mercoledì, Ottobre 20

Roberto Ciotti,una vita per il blues field_506ffb1d3dbe2

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E’ scomparso a sessant’anni nella clinica romana di Sant’Antonio, mentre la città si preparava a festeggiare rumorosamente l’ultimo giorno del 2013, quasi in punta di piedi, come era nel suo stile schivo. Roberto Ciotti è stato il miglior chitarrista blues italiano, pioniere di un genere che, nel paese delle romanze e delle canzoni melodiche a presa rapida, ha sempre fatto fatica a imporsi, rimanendo confinato a una ristretta cerchia di coraggiosi appassionati.

In un’epoca come quella attuale, dove i successi dei cantanti vengono pianificati a tavolino attraverso mirate ricerche di marketing, pubblicità e video virali, Ciotti è l’emblema di un musicista che è stato completamente immerso nella sua arte, rifiutando ogni tipo di compromesso commerciale per perseguire la sua personale visione delle sette note. Roberto ha lasciato la moglie Adriana, oltre a tutti gli appassionati italiani di blues, che nel 2014 si sentono orfani del sua carisma e della sua rassicurante figura, caratterizzata dall’immancabile cappello di paglia che quasi ne copriva lo sguardo, quasi sempre rivolto verso la sua inseparabile sei corde acustica.

L’artista ha trascorso la sua esistenza terrena sul crinale di un equilibrio precario, come il titolo che aveva scelto per la sua ultima fatica discografica, pubblicata solo sei mesi fa. «In equilibrio precario è come io mi sento oggi -ha raccontato Ciotti- sembra che tutto vada per il verso sbagliato, qualcuno ci tiene in pugno ed il progresso porta paradossalmente ad un regresso dei rapporti umani , oltre che culturale ed economico. Non sono solo le certezze quotidiane che mancano ma quelle di fondo le convinzioni, gli ideali. Chi ha spento la luce? Io non smetto di credere al potere della fantasia e della musica».

Roberto ha iniziato a suonare la chitarra a dodici anni, periodo in cui era in verità più attratto dal calcio, praticato a livello agonistico, che dalla musica. Nato e cresciuto alla Garbatella, quartiere popolare di Roma fino al boom della fiction ‘I Cesaroni’, a migliaia di chilometri da dove è nato il blues, nel profondo Sud degli Stati Uniti. I primi blues, termine che deriva dall’espressione ‘to have the blue devils’ (‘avere i diavoli blu’), erano ispirati ai canti degli schiavi afroamericani che lavoravano nelle piantagioni di cotone, le Cotton belt, diffuse in particolare nel delta del Mississippi. C’era bisogno, quindi, di un Caronte per trasportare quel ragazzino così pieno di vita in un mondo tanto lontano, misterioso e affascinante. A soli quindici anni ha la fortuna di vedere dal vivo, al Teatro Brancaccio, quello che da molti è considerato il miglior chitarrista rock-blues di tutti i tempi, sua maestà Jimi Hendrix. Una vera e propria folgorazione, nella quale intuisce per la prima volta che cosa vuole fare da grande. Roberto si getta così a capofitto nello studio dei maestri del genere, da Robert Johnson  a Muddy Waters, da Albert King a Elmore James, fino ai più moderni Eric Clapton e Jeff Beck.

Nel 1970 entra a far parte dei Blue Morning, gruppo rock-progressive nel quale suonava anche il sassofonista Maurizio Giammarco, oggi una delle figure più importanti del jazz italiano. Un’ esperienza molto formativa, della quale resta, però, un solo album, ‘Blue Morning’, che viene prodotto da un giovanissimo Antonello Venditti. Un rapporto non solo professionale, ma di vera e propria amicizia, nato tra le mura del leggendario Folkstudio, una piccola cantina di via Garibaldi che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha raccontato una Roma assai diversa rispetto a quella da cartolina. Il locale è stato il crocevia di tutti gli artisti italiani e internazionali, tra cui un giovane e ancora sconosciuto Bob Dylan, che passavano per la capitale. Lì nacque la cosiddetta scuola romana dei cantautori, nella quale hanno mosso i primi passi artisti del calibro di Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Rino Gaetano, Mimmo Locasciulli, Giovanna Marini e tanti altri. Proprio al Folkstudio Ciotti entrò in contatto con  Francesco  De Gregori e  con Edoardo Bennato, per  i quali ha suonato nei dischi ‘Alice non lo sa’  del ‘principe’ e ne ‘La torre di Babele’ e ‘Burattino senza fili’ del rocker partenopeo.

