sabato, Dicembre 4

Robert Guèdiguian: farò sempre film sugli oppressi, i deboli, gli immigrati Alla consegna del Premio Fiesole Maestri del cinema il regista franco-armeno preannuncia un nuovo film sul fenomeno migratorio su cui si misura la nostra umanità

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“E’ bello  trovarsi qui, in questo anfiteatro di Fiesole, per ricevere il Premio che in passato è stato assegnato ai grandi Maestri del cinema internazionale, qui ritrovo l’Italia dell’accoglienza, della solidarietà, dell’impegno culturale, per un cinema di riflessione, di testimonianza sul nostro presente, negli anni ’70, gli anni della mia formazione  il cinema italiano era il più grande cinema del mondo.” Non sono parole di circostanza quelle  del regista e produttore franco armeno Robert Guédiguian  pronunciate subito dopo aver ricevuto il Premio Fiesole Maestri del cinema 2018, ma sgorgano da un cuore che batte a sinistra, come verrà spesso ripetuto nel corso dell’incontro sia con la stampa che con il pubblico. La conversazione  col regista e con sua moglie, protagonista dei suoi film, Arianne Ascaride,  è l’occasione non solo per  far conoscere meglio al pubblico italiano la sua  ampia filmografia, le idee che la sostengono, le modalità produttive ma anche per una panoramica a tutto campo sul cinema, il suo futuro e la sua capacità o meno di raccontare il tempo vissuto e che stiamo vivendo, dunque la società contemporanea. Le idee  e le parole più ricorrenti sono solidarietà, comunità, valori, militanza, nostalgia, futuro. Collegate ad esse troviamo Marsiglia, la sua città, l’Estaque il quartiere un tempo operaio in cui è nato e cresciuto, centro della sua filmografia, Cecov, di cui è grande estimatore, Pasolini, Ferreri, Rosi, Petri, Bertolucci Scola e  altri Maestri del cinema italiano che sono stati i suoi punti di rifermento.

“Pasolini? Manca oggi in Italia”  – dice Guédioguian – “per tutto ciò che  passa la politica, manca  la sua parola appassionata suggestiva incisiva ….Nanni Moretti è un amico ed ha proiettato tutti i miei film,  il cinema italiano è quello della mia formazione…”

Marsigliese doc, 65 anni, classe 1953, figlio del dopoguerra, madre tedesca padre armeno,  della sua città, del suo quartiere, dei suoi abitanti, operai, proletari, emarginati, poveri cristi, ha fatto il set della maggior parte  dei suoi film.

“Quel mondo mi ha poi permesso di studiare all’università”  – dichiara il regista – “e quindi mi sono sempre sentito responsabile. Farò sempre film sugli oppressi, i poveri, i deboli, le vittime. Credo che questo sia il compito degli intellettuali e degli artisti”.

Una dichiarazione di intenti, una precisa visione culturale, una irrinunciabile linea di condotta, estetico narrativa. Chi sia Robert  Guédiguian, lo dice il direttore del Festival, il critico cinematografico Gabriele Rizza: Il cinema di Guédiaguian è (neo)realismo poetico e partecipazione emotiva. E’ antropologia urbana e rapporti di classe. E’ memoria personale e identificazione emozionale. E’ un viaggio disarmonico, sporco e affettuoso, privo di retorica o demagogia, fra le contraddizioni e le paure della società contemporanea. E’ un  affresco salubre, intessuto di coerenza espressiva e solidarietà ideologica. E’ un originale esperimento (davvero unico nel panorama internazionale) di cinema di squadra, l’équipe, il clan, la tribù: un meccanismo di fedeltà, tecnico e artistico, che lavora sulle proprie forze e si avvale delle stesse “facce’ ”. Queste sue parole sono a base della motivazione del  Premio conferitogli; un  Premio, ce lo ricorda il Sindaco Anna Ravoni, che ha una storia antica e prestigiosa: il primo a riceverlo fu nel  1966 Luchino Visconti,  seguirono Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, Luis Bunuel, Sergej Eizenstein, Orson Welles, Renato Castellani, Stanley Kubrick, Ettore Scola,I fratelli Tavaiani e tanti altri  che hanno segnato la storia della miglior cinematografia mondiale, l’ultimo a riceverlo,  lo scorso anno, Vittorio Storaro.  

Cerchiamo qui di ripercorrere per temi l’ampia conversazione intrattenuta dal regista e da sua moglie con  la critica e il pubblico, che mostra di conoscere più di quanto non s’immagini i suoi film che hanno affrontato i problemi e le contraddizioni dell’attualità ( droga, immigrazione, razzismo, crisi economica e smarrimento  della coscienza di classe del mondo operaio in cui è nato e cresciuto prima di trasferirsi a Parigi per gli studi universitari e l’attività registica) e alla cui attenzione s’impose con Marius et Jeanette, vincitore nel ’97 del Premio Louis Delluc, e con la rassegna che gli dedicò l’anno successivo il Festival di Torino.

