giovedì, Maggio 13

Riyadh in una regione in cambiamento field_506ffb1d3dbe2

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Cambia lo scenario mediorientale, cambiano gli equilibri di forza tra le varie potenze d’area, cambia il ruolo dell’Arabia Saudita all’interno della scacchiera del Golfo. Una trasformazione irreversibile sembra ormai in corso nell’intera regione, destinata a erodere rapporti evolutisi nel corso di decenni, creando spazio per nuove dinamiche e nuovi assetti. L’implosione della Siria ha avuto un sensibile contraccolpo sulle nazioni circostanti: il Libano teme di essere trascinato nuovamente nella spirale del disordine, l’Iraq è in caduta libera nel gorgo della guerra settaria, il Bahrein continua a sussultare per via di tensioni difficili da sopire.

Dopo che negli ultimi anni Riyadh aveva dato l’impressione di aver perso parte della propria spinta diplomatica, incalzata dall’intraprendenza rivelata dall’Emirato del Qatar, l’Arabia Saudita è tornata a cercar di giocare un ruolo di maggior attivismo, diventando punto di riferimento per l’opposizione armata siriana al regime di Bashar al-Assad e fornendo il proprio appoggio economico all’Esercito libanese per cercar di contenere l’influenza delle milizie sciite di Hezbollah.

Uno scenario regionale sempre più polarizzato sta aumentando i timori per le possibili prospettive future per la pace nel Medio Oriente. La guerra siriana sta causando l’esasperazione dei fragilissimi equilibri settari, aumentando le aree di conflitto tra sunniti e sciiti. Nella destabilizzazione complessiva aumenta la preoccupazione riguardante la diffusione del jihadismo di matrice sunnita, sempre più forte in Iraq e Siria. Consapevoli che un alto numero dei combattenti stranieri presenti in Siria sono di origine saudita, gli al-Saud guardano con preoccupazione al fenomeno del “jihadismo di ritorno”, il rientro dal fronte di battaglia di guerriglieri del Golfo attualmente impegnati in Siria e Iraq.

«Nello scenario attualscrive su ‘Aspenia Online’ l’analista Eleonora Ardemagni, collaboratrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma e dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano «gli Al-Saud sono costretti a muoversi fra l’arco sciita – che comunque persiste – e una sorta di “imbuto sunnita” che, in parte, hanno attivamente contribuito ad alimentare: si tratta di una vasta area d’instabilità che dalla regione occidentale di Al-Anbar in Iraq si estende fino al Libano settentrionale (dove sciiti e sunniti condividono il medesimo territorio), passando per la Siria nordorientale, che ne è l’epicentro. In questo metaforico imbuto, il jihadismo – spesso di matrice qaedista – vive una nuova, preoccupante fiammata, amplificato dai legami clanico-tribali preesistenti (Siria e Iraq) e dai riflessi del conflitto per Damasco (Siria e Libano)».

In tale situazione, molti guardano con maggiore attenzione allo stato delle relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, un tempo uno dei cardini attorno cui si strutturavano gli equilibri del Medio Oriente e oggi messe in difficoltà dall’atteggiamento assunto da Washington negli ultimi anni. Numerosi analisti individuano nel mancato intervento in Siria e nel fastidio saudita nei confronti delle aperture americane all’Iran di Rouhani due importanti elementi di divisione, che hanno cagionato il raffreddamento dei rapporti tra i due partner.

Timorosi di fronte al rischio che un accordo nucleare definitivo tra Iran e Stati Uniti finisca per rafforzare eccessivamente Teheran e sia il preludio a un possibile disimpegno di Washington dalla regione, i sauditi non stanno perdendo occasione per evidenziare la propria contrarietà agli Stati Uniti nei confronti delle ultime scelte di politica estera americane.

A Davos, a fine gennaio, il principe Turki al-Faisal, membro della famiglia reale saudita, è tornato ad attaccare le scelte statunitensi, evidenziando il livello delle frizioni: «sulla questione siriana, tra le altre cose, la politica statunitense è stata poco chiara e in definitiva le azioni lo sono state altrettanto. Questo disturba gli alleati dell’America, perché abbiamo iniziato a dipendere sugli Stati Uniti. Non si tratta solo di Iran e Siria, ma tutto il senso di un’assenza di direzione».

Gli occhi sono oggi puntati sulla visita ufficiale in Arabia Saudita del Presidente statunitense Barack Obama prevista per il mese prossimo. Obama incontrerà Re Abdullah, sovrano saudita, con l’obiettivo di discutere alcuni dei temi strategici di comune interesse per i due Paesi e per cercar di districare alcuni dei nodi che stanno complicando le relazioni tra i due Paesi. L’ultimo incontro tra Barack Obama e Re Abdullah risale ormai al 2010.

Frederic Wehrey, analista del prestigioso think tank statunitense Carnegie Endowment for International Peace, ha pubblicato il mese scorso un’analisi sullo Stato delle relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, soffermandosi sui principali motivi dell’allontanamento tra i due Paesi: «Se si sta veramente aprendo un abisso tra Stati Uniti e Arabia Saudita alla luce degli sviluppi regionali, potrebbe non essere relativo al solo fronte della politica estera, ma piuttosto a disaccordi su come gli Stati del Golfo stanno portando avanti i loro affari interni in risposta al tumulto regionale. Ciò che spesso sfugge è che i governatori del Golfo tendono a congiungere le minacce ideologiche esterne con il dissenso politico interno. O meglio, i riformisti e i dissidenti del Golfo vengono spesso visti come agenti (o potenziali agenti) dei poteri esterni che cercano di destabilizzare le monarchie del Golfo».

Il progressivo allontanamento tra le scelte di Arabia Saudita e Stati Uniti potrebbe essere letto come figlio di una trasformazione nelle priorità che Washington ha oggi nella regione, sempre più divergenti da quelle di Riyadh. Sebbene sia difficile immaginare la rottura di un asse rodato e di fondamentale importanza per entrambe le potenze, è chiaro che le divergenze su questioni di simile portata rispecchiano un raffreddamento che è destinato ad avere un forte impatto sul futuro della regione. «Mentre questi trend preoccupanti difficilmente metteranno in dubbio la sopravvivenza dei regimi del Golfo – conclude Frederic Wehrey – stanno creando un ambiente politico tossico. […] I policymakers statunitensi non dovranno perdere di vista queste dinamiche domestiche».

 

 

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