Per il primo album solista bisogna aspettare il 1978, anno di pubblicazione di ‘Supergasoline blues’, considerato ancora oggi il suo disco migliore, che apre la via italiana a un genere fino ad allora quasi esclusivamente americano. Qualità confermate anche nel successivo ‘Bluesman’, pubblicato anch’esso dalla piccola etichetta indipendente Cramps e  recentemente rimasterizzato dalla Sony, pochi giorni prima della sua scomparsa. Allo stesso anno appartiene la prima apparizione televisiva accanto a Renzo Arbore ne ‘L’altra Domenica’, alla quale seguiranno ‘Quelli della notte’ nel 1986 e ‘D.O.C.’ nel 1989.  Molto frequenti anche le partecipazioni al programma ‘Mr.Fantasy’, condotto da Carlo Massarini, dove Ciotti presentò per intero nel 1982 il suo terzo disco ‘Rockin’ blues’ nel corso di  dodici puntate. Come ricorderanno bene gli appassionati di reggae, nel 1980 il chitarrista romano ha avuto l’onore di aprire i leggendari concerti di Bob Marley a Milano e a Torino, suonando davanti a centomila spettatori entusiasti.

L’anno più importante della sua carriera è stato il 1989, quando gli viene chiesto dal regista Gabriele Salvatores di  comporre la colonna sonora di ‘Marrakesh Express’, la storia di un gruppo di amici che, pur non vedendosi ormai da quasi dieci anni, decidono di compiere un viaggio che dall’Italia, passando per Francia e Spagna, li porterà in Marocco allo scopo di liberare un altro membro del vecchio gruppo, incarcerato per possesso di droga. Il viaggio avventuroso, costantemente attraversato dall’ ebbrezza della fuga, darà modo ai protagonisti di ritrovare rapporti che negli anni si erano appannati. Una storia on the road, che ispira al musicista  la malinconica ballad ‘No more blue’, la sua canzone più famosa, un piccolo gioiello melodico. Il regista lo chiama anche l’anno dopo per la colonna sonora di ‘Turnè’, il secondo film della cosiddetta trilogia della fuga, completata nel 1991 da ‘Mediterraneo’.

Dopo questi tre film, tutti successi al botteghino, la sua popolarità è al culmine, ma un bluesman di razza come Ciotti mal sopporta le luci effimere delle ribalta, preferendo ad esse la penombra dei piccoli music club, nei quali avere un rapporto diretto e immediato con il suo affezionato pubblico. Negli anni Novanta, tramontata ormai l’epopea del Folkstudio,  l’artista romano diventa di casa al Big Mama, locale nel cuore di Trastevere dove si ritrovano, quasi come una comunità carbonara, i musicisti e gli appassionati di blues. Un artista che oggi definiremmo glocal: da un lato legatissimo alla sua città natale, dall’altro con lo sguardo sempre rivolto oltreoceano, come dimostrano le collaborazioni con  le leggende del blues Brian Auger, Jerry Ricks, Matt «Guitar» Murphy, Jimmy Whiterspoon e Ginger Baker.

Nel 2007 è tempo di un primo bilancio, così  Ciotti pubblica per Castelvecchi la sua autobiografia, ‘Unplugged’, ricca di curiosi aneddoti,  con allegato il cd ‘Best of’ che raccoglie i suoi brani più amati dal pubblico. Negli ultimi anni il chitarrista aveva trovato una chiave sempre più personale in un blues dal sapore mediterraneo che trova apprezzamento anche fuori dai nostri confini, come rivela il suo ultimo album ‘Equilibrio precario’. Un disco fra acustica ed elettrica, canzoni in inglese e in italiano, pezzi originali e un paio di cover importanti, che confermano il suo pedigree di bluesman di razza.

Lo abbiamo visto all’opera per l’ultima volta a Villa Celimontana, in una calda notte d’agosto.  Ciotti , affiancato da Fabiola Torresi al basso e da Ivano Fortuna alle percussioni, ha dato vita a un concerto ricco di emozioni, brani vecchi e nuovi, gli inconfondibili assoli di chitarra in grado di evocare paesaggi lontani e ricchi di fascino. Era affaticato, ma l’entusiasmo che lo ha sempre contraddistinto, sia nel suo modo di suonare che nei suoi racconti tra un brano e l’altro, celava i sintomi di una grave malattia che lo aveva da poco colpito. «Il motivo per cui la gente compone poesie liriche e canzoni blues sta nel fatto che la vita è breve, dolce e sfuggente. Il blues dà prova della stranezza di ogni destino individuale», ha scritto Charles Simic. Il destino di Roberto Ciotti è stato da sempre quello di suonare il blues, un destino che ha onorato fino agli ultimi giorni della sua vita.

 

 

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