domenica, Maggio 16

Rocco Petrone, la Tigre di Cape Canaveral

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Rocco Petrone nasceva il 31 marzo 1926 a Amsterdam, una little city degli Stati Uniti composta da circa 20.000 anime al centro di Montgomery, la contea centro-orientale dello Stato di New York. I suoi genitori erano una delle tante coppie di emigranti venuti dal nulla di una realtà piena miseria e di sofferenza, ma era gente onesta, lavoratori sbarcati all’altra parte dell’Atlantico da una nave fatiscente: appena più grande di quei barconi che oggi attraversano il Mediterraneo commerciando in carne umana. Venivano da Sasso di Castalda, un’urbanizzazione lucana che dorme alle pendici di un insediamento normanno. Troppo in alto, quasi a 1.000 metri di quota per poter garantire la sopravvivenza ai suoi pochi abitanti.

Il nome di Petrone è associato a molti dei traguardi valicati dall’America nella conquista spaziale e la sua vita fu essenzialmente lo specchio di un individuo che si è spezzato la schiena per tutta la vita per evolvere seriamente la sua esistenza e portare risultati importanti per sé e per la sua famiglia. Spazi che gli ha dato efficacemente la terra di approdo e che gli furono inopportunamente negati in patria.

Nel suo lungo curriculum, il robusto ragazzo dall’origine italiana è stato annotato che fu direttore delle operazioni di lancio al Kennedy Space Center della Nasa, direttore del Programma Apollo e del Marshall Space Flight Center. Ma forse la curiosità maggiore sta nel fatto che Rocco Petrone fu il primo direttore a non essere di origini tedesche, in un ambiente dove dominava incontrastata l’etnia proveniente dai ranghi della Germania nazista in cui si erano sperimentate e attuate appena pochi anni prima tutte le tecniche missilistiche per annientare il mondo non allineato alle croci uncinate del regime di Adolf Hitler.

Ma nulla accade poi per caso. Quella dei Petrone non fu una vita facile, sbarcando alla rada di New York, nel 1921. Prima la sosta di quarantena a Ellis Island, in cui la Quota Act -siglata da Warren Harding, 29° presidente degli US- selezionava annualmente l’ingresso di immigrati di una qualsiasi etnia in numero molto limitato, poi tutta una serie di controlli umilianti a cui erano sottoposti in particolare i dago, termine che ci risparmiamo di interpretare. E infine la ricerca spasmodica di una casa e di un lavoro. Ma in Europa era terminato da poco l’ennesimo conflitto che l’aveva insanguinata per un secolo e ancora la polvere dei cannoni intorpidiva le frontiere del seguente. L’Italia aveva appena sessant’anni di vita e la sua unità era stata concepita da una periferia che seguitava a essere avida di allargare i propri confini a furia di guerre a cui la storiografia ha voluto dare l’inappropriata etichetta di indipendenza.

Come tante giovani coppie appena emigrate, anche Antonio e Teresa Petrone si sistemarono in un alloggio alveare a Church Street, nelle cinte perimetrali della cittadina di Amsterdam. A pochi passi da quella che si sarebbe chiamata anni dopo addirittura Petrone Square! Ma quando il piccolo Rocco aveva appena sfiorato i sei mesi, daddy Anthony perse la vita in un incidente nel cantiere dove era stato assunto come operaio. Povero Mr. Petrone. Chi sa se negli ultimi istanti che gli rimasero da vivere prima che un carrello delle ferrovie lo travolgesse uccidendolo, si pentì di essere andato a cercar fortuna ‘all’America’. E naturalmente da quel momento tutta la sopravvivenza di Rocco e di suo fratello John finì sulle spalle della madre, che lavorava modestamente in fabbrica come cucitrice di guanti. La vita doveva andare avanti e a tempo debito Teresa Petrone si rifece la famiglia con un altro italiano, Joseph Sciarra e lo stesso Rocco durante gli studi scolastici si diede da fare con dei lavoretti che caratterizzano i bravi ragazzi americani e che li rendono assai diversi – va detto – da quelli di altre civiltà più rilassate. Una cosa del genere accadde anche al giovane Henry Kissinger rifugiato in America nel 1938 per ragioni razziali.

Rocco Petrone Cape Kennedy 1969

Rocco Petrone Cape Kennedy 1969

Ma il figlio di italiani se la cavò molto bene alla Lynch High School della cittadina dove viveva tanto che a 17 anni la prestigiosa West Point Academy, sulla riva occidentale del fiume Hudson, lo accettò come allievo arruolandolo sotto le stellette dell’Unione, promettendogli un futuro protetto e una preparazione sicura per un giovanotto ambizioso e capace ma che con un cognome italiano ancora viveva il pregiudizio speculativo che ha sempre molte difficoltà ad estirparsi. Questa è stata l’America e probabilmente se ne dovrebbero comprendere molti aspetti prima di trarre giudizi affrettati e poco inerenti.

Rocco Petrone iniziò così la sua carriera tecnico-scientifica. Da cadetto, da sportivo del football, da professionista. E quando nel 1946 l’istituto militare gli consegnò il bachelor of science degree, Petrone fu inviato a Esslingen, non lontano da Stoccarda dal 1947 al 1950 per organizzare la logistica di un mondo devastato e senza ormai alcuna sovranità. Una permanenza in Germania che evidentemente gli fu assai utile quando si occupò di propulsione spaziale più tardi in America, col gruppo di ingegneri teutonici. Sicuramente se Rocco Petrone fosse rimasto a servire l’US Army, sarebbe diventato un buon generale e poco più; ma la sua indole lo portò al Massachusetts Institute of Technology dove nel 1951 conseguì il master degree in ingegneria meccanica a cui poi si aggiunse un honorary doctorate conferitogli dal Rollins College e poi fu inviato a Huntsville, in Alabama a stretto contatto con personaggi come Wernher von Braun, tedeschi ma ormai in procinto di diventare cittadini americani e di redimersi completamente dai peccati razziali commessi nella sua patria ma pronti a portare gli USA prima sulla Luna, ma sopratutto su Marte. Il primo destino di Rocco Petrone con il grado di capitano, fu l’Arsenal dove, come ufficiale dell’esercito fu assegnato al laboratorio missilistico e poi nel 1953, partecipò al lancio del Redstone, il primo missile terra-terra degli Stati Uniti, che opportunamente adattato fu poi il vettore utilizzato per inviare nello spazio Alan Shepard e Gus Grissom nella loro prime missioni suborbitali.

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