è poi aggravato ove commesso in un’area protetta o sottoposta a vincolo o in danno di specie animali o vegetali protette. Vi è anche il problema dei piromani. Anche questo aspetto va però precisato. La piromania è una patologia clinica assai rara che avendo una base esclusivamente mentale e psicologica, non comprende l’appiccare il fuoco per motivi razionali e materiali. Ritengo pertanto che, vista anche la scarsa frequenza di questo disturbo riportata in letteratura, la maggior parte degli incendi a cui assistiamo abbia altre cause e che spesso non è corretto parlare di piromania.

Fatte queste precisazioni a mio parere, la causa prevalente degli incendi boschivi va ricercata essenzialmente nell’alto grado di depauperamento e di forte spopolamento delle zone dell’alta collina e della montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo I’abbandono di tutte quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco più vulnerabile al fuoco. Tuttavia chi si occupa di incendi sa benissimo che per avere un incendio occorre che vi sia un innesco.  Se escludiamo l’autocombustione che per le nostre latitudini è praticamente inesistente, e consideriamo gli eventi naturali come i fulmini (che pure esistono) a bassa probabilità di accadimento, ci dobbiamo concentrare maggiormente sulla noncuranza, negligenza, imprudenza o imperizia delle persone che frequentano i boschi e che devono essere informate e responsabilizzate, ma soprattutto munite di una etica dei boschi, ovvero  della conoscenza di regole di comportamento (non leggi) per un uso consapevole del patrimonio boschivo, alla stessa stregua di chi decide di andare per mare e deve conoscere le regole della navigazione».

 

Per il supporto alla redazione di questo lavoro, si ringrazia la dott.ssa Federica Giandinoto

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