Perché la maggior parte dei suoi film sono stati girati a Marsiglia, o nel  suo quartiere natio?  

“Perché l’universo è cristallizzato  nel particolare. Scriveva Cecov, se volete parlare del mondo intero, parlate del vostro villaggio. Marsiglia è il mio “villaggio” ove la vita prende le forme dell’umanità, che sono uguali dappertutto: un cinese, un uzbeko, un arabo vedono le stesse cose, e dopo 5 o 6 film ho deciso di raccontare la vita, toccare tutti i temi contemporanei, dallo stesso luogo che, spesso cambia. Se è cambiata Marsiglia? Oggi la città  è tagliata in due: Sud e Nord, dove sono nato ed è al proletariato che abitava il mio quartiere, l’Estaque, che ho voluto sempre dare la parola ed essere con umiltà il portavoce di chi non ce l’ha”.

Quella di Robert  è un’ operazione nostalgia?

“La nostalgia non è del mondo passato  bensì quella del futuro, non è quella del tempo che fu ma di ciò che avrebbe potuto essere, la nostalgia è un sentimento rivoluzionario, il nostro cinema vuol parlare di questo sentimento”.

Quanto al fatto di girare nello stesso “villaggio”,  il regista ricorda che Ettore Scola ricostruì l’atmosfera e l’impatto psicologico precedente la catastrofe della guerra girando tutto in un appartamento romano (Una giornata particolare),  che Bernardo Bertolucci raccontò addirittura un secolo ( Novecento)  girando in una piccola area di Parma.  Dunque è a Marsiglia che tornerà ad ambientare i propri film, d’estate, come sempre, quasi fosse una vacanza discutendo e confrontandosi con la sua ‘famiglia allargata’  perché il cinema è un lavoro collegiale.

Arianne, la moglie, che condivide con lui dal 1975 vita familiare e lavoro,  aggiunge che Robert vive a Parigi da 40 anni, ma quando fa ritorno a Marsiglia ritrova  gli amici d’infanzia, va a fare la spesa,  ripercorre con loro  la vita passata,  osserva con attenzione il presente, che ha registrato evidenti segni di cambiamento.  Marsiglia è stata investita   – dice Arianne in un buon italiano  ma anche quello di Robert lo è – una quindicina d’anni fa  da una grave crisi, con il crollo delle attività portuali, ora sta meglio, la città ha un volto più turistico, ma a differenza di altre città, il suo centro conserva ancora una volto popolare.

“I maggiori problemi li ritroviamo nella periferia. E’ comunque una città multietnica,   d’immigrati attraversata, forse tra le prime, dai fenomeni del mondo contemporaneo. Noi stessi siamo il prodotto di questa mescolanza, che è il tratto distintivo del nostro tempo: io stessa sono mezza francese e mezza italiana, Robert è franco-armeno, e così tanti altri….”

“Sì sono  un immigrato” – dichiara il regista – “e fiero di questo, l’immigrazione è la questione del secolo a venire che noi dobbiamo affrontare con molta attenzione”.

E  Robert  Guédiguian, è stato uno dei primi a raccontare il dramma di chi è costretto ad emigrare,  le difficoltà dell’accoglienza e della convivenza sociale e culturale. Ma il suo punto di vista è netto, preciso, che ritroviamo anche nel film  La Villa – La casa sul mare ultimo suo  lavoro, passato in concorso a Venezia 2017 e proiettato nell’anfiteatro romano di Fiesole dopo la consegna del Premio Città di Fiesole ai Maestri del Cinema 2018. Ambientato a Méjean, una caletta incastonata tra Marsiglia e Carry, il film racconta di  tre fratelli ( due maschi e una femmina, Arianne Ascaride, attrice) che si ritrovano al capezzale del padre. Ma il classico regolamento di conti familiari, fatto di incomprensioni e  di cose non dette, di drammi personali che li hanno allontanati dalla casa paterna, si apre alla riflessione ed al confronto aspro e doloroso sui loro percorsi di vita così diversi, sulla lontananza, sui drammi  vissuti, fino a ritrovare quel sentimento di solidarietà e affetto che riscopriranno proprio grazie all’apparizione di una ragazzina e dei suoi due piccoli fratellini, soli e affamati, forse superstiti di un naufragio o figli d’immigrati clandestini, ricercati da soldati dell’esercito  in azione per tutelare il buon vivere borghese della gente del luogo e, quindi, anche di loro.  Un finale carico di poesia e d’amore, di quell’umana solidarietà collettiva che sembrava smarrita. Nell’amaro sarcasmo di uno dei tre protagonisti del film troviamo forse la fotografia di ciò che sta avvenendo oggi nel mondo, anche in quello di sinistra:  il cuore è a sinistra ma è la mente  che va a destra.

Cosa sta succedendo, dove stiamo andando? A domande del genere, Robert non si sottrae:

“Il pericolo  più grave oggi” – afferma Guédiguian- “è che anche lo schiavo  pensa come il proprio padrone”.

Arianne precisa il  pensiero del marito: è grave pensare che il capitalismo nelle forme aggressive che subiamo sia naturale e che non si possa cambiare, che sia naturale il fatto che viviamo in un mondo dove i rapporti di solidarietà umana e sociale  siano sempre più ridotti, immersi come siamo nelle acque gelide dell’egoismo.

E’ ancora Robert, incalzato dalle domande,  ad esprimere il suo punto di vista: “la sinistra  si è dissolta come una pastiglia effervescente, ma è ancora dentro ognuno di noi, presente nella società, verrà un momento storico in cui queste particelle si riuniranno per riformare una nuova sinistra”.  

E il cinema cosa può fare?

“Il primo dovere di un regista militante è quello di porre le questioni  più scottanti in modo che possano arrivare direttamente al pubblico”.

Il regista si dice poi preoccupato dei drammatici rigurgiti di individualismo e nazionalismo che attraversano il mondo  attuale.

“Sono incubi che abbiamo già attraversato, ma adesso dobbiamo nuovamente farci i conti. Ci sono tante storie di resistenza da raccontare, da far sapere al pubblico, da mettere a sistema”.

Una  di queste è ‘L’armèe du crime’ ( 2009), ispirata dalla poesia di Luis Aragon l’Affiche rouge, (Il manifesto rosso), nella quale  il grande poeta omaggiò gli stranieri che morivano combattendo per la Francia. Ciò fu fatto in risposta alla propaganda nazista che mirava a convincere il popolo francese che il movimento di resistenza era composto da stranieri, principalmente ebrei che facevano gli interessi della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica.  

“Erano in realtà tutti immigrati, greci, armeni, spagnoli, italiani esuli in Francia,  patria dei diritti dell’uomo, che di fronte all’occupazione nazista dettero vita alla prima formazione partigiana. Erano tutti immigrati fuggiti dai loro paesi. E’ una storia che ho sentito il bisogno di raccontare oggi”.  

Raccontare storie  per riflettere ed emozionare: tutta l’arte del cinema è emozione ed intelligenza, dice  Guédiguian, il quale,  con la sua squadra è ciò che sta facendo da anni, una squadra che è come una famiglia allargata, con Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Pascale Roberts, una vera famiglia  fondata sull’amicizia e la condivisione.  Dice Guédiguian: La fortuna è stata quella di condividere la stessa visione del mondo e dell’arte, così abbiamo formato una banda indissolubile.

Torniamo al cinema, che futuro si prevede?

“V’è il rischio che attraverso Netflix si sottraggano sempre più spettatori alle sale cinematografiche e che si vada ad intaccare o condizionare la libertà dell’autore, la sala cinema è lo spazio collettivo per vedere i film, per uscire di casa e condividere con altri l’emozione di assistere alla proiezione del film. Gli autori devono trovare la strada affinché non si perda questo rito collettivo”.

Il giovane padre di una bambina lo rassicura: la piccola e la famiglia seguono sia le serie tv che il cinema nelle sale….

Quale sarà il prossimo film di Robert Guèdiguian?  

“Sarà dedicato al fenomeno delle migrazioni, che è la questione centrale di questo periodo storico, titolo Sic transit gloria mundi, che girerò a novembre. Sarà un film  molto duro, che descrive come una tragedia la situazione di oggi, che vorrei riuscisse a scuotere  le coscienze e aiutasse a riflettere, perché è dalla nostra capacità di accoglienza che dipende la nostra umanità”.

No, quest’incontro col regista, afferma Marco Luceri, coordinatore del gruppo toscano del SNCCI, non è una “passerella” estiva, ma un momento di riflessione  ( arricchito dal libro di Caterina Liverani che ha curato il volume   monografico “La cinematografia di Robert Guédiguian”  e dalle proiezioni   al Piazzale degli Uffizi e nell’anfiteatro romano di Fiesole di altri sei film ) sul cinema  del regista che ama definirsi “ figlio di operai”  e che, nonostante tutto, non ha perso la fiducia in un futuro diverso da costruire, da subito.  

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